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Il Bisontino azzoppato. Pierluigi Casiraghi

 

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Bisogna immaginarlo con la voce rassegnata e insieme pacificata di Kevin Spacey che accompagna le immagini di una busta di plastica finita chissà come sul campo, ovviamente deserto, dello Stamford Bridge.
Il vento agita la busta, la gonfia, la trascina, poi la sgonfia, mentre la voce del Bisontino dice che ne ha date così tante, in campo, che forse quella botta decisiva col portiere del West Ham non era che una sorta di violento contrappasso.
E però le cose mi sono andate bene, conclude con gli occhi piccoli e nerissimi. In fondo ce l’ho fatta. Non era mica detto.

Un altro Piero (Ciampi) avrebbe fatto notare, in effetti, che Pierluigi Casiraghi non aveva assolutamente le carte in regola. Centravanti fisico, senza grandi spunti tecnici, correva come un pazzo e per un certo periodo – prima delle rovesciate e delle spaccate nei derby romani – fu celebre (e celebrato) soprattutto per i gol sbagliati sotto rete, quelli che nei video della Gialappa’s Band venivano accompagnati dai BOING! e da altre onomatopee cartoonesche.
Io stesso lo ricordo dal vivo in un brutto Lecce-Lazio (1 a 0, gol di Palmieri) per un tiro sparato in cielo dopo una lunga sgroppata che lo aveva portato da solo davanti al portiere.

Erano, peraltro, gli anni in cui emergevano centravanti potenti e raffinati come George Weah o Alen Bokšić; la stessa rivoluzione tecnica e atletica di Ronaldo era alle porte.
Eppure Pierluigi ce la faceva sempre, in qualche modo. Soprattutto con gli allenatori. Se ne stava lì tranquillo, a masticare una gomma eterna (che dura ancora nelle interviste da allenatore fallito) in attesa del suo turno.
Che arrivava sempre, puntuale.

Con Zoff, nella Lazio, giocava con continuità; con Zeman pure, grazie anche alle incomprensioni tra Bokšić e il boemo; con Eriksson vinse una Coppa Italia, primo trofeo biancoceleste dopo anni e anni di nulla assoluto; in nazionale con Sacchi, poi, aveva addirittura una corsia preferenziale. A Euro ’96 il Bisontino fu con tutta probabilità l’unica cosa buona che accadde all’Italia.

Per dare l’idea del livello di quegli europei inglesi sarebbe sufficiente ricordare il brutto golden gol – il primo nella storia del calcio – di Oliver Bierhoff in finale contro i cechi; oppure riesumare il ruolo determinante – inteso proprio come tale, e cioè quello di libero – di Matthias Sammer, che quell’anno avrebbe addirittura vinto il Pallone d’Oro.
Certo, ci furono anche la scoperta di Nedved, il maxicucchiaio di Poborský e la Croazia di Šuker e Prosinečki, ma per la maggior parte il torneo si configurò come una sfilza infinita di pareggi per 0 a 0 e brutte vittorie per 1 a 0, risultati che erano diretta conseguenza di partite affrontate col 5-3-2 dalla maggior parte delle squadre.
Il sentimento generale oscillava tra tanta, tantissima noia e in qualche caso, specie per l’Italia di Sacchi, addirittura frustrazione.

La frustrazione, per un tifoso della nazionale, era merce tutt’altro che rara, in quegli anni. Significava non trovare il nome di Roberto Baggio a volte neppure tra i convocati per un’amichevole, oppure rassegnarsi a vedere giocatori come Signori e Del Piero confinati a centrocampo, come esterni (rispettivamente a USA ’94 e, appunto, Euro ’96); significava provare compassione per il povero Zola costretto a correre come un dannato per applicare il pressing erotico di Sacchi oppure aspettare paziente un pallone in contropiede con il catenaccio di Maldini senior (un cholismo ante-litteram senza alcun fascino).
Significava, in soldoni, avere ancora il campionato più bello del mondo e non trovarne traccia alcuna in azzurro.

Ecco, se c’era una cosa che il Bisontino riusciva a rovesciare, quantomeno a livello personale, era proprio il tipico retrogusto metallico della frustrazione. Lui che proprio non poteva farcela, alla fine la sfangava sempre.

