Storie

Tre romanzi del “noi”: Ernaux, Tonon, Funetta

cristof
Chi scrive i nostri libri? A chi appartiene davvero quella voce che, fondendosi con la nostra, canta le storie che leggiamo? Millenni di storie e letterature e ancora caschiamo nell’equivoco tra voce narrante, protagonista, autore, molto spesso desiderando con forza che i tormenti di quel personaggio, oltre che i nostri, siano anche quelli dell’uomo che gli ha dato forma su carta (forse per meglio legittimare le nostre identificazioni? Chissà).
Non ci aiutano neppure alcune scelte intraprese dai nostri capitani, anche i migliori: banalmente, è davvero sempre Ismaele, come lascerebbe intuire l’epilogo di Moby Dick, a raccontare la vicenda del Pequod per tutte quelle pagine, o c’è piuttosto una sorta di ectoplasma del più saggio e curioso Melville, a guidarci tra un bianco avvistamento e l’altro?
La questione si fa ancora più complessa – e interessante – quando un autore decide di portarsi su altri lidi, sperimentando – se in letteratura esiste davvero sperimentazione – l’uso di un particolare pronome per raccontare la sua storia. È il caso di tre libri recenti, tre romanzi, che in misura diversa hanno scelto di affidare il resoconto di tre storie altrettanto diverse a un misterioso, psichedelico e a volte inquietante “noi”.

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