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Le storie degli altri

Io sono — John Berger

Queste fotografie sono il risultato della maestria tecnica di Strand, della sua capacità di scegliere, della sua conoscenza dei luoghi che visita, del suo occhio, del suo tempismo, dell’uso che fa della macchina fotografica. Ma Strand avrebbe potuto avere tutti questi talenti e non essere, malgrado tutto, in grado di produrre fotografie simili. Ciò che ha in definitiva determinato il successo delle sue foto di persone e di paesaggi (che altro non sono se non semplici estensioni di persone solo per caso invisibili) è la sua capacità di invitare al racconto, di presentarsi al soggetto da fotografare in modo da fargli venire voglia di dire: Io sono come tu mi vedi.
Tutto questo è più complicato di quanto sembri. Il tempo presente del verso “essere” si riferisce solo al presente; ciononostante, con la prima persona singolare davanti a sé, il presente assorbe il passato che è inseparabile dal pronome. L’espressione Io sono comprende tutto ciò che ha fatto di me quello che sono, è molto più che l’affermazione di un fatto immediato: è già una spiegazione, una giustificazione, una richiesta… è già autobiografia. Le fotografie di Strand ci dicono che i suoi modelli gli hanno permesso di vedere la storia della loro vita. Ed è per questa ragione che, sebbene i ritratti siano formali e in posa, non occorre che il fotografo o la fotografia fingano un ruolo preso in prestito.
Proprio perché conserva l’immagine di un evento o di una persona, la fotografia è da sempre collegata all’idea di storia. L’ideale della fotografia, a parte l’aspetto estetico, è fissare un momento “storico”. Come fotografo, tuttavia, Paul Strand ha con la storicità una relazione tutta sua. Le sue fotografie trasmettono una sensazione di durata. All’Io sono viene dato un tempo in cui riflettere sul passato e prevedere il futuro: il tempo di esposizione non fa violenza al tempo dell’Io sono: al contrario, si ha la strana impressione che il tempo di esposizione sia la vita intera.


John Berger | Sul guardare (trad. Maria Nadotti)

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La città e gli sguardi — Italo Calvino

A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano.
Passa una ragazza che fa girare un parasole appoggiato alla spalla, e anche un poco il tondo delle anche. Passa una donna nerovestita che dimostra tutti i suoi anni, con gli occhi inquieti sotto il velo e le labbra tremanti. Passa un gigante tatuato; un uomo giovane coi capelli bianchi; una nana; due gemelle vestite di corallo. Qualcosa corre tra loro, uno scambiarsi di sguardi come linee che collegano una figura all’altra e disegnano frecce, stelle, triangoli, finché tutte le combinazioni in un attimo sono esaurite, e altri personaggi entrano in scena: un cieco con un ghepardo alla catena, una cortigiana col ventaglio di piume di struzzo, un efebo, una donna-cannone. Così tra chi per caso si trova insieme a ripararsi dalla pioggia sotto il portico, o si accalca sotto un tendone del bazar, o sosta ad ascoltare la banda in piazza, si consumano incontri, seduzioni, amplessi, orge, senza che ci si scambi una parola, senza che ci si sfiori con un dito, quasi senza alzare gli occhi.
Una vibrazione lussuriosa muove continuamente Cloe, la più casta delle città. Se uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia d’inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d’urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe.


Italo Calvino | Le città invisibili

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Pensare il Messia — Guido Ceronetti

Bello anche pensare che non verrà il Messia, perché questo è, pur così duro, un pensare. L’amaritudine del tempo messianico essendo certa e verificabile, il non veniente viene. Samuel Beckett ha costruito, intorno a una venuta non veniente, un intero dramma dell’Attesa, impersonata da due straccioni in cui ci riconosciamo. La morte dell’attesa, morire all’attesa, è il peggior morire. Così dicendo, pallidamente risuscito me stesso dal sepolcro della mia privazione di attesa. Se la gente applaude alla parola Messia caduta per caso in una piccola poesia vuol dire forse un rifiuto ad essere morti all’attesa, portati per corridoi ciechi all’obitorio dell’anima. Il successo del Godot nella prigione di San Quentin fu corda toccata, fatta vibrare felicemente nel recinto carcerario, dove evidentemente sgocciola lungo i muri un messianismo infelice.
Pensare messianicamente, sia pure con una forzatura malinconica, trattiene la mente dal precipitare nell’incretinimento generale (misteriosamente, temo, pianificato) il cui primo stadio è raggiunto facendo spazzatura delle polverizzate speranze cieche.
Pensare il Messia è soffrire per qualcosa che vale perché ci oltrepassa, per qualcosa che dai confini della carne scruta il Deserto dei Tartari che avviluppa, mare ignoto, mantenendole disperatamente vigili, le possibilità umane.