A Euro ’96 Pierluigi lanciò, tra le altre cose, una strana, inutile moda, presentandosi in campo contro la Russia con un cerotto sul naso – si diceva aiutasse a respirare meglio, e così iniziò a spuntare anche sui nasi dei giocatori di calcetto del sabato pomeriggio.
Ma soprattutto, il Bisontino fu il protagonista assoluto di quella singolare partita d’esordio in cui ci illudemmo, una volta tanto, di avere una squadra perfetta e implacabile: segnò una doppietta, dialogando con un Gianfranco Zola luminoso, anche lui a un passo dal polverizzare la frustrazione, ancora più acida, che di solito caratterizza i numeri 10 in azzurro.

Nella seconda partita, però, Sacchi rivoluzionò la squadra. La lucida locura di Arrigo intendeva evidentemente olandesizzare del tutto l’Italia, dimostrando quel vecchio assunto per cui lo schema è sempre più importante degli uomini. Al posto del Bisontino e di Zola andarono in campo Fabrizio Ravanelli e Enrico Chiesa.
Contro la Repubblica Ceca, l’Italia perse 2 a 1.

Nella partita decisiva del girone contro la Germania tornò la coppia d’attacco che aveva steso la Russia e che tutti gli osservatori avevano identificato come la più forte vista fino a quel punto, nonostante l’unica partita giocata per intero.
All’ottavo minuto Pierluigi si procurò un rigore. C’era da scommetterci che in quel momento persino Sacchi, in cuor suo, aveva riconosciuto che no, gli uomini non sono tutti uguali: tant’è che sul dischetto non si presentò il Bisontino – non lui, che non aveva le carte in regola e però ce la faceva sempre – ma Gianfranco Zola.

Sappiamo tutti come sono andate le cose: Zola sbaglia il rigore, la partita finisce 0 a 0 e il fantasista sardo lascia il campo – e la nazionale – in lacrime. L’Italia esce dall’Europeo.
Quanto al Bisontino: aveva fatto il suo, contro ogni previsione, tanto da portare Sacchi ad ammettere di aver sbagliato a non mandarlo in campo contro i cechi.

Ma l’Inghilterra sarebbe stata comunque decisiva per la carriera di Pierluigi. A pensarci bene, era il centravanti perfetto per il calcio inglese.
Corri, sfiancati, buttala dentro appena puoi, preferibilmente di testa.
Due anni dopo quell’Europeo, Casiraghi lasciò la Lazio – che iniziava a vincere, per cui l’addio non fu particolarmente doloroso – per andare al Chelsea, dove trovò Vialli come giocatore-allenatore, Zola in attacco e l’altro ex laziale Roberto Di Matteo a centrocampo.
Non erano ancora i Blues dei grandi investimenti, ma il Bisontino avrebbe comunque fatto in tempo a vincere una Supercoppa Europea contro il Real Madrid.

I cosiddetti sfracelli, però, non sarebbero arrivati. L’unica cosa che Casiraghi avrebbe spaccato davvero sarebbe stata la gamba sinistra. Quando vidi la foto dello scontro fatale col portiere del West Ham chiusi gli occhi: la didascalia diceva che Pierluigi rischiava l’amputazione.
Aveva 29 anni, le gambe le tenne entrambe ma dovette ritirarsi dopo due anni di interventi. Il Chelsea, non potendo permettersi lo stipendio di un giocatore zoppo e finito, lo licenziò.

La voce, la stessa rassegnata e pacificata dell’inizio, è adesso un po’ più vispa, come i piccoli occhi del Bisontino quando segnava dopo partite e partite di digiuno. Lo vediamo entrare in campo zoppicando sull’erba dello Stamford Bridge. Forse mi venivano meglio i gol più difficili, dice. A un certo punto si ferma, si guarda intorno. Le tribune vuote, le reti che si guardano da un lato all’altro del rettangolo verde senza nessuno ostacolo nel mezzo. Il silenzio che è un silenzio ancora più misterioso quando ti attacca in solitudine.
Lo vediamo avanzare – forse avrebbe bisogno di un bastone – fino alla busta. Si piega, la raccoglie.
Potrei prendere una laurea in medicina, dice. Con tutti gli esami e le operazioni che ho fatto dopo la botta… Sorride, e quando sorride gli si gonfiano un po’ le guance e gli occhi si fanno ancora più stretti e luminosi.
Avanza lentamente verso il tunnel degli spogliatoi. Prima di entrare, appallottola la busta e la infila sotto uno dei seggiolini blu della prima fila. Ultima occhiata intorno, poi imbocca il tunnel.
Non zoppica più.

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