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Alci e balene grigio-matita: intervista ad Andrea Antinori

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Musicisti, uomini barbuti tutti testa e gambe e animali, soprattutto animali: sono queste le invenzioni che popolano le opere di Andrea Antinori, illustratore bolognese classe 1992. Pupazzi divertenti e surreali che animano due libri usciti per Corraini — Questo è un alce? e Un libro sulle balene — e diverse altre illustrazioni che segnano le collaborazioni di Andrea con Vànvere e Einaudi Ragazzi. Oltre che qualche puntatina in Francia e in Inghilterra.

Andrea lo incontro nella mia città, a Francavilla Fontana, in occasione di Libri in Circolo, un piccolo festival organizzato dalla Francavillese, libreria indipendente in cui ho lavorato per qualche mese l’anno scorso. Già allora avevo avuto modo di conoscere la sua opera — sue diverse illustrazioni per segnalibri e manifesti. Mi colpisce, oltre all’eccezionale bravura di Andrea, il fatto che non saprei ricondurre il suo tratto a quello di nessun altro artista, più o meno contemporaneo. Data la mia passione per le balene, per lo più letteraria, quando lo incontro scambiamo subito qualche parola; e così ascolto il suo tono calmo, tutt’altro che giovanile, da rocker introverso. Concordiamo così quest’intervista. L’unica regola che mi sono dato è stata, ovviamente: evitare ogni inciampo nella tossicità retorica del Giovane Artista Italiano.

Prima di tutto: da dove nasce la tua curiosità per gli animali?
È un debole che mi porto dietro da quando sono bambino. Anzi, probabilmente quando ero bambino riuscivo a informarmi di più, e oggi paradossalmente molte conoscenze derivano da quel periodo. Ovviamente quello che impari e leggi a quell’età (purché sia un interesse) poi non si dimentica più, mentre tante cose che vado a cercarmi oggi spesso tendo a dimenticarle. Più che i libri di narrativa, da bambino ho sempre preferito le enciclopedie e i libri che trattavano gli animali dal punto di vista scientifico, e in un certo senso, Il libro sulle balene ha come lettore modello me stesso da bambino. Addirittura potrei dire che già allora era un interesse non solo leggere, ma produrre qualcosa del genere, infatti non mi limitavo a disegnare gli animali: spesso e volentieri affiancavo la loro immagine a una descrizione dettagliata degli aspetti che mi colpivano di più, una sorta di scheda tecnica che riportava anche i dati come dimensione, peso e nome scientifico.

I tuoi due libri, Questo è un alce? e Un libro sulle balene, hanno in comune, oltre che l’argomento da bestiario — sia pure declinato in modi e stili diversi, come vedremo — il fatto che siano stati prodotti e voluti fortemente già in ambito accademico, cioè dall’ISIA di Urbino. Immagino sia un fatto molto importante, per un illustratore. Ci racconti com’è andata?
In realtà solo Il libro sulle balene è prodotto all’interno dell’ ambito accademico, nato come tesi. Questo è un alce? è un’idea che ho avuto al di fuori dei progetti scolastici, dopo esser stato alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna nel 2013. Avevo 20 anni. Volevo far vedere qualche disegno agli editori, ma oltre ad aver dimenticato di fare un portfolio, una volta lì mi sono accorto che era molto difficile partire solo dai disegni. Quell’anno ci fu Steven Guarnaccia che al Mambo di Bologna presentava il suo allora nuovoCinderella, alla presentazione suggerì a tutti di tenere sempre un taccuino in tasca, perché un’idea può arrivare da un momento all’altro. Così è stato. Poco tempo dopo mi è arrivata l’idea che, non appena pronta, ho mandato per mail a Corraini edizioni. Non so se allora mi aspettassi veramente una risposta positiva, ma ho sempre apprezzato il loro lavoro, e anche il mio modo di raccontare le cose era già vicino a quello vedevo nei loro libri. In ogni caso, che i progetti siano nati prima per l’ISIA o meno, la mia formazione al suo interno mi è stata fondamentale e si può dire che ha influito sempre nel mio lavoro. Prima di tutto mi ha insegnato come pensare e cosa fare prima di mettere le mani su un progetto, dandomi la possibilità di avere un buon controllo quando poi passavo al lato pratico.
All’ISIA non c’è stato solo un buon insegnamento, ma anche molte persone che ho incontrato, con cui scambiavo (e scambio tuttora) pareri e a cui chiedo consigli. Questo credo sia uno dei lati importanti per l’illustrazione che si può apprendere in un ambito accademico, il riscontro del tuo lavoro con gli altri è sempre tremendamente necessario.

