Le storie degli altri

Uno specchio in bocca — Ben Lerner

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Il nostro disprezzo per la singola poesia dev’essere perfetto, dev’essere totale, perché solo una lettura spietata che ci permetta di misurare la distanza fra il virtuale e il reale ci consentirà di fare esperienza, se non di una poesia autentica – dato che non ne esistono – di uno spazio per l’autentico, qualunque cosa significhi.

La crudeltà della logica poetica è tanto più dolorosa in quanto fin da piccoli ci hanno insegnato che siamo tutti poeti in virtù del fatto di essere umani. La nostra capacità di scrivere poesie è quindi, in un certo senso, la misura della nostra umanità. O almeno, questo ci insegnavano a Topeka: tutti abbiamo dei sentimenti dentro di noi (dove si trovano, di preciso?): ed è la poesia il luogo in cui si esprime (o si spreme, come fosse un’arancia?) questo territorio interiore. Dato che il linguaggio è la base della socialità e la poesia è l’espressione sotto forma di linguaggio della nostra irriducibile individualità, il nostro essere persone è legato a doppio filo con il nostro essere poeti. “Sei un poeta senza neanche saperlo”, ci diceva sempre il maestro X in seconda elementare: pronunciava questo irritante ritornello ogni volta che dicevamo due parole che facevano rima. Io credo che questo cliché scherzoso nasconda una convinzione reale sull’universalità della poesia: ci sono bambini che studiano pianoforte, bambini che vanno a lezione di tip tap, ma non diciamo che ogni bambino è un pianista o un ballerino. E invece sei un poeta, che tu lo sappia o meno, perché far parte di una comunità linguistica – essere un “tu” a cui ci si rivolge – significa avere in dono una capacità poetica.
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Le storie degli altri

Mangiare Aldo Moro — Giorgio Vasta

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Torno a sedermi. In televisione ancora il lago e gli elicotteri. Abbasso lo sguardo sulla minestra, il mio lago di cenere chiara: tutta Italia cerca Aldo Moro e Aldo Moro giace sul fondo del mio piatto, il suo corpicino come un bruco scuro, di quelli che in estate vedo avvolgersi al rallentatore sui rami verdi sottili come tendini oscillanti allungati fuori dai cespugli della casa al mare, un lepidottero malinconico, larvale, vestito di nero e spettinato, e io guardo la crosta di olio e tuorlo, prendo il cucchiaio e lo faccio scivolare dal bordo del piatto verso il basso, la conca un ostacolo, un contatto, Aldo Moro intirizzito, le braccia piegate strette contro i fianchi, la testa chiusa tra le spalle, le ginocchia contro il petto, l’onorevole esibito, ostentato, innalzato nella sua culla di acciaio inox e offerto a nutrimento sacrificale, a ostia da prendere in bocca e ingoiare senza pensiero, tutta l’Italia e tutti gli italiani, mangiare il presidente della Democrazia Cristiana, fare la comunione, non masticare, deglutire, sentire dentro il sapore di quaresima e di grano, medicina, e poi guardarsi negli occhi e trovarli luminosi e senza angosce, gli sguardi pieni compatti e onorevoli degli italiani.
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L’insetto religioso — James Hillman

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Graham Sutherland, Christ in Glory

Se la puntura d’insetto è una ferita del mondo sotterraneo, allora l’insetticida è uno strumento teologico, un Cristo chimico che aggredisce l’inferno nelle parole di Osea e di Paolo, “O Thanatos, dov’è il tuo pungiglione (Kentron)?”, per liberare il mondo di Thanatos e di Ade, quest’ultimo immaginato come una figura nera e alata. Kentron significa alla lettera pungiglione, ma fornisce anche l’etimo del nostro centro, il cui significato originale è pungolo, aculeo. Il pungolo al centro degli abissi sta sia per la presenza della morte sia per la brama cosmica di vita desiderosa di vivere, come l’appetito sensuale dei Karamazov, come Ade che è anche le ricchezze di Plutone, e la zoe di Dioniso. La rivoluzione cristiana, che ricentrò il cosmo nel mondo superiore (e nel corpo superiore, quello del Cristo risorto), ha rimosso il pungolo sia del desiderio che della morte. Noi celebriamo la vittoria di Cristo su Plutone con la nostra bomboletta di insetticida, agitando il turibolo nel rito laico, liberando il nostro Giardino, ciascuno il suo, dai demoni sotterranei.

