Le storie degli altri

Dio mi sta dentro

Dio mi sta dentro, disse.
Le avevo chiesto perché da qualche tempo avesse deciso di rendere di dominio pubblico il suo corpo. Deciso, esatto: perché era una cosa che prima della notizia del bimbo non aveva fatto mai.
E così tutti adesso conoscevano la linea del seno – e le linee, altrettanto morbide, che sullo sterno separavano una mammella dall’altra – la gobbetta della pancia in progresso di vita, l’acuto dello spazio tra i fianchi che restringendosi si chiudeva a V sul sesso, lasciandolo intuire glabro, mai ruvido, già pronto.
Perché adesso Dio mi sta dentro acquattato, sorrise alle mie insistenze. Perché adesso è osso attorno al quale ricresce della carne-membrana insperata, impossibile.
Lei spiegava e sapevo tutto di lei: le venuzze sul collo del piede; un neo sul palmo della mano, pianeta disperso dalla costellazione che si spiegava invece fitta tra le scapole; una voglia sull’interno della coscia destra a forma di flutto – tutto, lo sapevo io come ognuno tra quelli che la guardavano spogliarsi di giorno in giorno in questa sua nuova declinazione di vetrina permanente.
Non è più mio, questo corpo, non più desiderabile per me o per te soltanto. Insisteva col desiderio onirico, indesiderabile se non ricondotto all’etimo di stelle. Non guardano più me ma l’involucro dell’uovo, del verrà, del sarà… Sono un ponte, diceva, le scappava da ridere e se si tratteneva era solo per non offendere qualcosa di me ancora da scavare, ignoto pure a me stesso. Non sapevo più leggerla a fondo perché non era più desiderabile senza desiderarne un pezzetto non ottenibile, non più associabile alla moneta corrente del desiderio tra uomo e donna? Scoppiò a ridere, alla fine, ripetendo: Dio mi sta dentro, ma dentro a niente, se guardi bene sono di vetro, chiusa e sconclusa, cinghia e membrana di trasmissione, prolungamento di una storia-rigagnolo tra ghiaia e molo, porto d’approdo, partenza.


Guglielmo Soga | Casa di Dio

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Le storie degli altri

La corda si spezza e tu non lo sai — Primo Levi

Ciascuno di noi faceva il suo lavoro giorno per giorno, fiaccamente, senza crederci, come avviene a chi sa di non operare per il proprio domani. Andavamo a teatro e ai concerti, che qualche volta si interrompevano a mezzo perché suonavano le sirene dell’allarme aereo, e questo ci sembrava un incidente ridicolo e gratificante; gli Alleati erano padroni del cielo, forse alla fine avrebbero vinto e il fascismo sarebbe finito: ma era affare loro, loro erano ricchi e potenti, avevano le portaerei e i “Liberators”. Noi no, ci avevano dichiarato “altri” e altri saremmo stati; parteggiavamo, ma ci tenevamo fuori dai giochi stupidi e crudeli degli ariani, a discutere i drammi di O’Neill o di Thornton Wilder, ad arrampicarci sulle Grigne, ad innamorarci un poco gli uni delle altre, ad inventare giochi intellettuali, e a cantare bellissime canzoni che Silvio aveva imparato da certi suoi amici valdesi. Di quello che in quegli stessi mesi avveniva in tutta l’Europa occupata dai tedeschi, nella casa di Anna Frank ad Amsterdam, nella fossa di Babi Yar presso Kiev, nel ghetto di Varsavia, a Salonicco, a Parigi, a Lidice: di questa pestilenza che stava per sommergerci non era giunta a noi alcuna notizia precisa, solo cenni vaghi e sinistri portati dai militari che ritornavano dalla Grecia o dalle retrovie del fronte russo, e che noi tendevamo a censurare. La nostra ignoranza ci concedeva di vivere, come quando sei in montagna, e la tua corda è logora e sta per spezzarsi, ma tu non lo sai e vai sicuro.


