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Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi

«Quello della delazione è l’unico genere non controllato dalla censura.»

Con Il defunto odiava i pettegolezzi (Adelphi) Serena Vitale scioglie la pillola del biografismo in un documentario destrutturato.

Più che terra del socialismo, la Russia di Vladimir Majakovskij – anche quella del “post”, del Majakovskij riabilitato – è il Paese in cui divorziare è facilissimo… per troppo amore. C’è amore ovunque, in questa storia che ci fa detective più che lettori: amanti, mariti, mogli, “compagni e compagne”… ma il cuore è solo nel petto di Vladimir. “Noi andiamo dal Padre delle Anime, ma bisogna passare accanto al drago” ammoniva San Cirillo di Gerusalemme: e draghi erano tutti – Lili e Osip Brik, Nora Polonskaja, e poi i membri gli artisti e i delatori dell’OGPU/NKVD – attorno a Majakovskij.

Vicenda in sé notevole, insomma, soprattutto per via di questi russi, di quel loro carattere di cospirazione continua in lotta o in appoggio alla macchina no-anima sovietica, di quelle identità moltiplicate da patronimici, nickname, vezzeggiativi, trascrizioni errate e ribadite fino a nuova consuetudine… E poi quella capacità innata di fare del suicidio una raffinata forma d’arte individuale (escapismo, rimedio contro la colletivizzazione coatta d’ogni cosa nell’URSS che fu?)… Laddove quel “pettegolezzi” del titolo rimanda in effetti all’immagine in brandelli di una Verità, franta in spicchi di cielo “instellato di poesia”, che osserviamo nel mosaico di uno specchio crepato a morte dal troppo specchiarcisi…

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Microrec

Rogue One — A Star Wars story

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«I have a baaaaaad feeling about this.»

Bisogna guardarlo tutto, fino al doppio schiaffo finale, Rogue One, per capire che è un finto spin-off di Star Wars, e che invece si tratta del meraviglioso anello mancante tra Episodio III e Episodio IV.
Un doppio schiaffo che forse neppure L’Impero colpisce ancora seppe regalare nell’epoca d’oro della saga di George Lucas.

Oppure: concentratevi sulla colonna sonora di Michael Giacchino, per capire quanto Rogue One sia un vero ritorno a casa molto più di quanto non fosse Episodio VII. Giacchino sostituisce John Williams accarezzando i suoi leitmotiv, rielaborandoli appena e poi allontanandosene a velocità luce come una fregata imperiale nell’iperspazio – e fate caso, invece, a quanto certi passaggi elettronici o certe chitarrine distorte a zanzara nella serie Clone Wars stridano con l’estetica di Star Wars.

Perché in fondo Star Wars è proprio questo: un blockbuster epico e fiabesco, a volte sci-fi altre fantasy, e poi geopolitica – dunque guerra, e Rogue One è un film di guerra – e ancora, soprattutto: estetica.

Quanto al blockbuster: è riuscito, ed è il caso di Rogue One, quando non è inferiore al suo trailer e quando hai voglia di restare seduto, a visione ultimata, per riguardarlo daccapo: significa che il film ha ritmo, che le scene d’azione sono ben congeniate e che i dialoghi sono semplici* al punto giusto.

E siamo all’estetica.
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Storie

La visione di Sara Taylor

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Non era abbastanza grande per essere il dente di una mucca. Probabilmente era appartenuto a un cervo che era stato aggredito dai coyote. Oppure era da poco morto di vecchiaia, sotto quel cielo, con il vento che si portava via la sua anima e i piedi delle Blue Ridge a fare da contorno alla scena. Non un brutto posto per morire, tutto considerato.

C’è un punto, più o meno a metà di Tutto il nostro sangue, in cui il lettore potrebbe sentirsi smarrito, abbandonato dall’autrice Sara Taylor tra le paludi e le sabbie e i sentieri di gusci d’ostrica delle Shore. Dopo cinque o sei capitoli in cui si susseguono stupri, fughe ed evirazioni notturne si è un po’ frastornati, e la domanda è la seguente: dove ci sta portando Sara Taylor? Siamo sicuri che si tratti di un romanzo, e non di una semplice raccolta di racconti?

Per quanto legittima, la domanda è anche fuorviante, così come il ricorso a classificazioni e generi che servono a rassicurare più certe direzioni marketing che i lettori – soprattutto, poi, quando si è alle prese con una generazione di scrittori, quella a cui appartiene la stessa Taylor, in grado di gestire temi e soluzioni formali tra i più disparati (la tradizione, direbbe qualcuno) in un’unica opera. Con un po’ di pazienza, dunque – la stessa che si mette nella ricostruzione e nelle ricerche imbastite a partire da un albero genealogico, ad esempio – il lettore si schiarirà le idee e pian piano vedrà riannodarsi i fili del racconto. Non tutti, però.

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Storie

La nostalgia rigorosa di Annie Ernaux

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È storia di qualche settimana fa: Il posto di Annie Ernaux torna in classifica, a due anni dall’uscita per L’Orma Editore, grazie all’iniziativa popolare di Modus Legendi. Circostanza singolare, non tanto per la qualità dell’opera quanto perché quella della Ernaux, pur non essendo particolarmente complessa, è tutt’altro che una scrittura piacevole o accomodante – ancor meno da classifica. Nel corso della sua vita – più che della sua carriera, è il caso di dire – la scrittrice francese ha sempre attinto alla sua biografia. A partire dalla morte del padre di cui si legge proprio ne Il posto, la Ernaux ha parlato di un aborto, di un cancro, della morte prematura di una sorellina, fino al tentativo di fondere insieme, ne Gli anni (2008, nella cinquina del Premio Strega Europeo), la storia collettiva del Novecento francese con quella personale.

