Contrada Tripoli Arrivederci su Tatooine - Un reportage sulla tendopoli di Manduria
Fare Malesangue, Storie

Contrada Tripoli 2011-17. Arrivederci su Tatooine

Nel marzo 2011, tra le provincie di Brindisi e Taranto fu messa in piedi la cosiddetta Tendopoli di Manduria: si trattava di un non meglio specificato Centro di Accoglienza e Identificazione che avrebbe poi ospitato, per tutta quella primavera, migliaia di migranti (per lo più tunisini sbarcati a Lampedusa dalla Libia).

Qualche mese fa io e il fotografo Gabriele Fanelli siamo tornati nell’area militare – ironia della sorte, ubicata in una contrada chiamata proprio “Tripoli” – dove fu improvvisato il campo, per vedere cosa resta di quell’esperienza.

Ne è venuto fuori un reportage piuttosto onirico pubblicato oggi su minima&moralia. Buona lettura.

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Microrec

Fuocoammare, Gianfranco Rosi

fuocoammare

«Perché la vita stessa è un rischio.»

Il bambino ha l’occhio pigro ma il pubblico – noi occidentali, quando vogliamo – ci vediamo benissimo; così pure l’Angelo della Storia, che stavolta non dovrà nemmeno voltarsi per giudicare: stavolta guarda e vomita già mentre accade.

Quanto all’isola: Lampedusa è il fermo immagine nel maelstrom dell’estetica del Mediterraneo: lo stesso mare in cui facciamo il bagno, le vacanze, i turisti, Mykonos e Santorini, lo stesso in cui hanno nuotato Salvatores, Virzì, i Vanzina.
Così Lampedusa è la roccia dove l’uomo può ancora essere uomo – purché sia uomo.
Mi stupisce sapere che da Nantucket alla Martinica come in Senegal e in Etiopia l’abitudine è la stessa: comunque vada, prima le donne e i bambini.

Cos’è questo? Un neorealismo finalmente guardabile, che non annoia l’occhio? Per noi occidentali l’etica, la morale di quest’inizio secolo sono subordinate all’estetica.
Questo è certo.
Dal canto suo, Gianfranco Rosi non fa cinema, non fa documentario; Fuocoammare è bellissimo e tedia insieme come la vita non mediata; non ha tesi da dimostrare né trama, ma scrittura sì, eccome.

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Le storie degli altri

La dittatura e i pianeti paralleli

brevediario

Data la situazione, l’unico modo per sperimentare l’esistenza del mondo-oltre-i-confini erano le trasmissioni radiofoniche e televisive. Eravamo soprattutto noi adolescenti che cercavamo di captare e decodificare i segnali di quel pianeta parallelo. Ma se non capivi la lingua in cui si esprimeva il pianeta parallelo, ogni sforzo era inutile. Da qui la passione per l’apprendimento delle lingue straniere, soprattutto l’italiano, che si osservava in particolare tra gli abitanti delle grandi città.
L’apprendimento delle lingue straniere non era un hobby né un lusso né un bisogno pratico: era soprattutto un modo per viaggiare con la fantasia nel mondo-oltre-i-confini e sfidare così l’impossibilità a compiere viaggi fisici imposta dalle severe regole del regime. Ma il mondo-oltre-i-confini veniva idealizzato dalla nostra fantasia. Più la pressione del regime diventava insopportabile e più il pianeta parallelo assumeva contorni meravigliosi. Il regime aveva suddiviso il mondo in due categorie, quella del male assoluto e quella del bene assoluto, e noi avevamo fatto la stessa cosa, ma in maniera uguale e contraria: il male assoluto era l’Albania, il Paese al di qua dei confini. Se per imporsi e sopravvivere il regime aveva bisogno di coltivare il disprezzo paranoico per gli stranieri, noi per reazione avevamo bisogno di coltivare un tipo particolare di esterofilia.

[…] In fondo la statua del tiranno simboleggiava l’immobilità stessa della tirannia. Un’immobilità secolare. Infatti lo scopo della tirannia è immobilizzare tutto quanto: i pensieri, le ambizioni, persino il tempo. Tutto deve essere reso prevedibile e immobile come in un cimitero. Si dice che abbattendo la statua del tiranno e quindi la tirannia, il popolo a un tratto si riappropria della libertà e scopre il modo per ottenere la verità e il benessere. Purtroppo non è vero. Le tirannie sono spietate soprattutto perché si lasciano dietro società deformi, spossate dall’oppressione e affette dalla sindrome dell’orfano. Coloro che subito dopo aver abbattuto la statua del tiranno si abbandonano a saccheggi e vandalismi si comportano proprio come orfani: oltraggiano la salma di un padre bugiardo e terribile.
Una volta caduta la statua del tiranno, comincia un doloroso percorso di autocoscienza: per un certo tempo i frammenti della statua del tiranno continuano a vivere nella mentalità delle persone nate e cresciute in un regime totalitario.


Gazmend Kapllani | Breve diario di frontiera

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Storie

Contrada Tripoli (2). Pascaredda

[Continua da qui.]

La ragazza ha i capelli corti, è bionda, sta in pantaloncini accovacciata a parlare in tedesco con un gruppo di tre tunisini poco fuori dal Campo. Sono tra gli ottocento che a inizio settimana hanno avuto il permesso di uscire dal Campo per una decina di ore. Quasi tutti camminano per tre chilometri fino a raggiungere Oria, più vicina rispetto a Manduria. La ragazza è una fotografa svizzera, è qui in vacanza a Pezze di Greco, sull’Adriatico. Ha saputo della tendopoli e ha pensato che fosse il caso di venire a dare un’occhiata. Ad Ahmer, l’altro giorno, un italiano ha spiegato in un pessimo francese che in italì, si tu a l’argian è turist, si tu n’a pa l’argiant, è clandestino. Ahmer ha riso e ha improvvisato uno dei balletti suoi.

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