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Le storie degli altri

L’inutilità della singolarità — Kurt Vonnegut

Ho già espresso la mia opinione sulle cause che a quel tempo avevano indotto tanti pazzi a costruire macchine destinate a fare tutto ciò che gli uomini facevano. E quando dico tutto, intendo dire tutto. Voglio soltanto aggiungere che una volta mio padre, scrittore di fantascienza, scrisse un romanzo imperniato su un tizio che veniva deriso da tutti perché costruiva robot sportivi. Costui, per esempio, aveva creato un robot giocatore di basket che faceva immancabilmente rete, un robot giocatore di golf che non mancava mai una buca, un robot tennista che aveva un servizio infallibile, e così via.
In un primo tempo, la gente non riusciva a capire a che diamine servissero dei robot del genere, tant’è che la moglie del loro inventore lo piantava in asso (così come la moglie di mio padre, sia detto per inciso, aveva piantato lui) e i figli cercavano di farlo rinchiudere in manicomio. Ma poi lui informava i pubblicitari che i suoi robot sarebbero stati sponsorizzati da fabbriche di automobili, di birra, di rasoi elettrici, di orologi da polso e via di seguito. A partire da quel momento, raccontava mio padre, l’inventore faceva una fortuna, perché molti fans dei più disparati sport volevano essere esattamente come quei robot.
Ma non chiedetemi perché.


Kurt Vonnegut | Galápagos (trad. Riccardo Mainardi)

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Le storie degli altri

Neppure un bel quadro soltanto

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Bella ragazza che fumi e piangi sulla riva del fiume: l’attesa ti scarnifica e l’unico cadavere che vedrai passare sarà il tuo soltanto, riflesso prima o poi nell’acqua torbida dell’inverno più gelido.
Cosa ti ha portato qui, dove io cresco come ulivo contorto e involuto, bella ragazza che fumi e piangi senza sosta? Senza ninfee, con questa tua pena non ci si fa neppure un bel quadro.

Forse un amore sospeso, forse la sua frigida burocrazia di tempi morti, geroglifici inaccessibili; forse il nero che avviluppa la galassia in attesa del rimbalzo che trasforma in stella di Planck; forse, infine, è stato il fiume stesso: che piange a sua volta e chiama, chiama forte e immotivato dal bosco per svuotare le case e gli alberghi.

Pensaci un attimo, bella ragazza che fumi e piangi sulla riva del fiume: a che pro abboccare al richiamo, a che pro il patimento se non c’è boia che possa eseguire la sentenza? A che pro ciarlare d’ingiustizia, disamore? Per chi la fustigazione? Dura il castigo finché si celebra la colpa, il delitto: questo e nient’altro sappiamo, oltre l’acqua che scorre, il sole che sorge e l’ulivo che cresce e si aggrappa ai suoi simili per farne un tronco soltanto.


Lucia Bossi-Fucile | Alle 21, puntuale, l’amore

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Le storie degli altri

Un’industria per l’arte

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George Tooker, Government bureau

La questione circa la morte del romanzo è un evidente false flag che finisce col rafforzare il romanzo come mero prodotto editoriale […] In altri termini la domanda non è se il romanzo sia morto o meno, ma se per la maggior parte non sia diventato un prodotto codificato, seriale, da dare in pasto a un pubblico che surrettiziamente l’industria editoriale considera un ammasso di bambini idioti […] è chiaro, ovviamente, che i grandi romanzi intesi come opere d’arte continueranno a esistere, quei romanzi intensi, che ti avvolgono e completano e ti fanno vivere altrove per qualche giorno […] Ma la questione dovrebbe essere, piuttosto: cosa può fare di diverso, di autenticamente diverso, oggi, il romanzo? O addirittura l’oggetto libro, perché no, come in fondo si è chiesto Tommaso Pincio in un intelligente articolo su Geoff Dyer […] Badate bene, qui non si parla soltanto di industria editoriale, ammesso che ne esista una, ma – si sarebbe detto un tempo – di industria culturale […] Cos’è questo prodotto tipico che chiamiamo romanzo se non un’operetta ben codificata – lo si è detto – e rassicurante, da produrre in serie? Non trova forse il suo equivalente nello sceneggiato televisivo da prima serata, nel disco di canzonette da scaricare da Youtube, buono solo a giustificare un tour estivo? Il punto è che un’industria non si limita a produrre solo perché può farlo – e nel caso del sistema editoriale non potrebbe neppure –, ma produce razionalmente […] cioè non si può produrre lo stesso identico prodotto, chiesto allo stesso modo a un numero di artisti/produttori di contenuti e persino critici che diventano così tutti uguali (quando l’industria non li forma perché lo diventino), destinato a un numero finito e limitato di fruitori totalmente immaginari, che non esistono cioè né per qualità né nelle quantità che l’industria stessa  […] Ovviamente si tratta di una bolla, di una bolla che dura da quarant’anni o forse cinquanta o sessanta e che necessita di uno slittamento, di una rivoluzione che non verrà certo dai produttori (industria e creatori) ma dal pubblico, quando il pubblico […] E non sarà una rivoluzione dell’arte per l’arte – il punto non è avere le sale o gli account Netflix pieni di film à la Lars Von Trier, ovviamente – ma dell’industria per l’arte.