In generale, nessun desiderio letterario sembra attivare la scrittura della Ernaux quanto, piuttosto, la necessità di comprendere, di mettere a fuoco senza farsi troppe illusioni circa il risultato finale. Nella sua opera manca del tutto l’artificio, il trucco, la codina bitorzoluta dell’autore che voglia a tutti i costi compiacere o portare dalla sua il lettore. Solo ne Gli anni troviamo dei sussulti stilistici che ne fanno forse il testo più contemporaneo di una scrittrice che resta, comunque, fortemente novecentesca: l’alternarsi della prima persona plurale col punto di vista, alla terza singolare, del personaggio-narratrice; l’uso, quasi virtuosistico, degli elenchi; e infine un certo intersecarsi dei piani temporali, quasi a sussurrare che il tempo non scorra affatto come siamo abituati a pensare.

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Fuocoammare, Gianfranco Rosi

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«Perché la vita stessa è un rischio.»

Il bambino ha l’occhio pigro ma il pubblico – noi occidentali, quando vogliamo – ci vediamo benissimo; così pure l’Angelo della Storia, che stavolta non dovrà nemmeno voltarsi per giudicare: stavolta guarda e vomita già mentre accade.

Quanto all’isola: Lampedusa è il fermo immagine nel maelstrom dell’estetica del Mediterraneo: lo stesso mare in cui facciamo il bagno, le vacanze, i turisti, Mykonos e Santorini, lo stesso in cui hanno nuotato Salvatores, Virzì, i Vanzina.
Così Lampedusa è la roccia dove l’uomo può ancora essere uomo – purché sia uomo.
Mi stupisce sapere che da Nantucket alla Martinica come in Senegal e in Etiopia l’abitudine è la stessa: comunque vada, prima le donne e i bambini.

Cos’è questo? Un neorealismo finalmente guardabile, che non annoia l’occhio? Per noi occidentali l’etica, la morale di quest’inizio secolo sono subordinate all’estetica.
Questo è certo.
Dal canto suo, Gianfranco Rosi non fa cinema, non fa documentario; Fuocoammare è bellissimo e tedia insieme come la vita non mediata; non ha tesi da dimostrare né trama, ma scrittura sì, eccome.

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XXI Secolo, Paolo Zardi

Tempo fa ho chiesto – chiedendolo soprattutto a me stesso, su Facebook – perché ci piacciano tanto le distopie.
La domanda era stata innescata da un’intervista a due scrittrici americane letta sul blog di SUR e da questo status dello scrittore Paolo Zardi:

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Quello stesso giorno, poi, la mia copia di XXI secolo è arrivata in libreria; data la coincidenza, ho deciso di darmi subito in pasto alla scrittura di Zardi.

Nel romanzo le cose stanno così: il mondo occidentale è semifinito, schiacciato da assetti geopolitici mutati (si intuiscono, come sole superpotenze rimaste, il Brasile, la Cina e una Russia neozarista). Il proverbiale ceto medio è impoverito del tutto, i migranti neppure prendono in considerazione l’ipotesi di raggiungere l’Europa (un vecchio sotto calde coperte che scruta il mondo dalle finestre di un ospizio, la definisce Zardi) e gli italiani, quando non si accoppano tra loro o con gli stranieri bloccati qui, tentano la fuga verso l’Austria (e qui Zardi anticipa qualcosa dei muri del Brennero, mentre per un istante sembra incrociare il suo romanzo con quello di Bruno Arpaia, Qualcosa là fuori, uscito però circa un anno dopo XXI secolo).

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Broken flowers

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Tutto casca nell’assenza di senso, a parte uno – dei cinque sensi: la vista. Potrebbe sembrare un quadro di Edward Hopper, si tratta invece di Broken flowers, che ho visto – finalmente – con ben dieci anni di ritardo rispetto alla sua uscita.
Dieci anni in cui il cinema ha accelerato verso la moltiplicazione di universi espansi di blockbuster e artifici digitali; dieci anni per dimenticarmi del cinema lento, di poesia e visione, del cronopio hopperiano – volendo avvicinare il pittore americano allo scrittore argentino Cortázar – Jim Jarmusch; il quale in Broken Flowers si affida alla speranza Bill Murray – stando ancora al divino Julio – per mettere in piedi una commedia che presto promette investigazioni, romanticismo e colpi di scena, e che alla fine ci lascia invece con in mano il più classico pugno di mosche che sempre è la poesia migliore.

Bill Murray, qui, è Don Johnston. “Con la T” ricorda a chi, nel corso del film, è pronto a scambiarlo per il celebre attore di serial polizieschi.
Scapolo incorreggibile con una lunga lista di ex sul groppone, Don passa le sue giornate sul divano, in tuta, ad ascoltare musica. A un certo punto lo molla pure l’ultima compagna, convinta che non faranno mai sul serio; quello stesso giorno, Don riceve una lettera anonima – battuta a macchina, carta e busta rosa – con cui una donna gli rivela d’aver avuto, vent’anni prima, un figlio da lui.
Quel bambino è adesso un ragazzone inquieto, dice la lettera, in viaggio, on the road, per gli States.
Se fosse per Don, la missiva resterebbe lì dov’è, per terra, nell’ingresso del suo villino dove è stato appena mollato. Perché Don Johnston è soprattutto Bill Murray.

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