Le storie degli altri

Uno specchio in bocca — Ben Lerner

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Il nostro disprezzo per la singola poesia dev’essere perfetto, dev’essere totale, perché solo una lettura spietata che ci permetta di misurare la distanza fra il virtuale e il reale ci consentirà di fare esperienza, se non di una poesia autentica – dato che non ne esistono – di uno spazio per l’autentico, qualunque cosa significhi.

La crudeltà della logica poetica è tanto più dolorosa in quanto fin da piccoli ci hanno insegnato che siamo tutti poeti in virtù del fatto di essere umani. La nostra capacità di scrivere poesie è quindi, in un certo senso, la misura della nostra umanità. O almeno, questo ci insegnavano a Topeka: tutti abbiamo dei sentimenti dentro di noi (dove si trovano, di preciso?): ed è la poesia il luogo in cui si esprime (o si spreme, come fosse un’arancia?) questo territorio interiore. Dato che il linguaggio è la base della socialità e la poesia è l’espressione sotto forma di linguaggio della nostra irriducibile individualità, il nostro essere persone è legato a doppio filo con il nostro essere poeti. “Sei un poeta senza neanche saperlo”, ci diceva sempre il maestro X in seconda elementare: pronunciava questo irritante ritornello ogni volta che dicevamo due parole che facevano rima. Io credo che questo cliché scherzoso nasconda una convinzione reale sull’universalità della poesia: ci sono bambini che studiano pianoforte, bambini che vanno a lezione di tip tap, ma non diciamo che ogni bambino è un pianista o un ballerino. E invece sei un poeta, che tu lo sappia o meno, perché far parte di una comunità linguistica – essere un “tu” a cui ci si rivolge – significa avere in dono una capacità poetica.

Se sei un adulto abbastanza sciocco da dire a un altro adulto che sei (ancora!) un poeta, spesso l’interlocutore ti descrive il suo allontanamento dalla poesia: ne scrivevo alle superiori; mi ci dilettavo all’università. Quasi mai lo fanno ancora. Ti raccontano però che hanno un nipote o una nipote che scrive poesia. Questi incontri ormai abituali – il mio più recente è avvenuto dal dentista, mentre stavo con la bocca spalancata e il dottor X per poco non mi strozzava con uno specchio, quasi fosse alla ricerca dei miei sentimenti più riposti – hanno un tono difficile da descrivere. C’è l’imbarazzo nei confronti del poeta – non sei capace di trovarti un lavoro vero e lasciarti alle spalle queste bambinate? – ma c’è anche imbarazzo da parte del non poeta, perché dover ammettere la propria totale alienazione dalla poesia stride contro l’antica associazione fra la poesia e l’identità umana. Il fantasma di quella romantica unione fa sì che l’allontanarsi dalla poesia diventi un allontanarsi dalle proprie pure potenzialità di essere umano per calarsi nelle circostanze di una persona reale in una concreta situazione storica, con le mani dentro la mia bocca. Ho avuto la sensazione che il dottor X, mentre mi sbatteva lo specchietto contro i molari, sdegnasse l’idea che da quell’orifizio potesse uscire dell’autentica poesia. E il dottor X aveva ragione: non esiste la poesia autentica; c’è solo, in definitiva, e al massimo, uno spazio per quell’autenticità.


Ben Lerner | Odiare la poesia (Trad. Martina Testa)

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