Microrec

Broken flowers

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Tutto casca nell’assenza di senso, a parte uno – dei cinque sensi: la vista. Potrebbe sembrare un quadro di Edward Hopper, si tratta invece di Broken flowers, che ho visto – finalmente – con ben dieci anni di ritardo rispetto alla sua uscita.
Dieci anni in cui il cinema ha accelerato verso la moltiplicazione di universi espansi di blockbuster e artifici digitali; dieci anni per dimenticarmi del cinema lento, di poesia e visione, del cronopio hopperiano – volendo avvicinare il pittore americano allo scrittore argentino Cortázar – Jim Jarmusch; il quale in Broken Flowers si affida alla speranza Bill Murray – stando ancora al divino Julio – per mettere in piedi una commedia che presto promette investigazioni, romanticismo e colpi di scena, e che alla fine ci lascia invece con in mano il più classico pugno di mosche che sempre è la poesia migliore.

Bill Murray, qui, è Don Johnston. “Con la T” ricorda a chi, nel corso del film, è pronto a scambiarlo per il celebre attore di serial polizieschi.
Scapolo incorreggibile con una lunga lista di ex sul groppone, Don passa le sue giornate sul divano, in tuta, ad ascoltare musica. A un certo punto lo molla pure l’ultima compagna, convinta che non faranno mai sul serio; quello stesso giorno, Don riceve una lettera anonima – battuta a macchina, carta e busta rosa – con cui una donna gli rivela d’aver avuto, vent’anni prima, un figlio da lui.
Quel bambino è adesso un ragazzone inquieto, dice la lettera, in viaggio, on the road, per gli States.
Se fosse per Don, la missiva resterebbe lì dov’è, per terra, nell’ingresso del suo villino dove è stato appena mollato. Perché Don Johnston è soprattutto Bill Murray.

Espressione perennemente assente, in equilibrio tra nostalgia e dolce disillusione, Murray sembra ricordarci una verità fuori dal film che con lui si fa sempre intra- e inter-diegetica: e cioè che nella sua vita di attore-personaggio non è successo poi molto, dopo i fasti di Ghostbusters o del Giorno della marmotta, a parte un malinconico incontro con Scarlett Johansson e qualche divertente show televisivo. Noi gli crediamo, anche se sappiamo che non è vero; e allora in Broken flowers tocca affidarci al suo vicino di casa, il fama – ancora secondo Cortázar – Winston, appassionato di gialli, misteri e buona musica, perché succeda qualcosa.

È Winston, una volta esaminata la lettera, a tracciare la lista di indizi e di donne da interrogare, è lui a dare avvio al racconto – perché lui sì, crede all’arte del romanzesco. Fin troppo.
Don prende aerei, guida auto a noleggio per statali a tre corsie e campagne sterminate. Incontra cinque delle sue ex, ogni volta presentandosi con dei fiori rosa e facendo caso, come suggerito dal vicino, a ogni potenziale incidente probatorio – ancora il rosa, che ritorna in bigliettini da visita, nastri, accappatoi, e poi la macchina da scrivere con cui sarebbe stata prodotta la lettera.
A ogni incontro – sexy, paranoico, surreale, inutile, commovente – noi che guardiamo diventiamo Winston: ovvero ci aspettiamo che l’indizio si faccia prova e che attivi l’intreccio; ma nulla accade, nulla si avvera, e così, proprio come le persone che quasi vorrebbero che Don fosse Don Johnson, restiamo delusi che la realtà si rifiuti non solo di non riuscire a superare l’immaginazione, ma neppure di sfiorarla.

