Le storie degli altri

La dittatura e i pianeti paralleli

brevediario

Data la situazione, l’unico modo per sperimentare l’esistenza del mondo-oltre-i-confini erano le trasmissioni radiofoniche e televisive. Eravamo soprattutto noi adolescenti che cercavamo di captare e decodificare i segnali di quel pianeta parallelo. Ma se non capivi la lingua in cui si esprimeva il pianeta parallelo, ogni sforzo era inutile. Da qui la passione per l’apprendimento delle lingue straniere, soprattutto l’italiano, che si osservava in particolare tra gli abitanti delle grandi città.
L’apprendimento delle lingue straniere non era un hobby né un lusso né un bisogno pratico: era soprattutto un modo per viaggiare con la fantasia nel mondo-oltre-i-confini e sfidare così l’impossibilità a compiere viaggi fisici imposta dalle severe regole del regime. Ma il mondo-oltre-i-confini veniva idealizzato dalla nostra fantasia. Più la pressione del regime diventava insopportabile e più il pianeta parallelo assumeva contorni meravigliosi. Il regime aveva suddiviso il mondo in due categorie, quella del male assoluto e quella del bene assoluto, e noi avevamo fatto la stessa cosa, ma in maniera uguale e contraria: il male assoluto era l’Albania, il Paese al di qua dei confini. Se per imporsi e sopravvivere il regime aveva bisogno di coltivare il disprezzo paranoico per gli stranieri, noi per reazione avevamo bisogno di coltivare un tipo particolare di esterofilia.

[…] In fondo la statua del tiranno simboleggiava l’immobilità stessa della tirannia. Un’immobilità secolare. Infatti lo scopo della tirannia è immobilizzare tutto quanto: i pensieri, le ambizioni, persino il tempo. Tutto deve essere reso prevedibile e immobile come in un cimitero. Si dice che abbattendo la statua del tiranno e quindi la tirannia, il popolo a un tratto si riappropria della libertà e scopre il modo per ottenere la verità e il benessere. Purtroppo non è vero. Le tirannie sono spietate soprattutto perché si lasciano dietro società deformi, spossate dall’oppressione e affette dalla sindrome dell’orfano. Coloro che subito dopo aver abbattuto la statua del tiranno si abbandonano a saccheggi e vandalismi si comportano proprio come orfani: oltraggiano la salma di un padre bugiardo e terribile.
Una volta caduta la statua del tiranno, comincia un doloroso percorso di autocoscienza: per un certo tempo i frammenti della statua del tiranno continuano a vivere nella mentalità delle persone nate e cresciute in un regime totalitario.


Gazmend Kapllani | Breve diario di frontiera

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