Se Questo è un alce? è evidentemente un libro per bambini, a partire dallo stile surreale e fantasioso, mi sembra che Un libro sulle balene, che pure ha un tono pedagogico (benché assolutamente informale), sia facilmente fruibile anche da un adulto (persino io che sono un baleniere mancato ho imparato un sacco di cose, leggendoti). Non che queste distinzioni siano importanti, ma credo ci sia stata soprattutto una tua evoluzione a livello stilistico, tra i due libri.
L’evoluzione c’è stata solo perché sono cresciuto tra i due libri, e chiaramente per il libro delle balene avevo più chiaro come comportarmi di fronte a un libro. Ma sono due lavori troppo diversi, e non riesco a dire che uno sia migliore dell’altro, che sia così visibile e importante l’avanzamento. Questo è un alce? è un libretto, e se fosse stato più lungo non avrebbe funzionato altrettanto bene. Mi piace che lo si possa leggere e interpretare a proprio modo, e così è stato, molte persone mi hanno raccontato cosa ci hanno visto, alle volte cose che non avevo previsto nemmeno io. È vero, oggi disegno meglio di allora, ma conta qualcosa quando il libro stesso suggerisce che non bisogna saper disegnare per forza bene per poter disegnare? Entrambi i libri sono per bambini e per chi è già cresciuto, su nessuno dei dei due c’è un divieto per l’eta di lettura. Mi sento legato ad entrambi allo stesso modo, sono semplicemente due modi diversi (e neanche troppo) di narrare che rappresentano prima di tutto il mio modo di esprimermi.

Come accennavamo prima, se in Questo è un alce? il concetto stesso di alce era deformabile, plasmabile a piacimento del lettore, in Un libro sulle balene mi sembra ci sia un certo rigore. Tutti gli animali e gli oggetti raffigurati nel libro mi sembrano definiti e rispettosi di proporzioni e spazi reali. E però, al tempo stesso, il tratto e il colore richiamano la matita, qualcosa che può essere cancellato da un momento all’altro, magari dal lettore stesso.
Il libro sulle balene è un libro divulgativo, ogni volta che dovevo disegnare qualcosa dovevo conoscerla bene, e osservarla da ogni punto di vista. Quindi cercavo molte immagini, selezionando gli elementi fondamentali che determinavano la loro riconoscibilità, per poi rendere queste figure più semplici, più sintetiche. Non poteva essere un procedimento approssimativo, dovevo disegnare soggetti specifici, una balena della Groenlandia non poteva essere scambiata per un’altra balena. In questo senso lo strumento che ho utilizzato, la matita, ha reso ancora più semplici le mie immagini, e forse, come dici tu, creato un rapporto con il lettore, in quanto è una tecnica riconoscibile, e riproducibile da tutti. Tornando a semplicità e sintesi, credo che per un libro divulgativo sia paradossalmente indispensabile, e non solo con i bambini. L’obiettivo non è trasformare tutti i lettori in biologi (anche perché non lo sono neanche io), ma rendere evidenti gli aspetti fondamentali che rendono riconoscibile un soggetto o un comportamento. Quindi, se ci sono meno elementi visibili, ma ben chiari, si dà la possibilità a chi legge di apprendere, ma anche di interessarsi e divertirsi. La lettura (e la visione) di queste cose non deve essere un peso, ma un piacere.