Tornato dal viaggio-buco nell’acqua, all’uscita dell’aeroporto Don si imbatte in un ragazzo con un grosso zaino in spalla. Lo guarda, vorrebbe pensare che possa trattarsi del figlio che è venuto a cercarlo. E noi, com’è ovvio, lo vorremmo ancora più di lui.
Più tardi, dalle finestre del locale in cui va a mangiare qualcosa con Winston, Don rivede ancora il ragazzo. Allora esce, gli va incontro, gli offre da mangiare. I due parlano.
In questo dialogo, secco ed esitante, finalmente noi e Don coincidiamo del tutto: aspettiamo che la verità venga a galla, il nostro senso della connessione aizzato per giunta dal nastrino rosa legato allo zaino del ragazzo; desideriamo che quel ragazzo si riveli il figlio di Don – ma a questo punto, il nostro coincidere con Don va, con tutta probabilità, contro il nostro gusto di spettatori: il colpo di scena a quel punto, con quella modalità, sarebbe fin troppo kitsch – con tutto quel rosa, poi.
E così, mentre siamo combattuti tra desiderio e grammatica/estetica cinematografica, a fine dialogo Jarmusch rovescia di nuovo il piano: non solo il ragazzo non è suo figlio, ma quando Don accenna a questa possibilità, quello lo prende per un pazzo pedofilo e scappa.

Resta così Don che si guarda intorno in una strada deserta dopo un blando tentativo di inseguimento; certo, la corsetta ci ha fatto pensare a quella di James Stewart in La vita è meravigliosa, ma adesso più che mai Don Johnson è la speranza Bill Murray intrappolato in una cittadina disegnata da Edward Hopper – e lo è ancora di più quando gli passa davanti un misterioso maggiolone: affacciato al finestrino, un ragazzone dall’aria decisamente imbecille ricambia adesso il suo sguardo.
E poi più niente, primo piano di Bill e schermo nero. Come a inizio film, Holly Golightly ci ricorda che ogni stagione ha una fine.

Curioso, a questo punto, che per parlare di un film che se ne fa beffe, il sottoscritto abbia dovuto raccontarne la trama.
Jarmusch mette sul tavolo indizi, prove potenziali e richiami senza però connetterli davvero tra loro, mettendo così in crisi la nostra abitudine a porre in relazione gli elementi di un racconto per farne simboli e produrre significato (o quantomeno la nostra propensione a ricercare un ordine estetico nella disposizione degli oggetti nello spazio – della serie: arredare una stanza facendo attenzione che il colore del bordino della mensola sia ben intonato con il ricamo delle piastrelle sul pavimento).
È un gioco, quello di Jarmusch, ma è un gioco molto serio, oltre che rischioso: sappiamo quanto sia importante risarcire lo spettatore, dargli un croccantino ogni quarto d’ora perché prosegua beato la visione; ma se la questione è la nostalgia – quella stampata sul faccione di Don/Bill obbligato a trasformarsi lui stesso, in piena crisi di mezza età, in un inquieto roadtripper proprio come il figlio misterioso che non ha conosciuto – se la questione è la nostalgia, non c’è altra scelta.
Persino la saudade più delicata impone la presa di coscienza di quanto poco rosa ci sia nella vita, e quanta assenza di senso si possa percepire nella maturazione.

Cosa resta, dunque, se si toglie il senso? Come detto in apertura, la vista.
Broken flowers è un film di visione – i luoghi, le persone, persino gli interni delle automobili guidate da Bill Murray – per quanto non spettacolare. Non ci sono inquadrature mozzafiato e neppure la fotografia dopata di certo cinema d’autore contemporaneo. Resta l’esperienza di ciò che viviamo nelle pause, tra gli interstizi tra ciò che consideriamo i grandi eventi della vita (e del cinema): non il momento in cui si diventa padri, non il momento in cui è innamorati, non il momento, insomma, in cui abbiamo la sensazione che ci stia accadendo qualcosa, ma ciò che di solito viene mangiucchiato dall’ellissi: il momento, cioè, in cui di solito accade la poesia.
E questo, a pensarci bene, è il più prezioso dei risarcimenti.

(Poi, a film finito, apprendiamo che almeno un fatto romanzesco, in Broken flowers, c’è, eccome – ed è reale; è un mero dato di produzione, che apprendiamo dai titoli di coda: il nome dell’attore che interpreta il ragazzo nel maggiolone. Si chiama Homer Murray ed è il figlio, lui sì quello vero, di Bill Murray.)

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