“Il Messia non viene.”
“Ma perché dovrebbe venire?”
“Non lo so.”

[…] Il sogno però non può, non potrà mai, essere tolto a tutti. Perdura in quelli di noi che, pur non riconoscibili che a fatica, anche da se stessi, recano un sogno.
Il sogno. Il sogno. Il sogno. Il sogno. Il sogno.
Sognare è lo stesso che attendere.
Ecco, hanno suonato.
Vado ad aprire.
Non c’è nessuno.
È Lui.


Guido Ceronetti | Messia

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Società, secolarismo e superstizione — Roberto Calasso

Duemila anni dopo Cristo, il secolarismo avvolge il pianeta. Così è non perché abbia sconfitto le religioni, bensì perché, fra tutte le religioni, è la prima che non si volga a entità esterne ma a se stessa, in quanto visione giusta e ultima delle cose come sono e come devono essere.
Se il secolo ventesimo è stato il secolo dell’autoriflessione, questo carattere si manifesta anche nel fatto che la società prende se stessa come oggetto che ormai ingloba tutto, grazie a quell’arma invincibile che passa sotto il nome di tecnologia.

[…] Homo saecularis non è così contrario alle religioni in sé. Le religioni somigliano molto alle ideologie, e con queste ultime è abituato ad avere a che fare ogni giorno. Chi dice di essere cristiano non deve essere molto diverso da chi dice di essere vegetariano. Sono tutti gruppi, comunità, confraternite. Si può essere comunisti — come anche culturisti. Ogni scelta va rispettata. Sono tutte minoranze. Nicchie. Quel che Homo saecularis invece non riesce a cogliere è il divino. Non sa situarlo. Non rientra nell’ordine delle cose. Delle sue cose.

[…] Il divino è ciò che Homo saecularis ha cancellato, con cura, con insistenza. Lo ha anche espunto dal lessico di ciò che è. Ma il divino non è come una roccia, che tutti inevitabilmente vedono. Il divino deve essere riconosciuto. E il riconoscimento è l’atto supremo verso il divino. Atto sporadico, momentaneo, non trasponibile in uno stato. “Incessu patuit dea”, il divino è come il passo di una dea, che si fa avanti e subito va oltre. Il divino è uno scintillamento discontinuo, che rinvia a qualcosa di compiuto e continuo. Per Homo saecularis tutto questo era evanescente e contrario alla fisiologia che aveva elaborato in se stesso. Era vano, ormai, rivolgere i propri desideri in quella direzione.

[…] Divino e sacro: cosa accade se qualcuno che non è incline a professare una qualsiasi religione riconosce quelle due parole e ne ha esperienza, non meno intensa di quella di un fedele? Dovrà ammettere che quelle due parole indicano qualcosa che sussiste in sé, ancora prima e al di fuori di ogni culto. E già questo invita a squarciare l’involucro protettivo e soffocante costituito dalla superstizione della società.


Roberto Calasso | L’innominabile attuale

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Dove cadono le granate — Emmanuel Carrère

A nessuno dei due, né a Jean Rolin né a Jean Hatzfeld, piacerebbe assumere il ruolo dell’eroe positivo in queste pagine. Pazienza. Ammiro il loro coraggio, il loro talento, e soprattutto il fatto che, come il loro modello George Orwell, antepongano la verità a ciò che vorrebbero fosse la verità. Anche loro, come Limonov, non fingono di ignorare che la guerra è eccitante e che, potendo scegliere, ci si va non per virtù ma per piacere. Amano l’adrenalina e l’accozzaglia di spostati che si incontrano sulle linee di ogni fronte. Non sono indifferenti alle sofferenze delle vittime, a qualsiasi campo esse appartengano, e riescono a capire, fino a un certo punto, anche le ragioni dei carnefici. Curiosi del mondo nella sua complessità, se si trovano di fronte un evento che contraddice il loro punto di vista non solo non lo occultano ma lo mettono in risalto. Ed è il caso di Jean Hatzfeld, il quale, per una sorta di manicheismo condizionato, credeva di essere finito in un’imboscata di cecchini serbi decisi a colpire un giornalista, e dopo un anno di ospedale è tornato a Sarajevo per indagare giungendo alla conclusione che i proiettili che gli erano costata la gamba provenivano, per colmo di sfortuna, da miliziani bosniaci. Questa onestà mi colpisce ancor più perché non sfocia nel “sono tutti uguali” che è la tentazione di quelli che la sanno lunga. Giacché arriva infatti il momento in cui bisogna scegliere da che parte stare, o comunque da quale posizione osservare gli eventi. Superata la prima fase dell’assedio di Sarajevo quando, con l’acceleratore a tavoletta e a prezzo di enormi spaventi, era ancora possibile bordeggiare da un fronte all’altro, si doveva scegliere se raccontare gli eventi dall’interno della città assediata o dalle postazioni degli assedianti. Anche per uomini come i due Jean, restii a unirsi al coro delle anime belle, la scelta è stata naturale: quando uno è più debole e l’altro più forte, si continua, per onestà, a sottolineare che il più debole non è tutto bianco e il più forte non è tutto nero, ma ci schiera col più debole. Si va dove cadono le granate, non dove partono. Quando la situazione si capovolge, per un istante si resta sorpresi di provare, come Jean Rolin, “una innegabile soddisfazione al pensiero che una volta tanto erano i serbi a beccarsi tutta quella roba”. Ma è un istante che non dura a lungo, la ruota gira e, se si è quel genere di uomo, ci si ritrova a denunciare la parzialità del Tribunale internazionale dell’Aia che persegue con inflessibilità i criminali di guerra serbi ma lascia gli omologhi croati e bosniaci alla prevedibile clemenza dei loro tribunali nazionali. Oppure si fanno dei servizi sull’orribile condizione in cui vivono oggi nelle loro enclave del Kosovo i serbi sconfitti. Una regola, atroce ma raramente smentita, vuole che carnefici e vittime finiscano per scambiarsi i ruoli. Bisogna adattarsi in fretta, e non avere lo stomaco delicato, per restare sempre dalla parte di queste ultime.