Macramé Ballantini | Lo sfizio e altri saggi critici

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Storie

Tre romanzi del “noi”: Ernaux, Tonon, Funetta

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Chi scrive i nostri libri? A chi appartiene davvero quella voce che, fondendosi con la nostra, canta le storie che leggiamo? Millenni di storie e letterature e ancora caschiamo nell’equivoco tra voce narrante, protagonista, autore, molto spesso desiderando con forza che i tormenti di quel personaggio, oltre che i nostri, siano anche quelli dell’uomo che gli ha dato forma su carta (forse per meglio legittimare le nostre identificazioni? Chissà).
Non ci aiutano neppure alcune scelte intraprese dai nostri capitani, anche i migliori: banalmente, è davvero sempre Ismaele, come lascerebbe intuire l’epilogo di Moby Dick, a raccontare la vicenda del Pequod per tutte quelle pagine, o c’è piuttosto una sorta di ectoplasma del più saggio e curioso Melville, a guidarci tra un bianco avvistamento e l’altro?
La questione si fa ancora più complessa – e interessante – quando un autore decide di portarsi su altri lidi, sperimentando – se in letteratura esiste davvero sperimentazione – l’uso di un particolare pronome per raccontare la sua storia. È il caso di tre libri recenti, tre romanzi, che in misura diversa hanno scelto di affidare il resoconto di tre storie altrettanto diverse a un misterioso, psichedelico e a volte inquietante “noi”.

(Continua a leggere su 404 – File not found)

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Storie

La grande stanchezza

wudi

[Questo post, uscito oggi su Scrittori Precari, continua evidentemente da QUI e da QUI, ma può essere letto in totale autonomia rispetto ai pezzi indicati. Buona lettura.]

Un vecchio maestro mi ha detto che nell’Ottocento, coi romanzi, era la stessa cosa. La gente ci finiva dentro, ci restava attaccata, assumeva pose e si rappresentava come nel libro che stava leggendo. I libri erano in grado di permeare le nostre vite fino al midollo. Erano pervasivi.
Adesso tutto si misura sulla pervasività della rete. Il modo in cui ci rappresentiamo, in cui diamo indicazioni di noi stessi (la musica che ascoltiamo, le foto in cui siamo felici o solo ridicoli, i posti in cui andiamo, ecc.). La narrazione delle merci, su cui hanno costruito la loro fortuna molti scrittori americani e anche qualcuno nostrano (mi viene in mente Aldo Nove, ma potrei sbagliarmi), ha fatto il suo tempo. Bisognerebbe raccontare di come le merci siano divenute un corollario, di come le vere merci siano le sensazioni, i sentimenti, le esperienze, tutto ciò che costruisce una persona. Tutto questo accade mentre là fuori c’è una spaventosa crisi economica mondiale. Da queste parti la sensazione è sempre quella del Titanic, dell’affondare cantando.
Registro in questi giorni che alcune cose funzionano con dinamiche molto simili: si sta progressivamente espungendo il fatto letterario dalla letteratura (sempre più simile alle sceneggiature dei film o alle guide turistiche) e la vita dalla vita. Quest’ultima cosa mi pare molto preoccupante. Si sta eliminando dalla vita l’idea della fatica fisica, della disperazione, della morte reale, fuori da ogni rappresentazione – non certo perché le tre cose non esistano (più), è appunto l’idea che esistano che viene fatta fuori. Per dire, nessun tossico mostra il cucchiaio e la siringa su un social network, però posta musica da tossico.
Sarebbe sano, e molto più semplice, accettare la fatica, la disperazione, la morte.