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Però quella non è Holt — Kent Haruf

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Una domenica mattina stavano bevendo il caffè seduti al tavolo della cucina. Sul Post c’era una pubblicità della stagione teatrale del Denver Center for the Performing Arts. Addie disse, Hai visto che danno uno spettacolo tratto dall’ultimo di quei libri sulla contea di Holt? Quello con il vecchio che sta morendo e il predicatore.
Come hanno fatto i primi due, suppongo possano fare anche questo, disse Louis.
Gli altri li hai visti?
Li ho visti. Ma non riesco proprio a immaginare due vecchi allevatori che accolgono in casa loro una ragazza incinta.
Può succedere, disse lei. La gente può fare cose imprevedibili.
Non so, disse Louis. Si è inventato tutto lui. I dettagli li ha presi da Holt, i nomi delle strade e le descrizioni della campagna e la posizione dei luoghi, però quella non è Holt. E i personaggi non esistono. Se li è inventati tutti. Conosci dei vecchi fratelli che somiglino a quei due? Quelle storie sono successe qui?
Che io sappia, no. Nemmeno per sentito dire.
Si è inventato tutto.
Potrebbe scrivere un libro su di noi. Ti piacerebbe?
Non mi va di finire in un libro, rispose Louis.
La nostra storia non è più improbabile di quella dei due vecchi allevatori di bestiame.
Però è un’altra cosa.
In che senso? chiese Addie.
Be’, siamo noi. Non siamo improbabili, non mi sembra.
All’inizio però lo pensavi.
Non sapevo cosa pensare. Mi avevi colto di sorpresa.
Be’, adesso non sei contento?
Sì, è stata una bella sorpresa, non dico di no. Ma ancora non capisco come ti sia venuto in mente di chiedermelo.
Te l’ho detto. Solitudine. Voglia di qualcuno con cui parlare di notte.
Sei stata coraggiosa. Hai corso un rischio.
Sì. In ogni caso, se non avesse funzionato non credo mi sarei sentita peggio. Se non per l’umiliazione di venire respinta. Ma ho immaginato che non saresti andato in giro a raccontarlo, se mi avessi rifiutata l’avremmo saputo solo tu e io. Però ora lo sanno tutti. Lo sanno da mesi. Siamo una notizia vecchia.
Non siamo una notizia vecchia. Non facciamo proprio notizia, di nessun tipo, né vecchia né nuova, disse Louis.
E tu vorresti fare notizia?
No, diamine. Voglio soltanto vivere tranquillo, badare alle cose di ogni giorno. E di notte venire a letto con te.
Be’, è proprio quello che stiamo facendo. Chi si sarebbe aspettato che a questo punto delle nostre vite potesse capitare una cosa del genere. Chi l’avrebbe mai detto? Per noi le novità e le emozioni non sono finite. Non siamo diventati aridi nel corpo e nello spirito.
E non stiamo nemmeno facendo quello che pensa la gente.
A te andrebbe? chiese Addie.
Dipende solo da te.


Kent Haruf | Le nostre anime di notte

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Patire e sapere che non è reale — Julio Cortázar

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Parlo sempre del poeta, disse Andrés. Sospetto che il poeta sia l’uomo per il quale, in ultima istanza, il dolore non esiste. Gli inglesi hanno detto che i poeti imparano soffrendo ciò che insegneranno agli altri cantando; ma questo malessere il poeta non l’accetterà mai come reale, e la prova è che lo trasforma, gli dà un senso diverso, ed è proprio questa la cosa peggiore: patire e sapere che non è reale, che non ha potestà sul poeta poiché lui lo manipola e ne fa poesia, e in più nel farlo, gode come se stesse giocando con un gatto che gli graffia le mani. Il dolore è reale solo per chi lo soffre come una fatalità o una contingenza, dandogli diritto di cittadinanza, ammettendolo nella sua anima. In fondo il poeta non ammette più il patimento: soffre ma allo stesso tempo è quell’altro che lo guarda soffrire fermo ai piedi del letto, pensando che fuori c’è il sole.