A proposito di odontoceti, misticeti e balene, quando ci siamo visti mi hai detto una cosa molto bella: ovvero che nel corso dei secoli gli uomini hanno dovuto immaginare la maggior parte del corpo di questi giganti, dato che spesso ne avvistavano solo la testa e la coda. Ed ecco tutte le leggende sui mostri marini, dal Ceto ai capodogli bianchi passando per il Leviatano…
Sì. L’immaginario legato ai cetacei, in particolar modo alle balene nel corso dei secoli è stato decisamente travagliato, e non sempre lineare. Si pensi solo che le balene vennero classificate da Aristotele giustamente come mammiferi, ma nel medioevo tornarono a essere pesci. Ed è proprio questo il periodo in cui nascono le balene più strambe. Si parla di balene-cinghiale, balene-cavallo e balene rosse. La balena del Diavolo era un cetaceo che terrorizzava i marinai, perché, anche solo pronunciando il suo nome, l’animale si presentava per distruggere l’imbarcazione su cui ci si trovava. Il problema era proprio che al tempo non si riusciva ad osservare questi animali sott’acqua, e quindi ci si doveva accontentare delle parti del corpo che emergevano fuori, per poi inventare tutto il resto. Non a caso di queste balene fantastiche, le uniche parti corrispondenti a cetacei reali sono lo sfiatatoio con il rispettivo soffio e la pinna caudale. Questo immaginario tipico del bestiario medievale ha iniziato a perdere piede dalla fine del XV secolo, con l’inizio della caccia commerciale alla balena, che quindi permetteva la loro osservazione. C’è comunque da dire che la loro rappresentazione continuò a rimanere un po’ stramba anche dopo, in quanto gli animali venivano osservati solo da morti, e quindi disegnati gonfi e malfermi, fino a quando non si sono riusciti a studiare anche da vivi.

Una cosa che mi colpisce del tuo stile è che è particolarmente personale. Guardando le tue opere — anche quelle fuori dai due libri, che si possono sfogliare sul tuo sito-– non mi viene in mente nessuna possibile influenza, nessun altro artista a cui sembri ispirarti. Però ce ne saranno, immagino.
Diciamo che il mio modo di disegnare è molto naturale, cerco di essere sempre il più sincero possibile con me stesso. Le influenze sono spesso diverse e specifiche per le immagini che devo fare, a seconda del tema e del loro contenuto cerco di ispirarmi — alle volte arrivando alla citazione — a chi mi sembra più adatto in quel contesto. Per il libro delle balene più che al modo di disegnare mi sono ispirato proprio a interi progetti di illustratori, ponendomi più precisamente tra Mar di André Letria e Ricardo Henriques e Disegnare in fondo al mare di Harriet Russell. Per le illustrazioni, mi sono riferito alle volte alle tavole ottocentesche di Charles Melville Scammon, naturalista che al tempo si occupò moltissimo della vita dei mammiferi marini e di caccia dei cetacei.

Vorrei chiederti, per concludere, qualche anticipazione sui tuoi lavori futuri. E poi: come e quando lavori, in che condizioni ambientali, se c’è qualche rito o abitudine particolare cui sei legato…
Non ti dico di cosa parlerò la prossima volta, ma sicuramente non di animali. È un interesse molto grande che ho, che mi segue da sempre, ma non l’unico, quindi a voi la sorpresa. Più che riti ho diverse ossessioni, sono sempre molto metodico anche se spesso vorrei esserlo meno, molte volte se faccio qualcosa che mi sembra porti a migliorare il risultato faccio fatica a staccarmene, anche quando sarebbe meglio. Quando lavoro ascolto sempre molta musica, passando da un genere all’altro, e riesco ad espandermi nello spazio in modo alle volte anche per me incredibile. Anche se mi trovo in una stanza vuota, in poco tempo vengo attorniato dal disordine.

[Questo articolo è stato pubblicato l’8 settembre 2016 su Ultima Pagina.]

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