Emmanuel Carrère | Limonov (trad. Francesco Bergamasco)

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Maria Corti l'ora di tutti Otranto
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Il diavolo in persona — Maria Corti

Che il tempo dovesse ancora peggiorare pareva sicuro, perché la tramontana dalle parti nostre non cala mai nelle ore del sole; lo spruzzo dell’acqua arrivava fino alle rocce fulminate del Cucurizzo, fino al basamento della torre del Serpe, che dominava dall’alto tutto il canale. Case vicino alla torre non ce n’erano, perché era posto sinistro quello, dove la notte i morti tornavano dal mare alla riva, salivano sugli scogli e andavano con sottili lamenti fra le malerbe. Questa storia sulla nostra costa ebbe inizio nei tempi addietro quando in terra d’Otranto regnava Maria d’Enghien e sulla torre viveva un serpe; in una notte di tempesta questo serpe salì a spirale lungo il muro della torre, infilò la testa fra le grate della feritoia più alta e visto l’olio della lampada, che faceva luce ai naviganti e dava segnale del porto, essendo privo di vero conoscimento, si bevve quell’olio sino all’ultima goccia e lo digerì disteso sulla pietra, nel silenzio della notte. Attraversava allora il canale un galeone di mercanti veneziani, che andò subito a sbattere contro gli scogli; i mercanti veneziani sparirono nell’acqua, ma non poterono aver pace nel fondo del mare, perché nei loro occhi morti, nei loro piedi morti era rimasta la voglia di terminare il viaggio interrotto. Così, di tanto in tanto, la notte essi passeggiavano sulla costa, ricordandosi delle cose piacevoli della vita.
Ad essere sincero, io non ho mai visto grossi serpi né scorzoni in questa terra, che bevano olio, e la mia esperienza di pescatore quel mattino mi portava a riflettere che qualcun altro doveva aver bevuto con maledetta gola l’olio della lampada, e cioè il diavolo in persona che, da quando è caduto dal cielo, ha usato il suo senno di angelo a rovinare la pace degli uomini.


Maria Corti | L’ora di tutti

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La stalla più fotografata d’America — Don DeLillo

Diversi giorni più tardi Murray mi chiese notizie di un’attrazione turistica nota come la stalla più fotografata d’America. Quindi facemmo in auto ventidue miglia nella campagna che circonda Farmington. C’erano prati e orti di mele. Bianche staccionate fiancheggiavano i campi che scorrevano ai nostri fianchi. Presto cominciarono ad apparire i cartelli stradali. LA STALLA PIÙ FOTOGRAFATA D’AMERICA. Ne contammo cinque prima di arrivare al sito. Nell’improvvisato parcheggio c’erano quaranta auto e un autobus turistico. Procedemmo a piedi lungo un tratturo per vacche fino a un lieve sopralzo isolato, creato apposta per guardare e fotografare. Tutti erano muniti di macchina fotografica, alcuni persino di treppiede, teleobiettivi, filtri. Un uomo in un’edicola vendeva cartoline e diapositive, fotografie della strada prese da quello stesso sopralzo. Ci mettemmo in piedi accanto a una macchia di alberi a osservare i fotografi. Murray mantenne un silenzio prolungato, scribacchiando di quando in quando qualche appunto in un quadernetto.
“La stalla non la vede nessuno” disse finalmente.
Seguì un lungo silenzio.
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