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Fare Malesangue, Storie

Il corpo estraneo: estratto e presentazione il 10 agosto a Molfetta

Torno a presentare Il corpo estraneo il prossimo 10 agosto a Molfetta, in provincia di Bari, in una serata che avrà a che fare con stelle cadenti, mare e Brunori Sas (qui il programma completo della cosa). Ne approfitto per porre qui di seguito un estratto del libro a cui sono molto legato, in cui si parla di motel, criollos e coincidenza di lingua e origini (già pubblicato su Vicolo Cannery qualche mese addietro). Prego:

Il motel è un edificio lungo a un piano. Nel parcheggio ci sono due o tre camion. L’insegna, da quel che ho potuto vedere sotto la pioggia, è di un giallo insignificante, tendente all’arancio. Una delle lettere è irrimediabilmente spenta. La signora alla reception ci ha guardato e parlato come infastidita da qualcosa che non ci avrebbe detto per nulla al mondo. Lei ha dato i suoi documenti, siamo usciti per l’ultima volta sotto la pioggia e ci siamo infilati nella nostra stanza dopo aver insistito con la serratura, non voleva saperne e io stavo per tornare dalla signora a protestare. Non abbiamo discusso del letto matrimoniale, realizzando solo allora di aver preso una stanza per due. Ho pensato ai suoi soldi, a quanti ne ha con sé. Ho pensato se basteranno, a far cosa, mi sono chiesto poi. Mentre lei toglieva gli abiti bagnati mi sono voltato alla finestra, ho osservato a lungo, o almeno così mi è sembrato, l’auto illuminata dalla luce fradicia e graffiata dagli aghi di pioggia obliqua. Forse dovevo portare la borsa qui. Mi sono voltato, non ho sentito pudore e l’ho guardata distesa di spalle, nel letto. Sulla sua schiena nuda la spina dorsale disegnava dei sassolini come sul pelo dell’acqua di uno stagno. Ho sentito le gambe stanche, mi sono disteso nella mia parte di letto, lei non si è mossa. Ho tolto le scarpe, mi sono fermato a guardare il libro sul comodino ma non ho avuto la forza di prenderlo in mano per capire di cosa si trattasse. Ne ho fissato la copertina nera e sdrucita sotto la lampada fissata sul muro. Poi ho guardato la luce arancio che si spandeva e ho sentito il sonno di lei, l’ho sentito nelle vibrazioni sul materasso e nel soffio del suo naso, e ho concluso che fino a quel momento lei era stata sincera con me.

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Fare Malesangue

Per amare agguantiamo. Questo libro è un acquario


«Luna di provincia, croce
e salvezza
che fai di me un damerino
indicami la via
per uscir dal camerino.»
N. Desideri, I diari

L’altro giorno ho fatto una presentazione del mio secondo libro, La Passione, e temo di aver dimenticato di scriverlo in giro per Internet (a parte Facebook, certo, che è la nuova televisione). Un resoconto molto illuminante della presentazione è qui. Qua invece voglio scrivere delle cose che in genere non dico, non so per quale motivo, quando presento questo mio secondo figlio, che è femmina, e che è certamente fratello del primo – poiché il primo si concludeva su una tavola da surf che doveva portare i suoi personaggi in una dimensione parallela in cui il dolore è uguale a quello che si prova qui, però colorato con colori diversi che un po’ lo deformano. E invece ne La Passione si va per il mare, ma il mare di una cittadina di provincia reale, con personaggi reali. Credo che ne La Passione ci sia qualcuno che è caduto da quella tavola da surf ed è rimasto sulla terra ferma, pronto a partire per questa destinazione ignota (ai più) e reale; e che poi ha scoperto che lo spirito con cui si affronta una campagna elettorale (in provincia, ma non solo) è lo stesso con cui Ismaele prende il mare per combattere o dimenticare il suo umor (humour?) nero. Su Melville tornerò. Voglio prima parlare del narratore de La Passione, che è una cosa che non faccio mai. Ecco, lui è rimasto tagliato fuori da qualcosa – sì, forse proprio dal mio primo libro. Un viandante disperato, per cui l’errare per quel mare in illusoria e perenne bonaccia che è la sua comunità diventa il diabolico perseverare cui tuttavia non ci si può sottrarre. Bighellonare, sì, con lo spirito d’abitudine del viaggiatore, che non è proprio come esser turisti né esploratori (se non dello spirito degli altri). Bighellonare, trovare illudendosi d’aver cercato o forse il contrario, in ogni caso una cosa fatta con disperazione tiepida, un po’ disforica, certamente compiuta nonostante. Questo narratore prende il mare in bonaccia della propria comunità e scopre l’abisso che è l’Apocalisse della campagna elettorale, di ogni campagna elettorale. Non può farne a meno. Scoprirà forse la differenza, alla fine del suo viaggio, tra l’abitare in un posto e abitare un posto. Io spero che lo scoprano i lettori, questo spero, mi basta, m’avanza e perciò posso restituirlo, spiegandolo in almeno tre lingue inventate.
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