Julio Cortázar | L’esame

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Solo clamori di fenomeni — Leonard Michaels

smoking

Saul Leiter

Quali che fossero i miei rimpianti riguardo all’università (gli anni perduti, niente dottorato), nessun giudizio mi aveva ancora ferito. Non avevo fallito in nulla di importante, come era accaduto, ad esempio, a Francis Gary Powers, il cui nome era sulla bocca di tutti. Il suo aereo-spia, un U-2, era stato abbattutto in Russia, ma lui non si era ucciso prima di essere catturato. Invece, aveva confessato di essere una spia. Il presidente Eisenhower, il quale aveva dichiarato che l’U-2 era un aereo per rilevazioni meteorologiche, fece la figura del bugiardo.
C’erano pochi eroi. Malcolm X e Fidel Castro, dal leggendario coraggio, incarnavano il disordine violento; erano stati entrambi in prigione. Ma anche gli eroi sportivi, che sono semplici, potevano scatenare la violenza: dopo una partita, una folla furiosa sciamò giù dagli spalti, circondò il grande Mickey Mantle, gli strappò il berretto, gli graffiò la faccia e lo prese a pugni sulla mascella, così forte che dovettero fargli una radiografia per vedere se l’osso era fratturato.
L’odore dell’inchiostro di stampa, una patina oleosa delle mie dita, si mescolava al fumo delle sigarette e all’aroma del caffè. Le pagine giravano e scoppiettavano come il fuoco, o come ossa che si spezzano. Lessi che 367 persone erano morte in incidenti stradali durante il fine settimana del Memorial Day e che, da quando era apparsa la prima automobile, oltre un milione di persone erano morte sulle nostre strade, più che in tutte le guerre che avevamo combattuto. E ancora: due sorelle erano state trovate morte nel loro appartamento di Gracie Square, nella vasca da bagno, in camicia da notte. La mano di una di loro stringeva un rasoio. Non si parlava di sangue. Era giornalismo all’antica, rispettosamente distaccato dalle tragedie personali. Non una parola su come le sorelle si fossero sistemate nella vasca. La vita era defluita dalle loro vene come la folla vomitata dagli spalti per adorare e ferire Mickey Mantle. Non c’erano significati davvero grandi, solo clamori di fenomeni. Leggevo assiduamente. Mi tenevo in contatto con la mia specie.


Leonard Michaels | Sylvia

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Una cosa mostruosa — Werner Herzog

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Nessuno, non c’è un’anima, silenzio opprimente. E in mezzo a tutto, stranamente, brucia una fiamma da petrolio. S’agita, un fantasma di fuoco, nel vento. Giù nell’arancione della pianura vedo strisce di pioggia, e l’annuncio della fine del mondo brucia e arde in cielo. Una ferrovia fugge per la campagna e attraversa i monti. Le ruote scottano. Un vagone s’incendia. Il treno si ferma, si cerca di spegnere, ma il vagone non si vuol spegnere. Si decide di ripartire, svelti, svelti. Il treno si rimette in moto, va nel cosmo buio, sempre diritto. Nel nero totale dell’universo ardono le ruote e arde quel vagone. Inimmaginabili cadute di stelle hanno luogo, interi mondi crollano su se stessi, in un punto solo. La luce non può più fuggire, persino il nero più fondo qui dovrebbe fare l’effetto della luce e il silenzio un effetto di clamore. Il cosmo non è più riempito da niente, è il vuoto più nero che sbadiglia. Sistemi galattici si sono condensati in non-stelle. Una gran beatitudine si diffonde e dalla beatitudine si genera ora una cosa mostruosa. Questa la situazione. Una nube densa di mosche e moscerini mi turbina intorno alla testa, io do sventole tutt’intorno ma quelli mi seguono avidi di sangue ovunque. Come faccio ad andare a comprar qualcosa? Mi sbatteranno fuori del supermercato me e la mia nube d’insetti intorno alla testa. Un fulmine, molto più in basso di me, serpeggia nel cielo nero-arancio e va a colpire giusto il Franz del mulino. Questi aveva un solo amico ed era il Sepp Tempesta. Il Franz del mulino ha passato anni nel solaio della fattoria, imprigionato in un recinto di assi, perché la donna del Franz giù in casa aveva un affare col Sepp Tempesta. Lo chiusero dentro con le assi e lui mica si ribellò, perché gli portavano su la minestra da mangiare.
Fa bene la solitudine? Sì, fa bene. Solo che dà delle prospettive drammatiche. Intanto la nauseabonda proliferazione s’aggruma in riva al mare.


Werner Herzog | Sentieri nel ghiaccio

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