Primo Levi | Il sistema periodico

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La frontiera — Alessandro Leogrande

Nelle prime righe di La linea d’ombra, Joseph Conrad scrive: “Già. Si va avanti. E anche il tempo va, fino a quando innanzi a noi si profila una linea d’ombra, ad avvertirci che bisogna dire addio anche al paese della gioventù…”
Il paese della gioventù… Dirgli addio. […] Spesso l’ingresso nel mondo degli adulti, la scoperta della morte, dei saliscendi della vita, avviene nei viaggi. Conrad intuì che ci sono frontiere della propria biografia che coincidono con le frontiere del mare. Proprio lì, dove i confini certi si fanno incerti, si aprono infiniti varchi per il passaggio in un’altra età della vita.
Proprio lì, in mezzo all’andirivieni delle onde, in un luogo imprecisato, senza coordinate cui aggrapparsi, dove tutto è orizzonte, sole di giorno e stelle di notte, e vomito, ansia, silenzio, promiscuità di corpi, proprio lì dove l’infinito coincidere con la nullità di ognuno, in quel luogo imprecisato, si dice addio al paese della gioventù. O meglio, alcuni riescono a dirlo, mentre altri intorno appassiscono.
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L’inutilità della singolarità — Kurt Vonnegut

Ho già espresso la mia opinione sulle cause che a quel tempo avevano indotto tanti pazzi a costruire macchine destinate a fare tutto ciò che gli uomini facevano. E quando dico tutto, intendo dire tutto. Voglio soltanto aggiungere che una volta mio padre, scrittore di fantascienza, scrisse un romanzo imperniato su un tizio che veniva deriso da tutti perché costruiva robot sportivi. Costui, per esempio, aveva creato un robot giocatore di basket che faceva immancabilmente rete, un robot giocatore di golf che non mancava mai una buca, un robot tennista che aveva un servizio infallibile, e così via.
In un primo tempo, la gente non riusciva a capire a che diamine servissero dei robot del genere, tant’è che la moglie del loro inventore lo piantava in asso (così come la moglie di mio padre, sia detto per inciso, aveva piantato lui) e i figli cercavano di farlo rinchiudere in manicomio. Ma poi lui informava i pubblicitari che i suoi robot sarebbero stati sponsorizzati da fabbriche di automobili, di birra, di rasoi elettrici, di orologi da polso e via di seguito. A partire da quel momento, raccontava mio padre, l’inventore faceva una fortuna, perché molti fans dei più disparati sport volevano essere esattamente come quei robot.
Ma non chiedetemi perché.


Kurt Vonnegut | Galápagos (trad. Riccardo Mainardi)

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Io sono — John Berger

Queste fotografie sono il risultato della maestria tecnica di Strand, della sua capacità di scegliere, della sua conoscenza dei luoghi che visita, del suo occhio, del suo tempismo, dell’uso che fa della macchina fotografica. Ma Strand avrebbe potuto avere tutti questi talenti e non essere, malgrado tutto, in grado di produrre fotografie simili. Ciò che ha in definitiva determinato il successo delle sue foto di persone e di paesaggi (che altro non sono se non semplici estensioni di persone solo per caso invisibili) è la sua capacità di invitare al racconto, di presentarsi al soggetto da fotografare in modo da fargli venire voglia di dire: Io sono come tu mi vedi.
Tutto questo è più complicato di quanto sembri. Il tempo presente del verso “essere” si riferisce solo al presente; ciononostante, con la prima persona singolare davanti a sé, il presente assorbe il passato che è inseparabile dal pronome. L’espressione Io sono comprende tutto ciò che ha fatto di me quello che sono, è molto più che l’affermazione di un fatto immediato: è già una spiegazione, una giustificazione, una richiesta… è già autobiografia. Le fotografie di Strand ci dicono che i suoi modelli gli hanno permesso di vedere la storia della loro vita. Ed è per questa ragione che, sebbene i ritratti siano formali e in posa, non occorre che il fotografo o la fotografia fingano un ruolo preso in prestito.
Proprio perché conserva l’immagine di un evento o di una persona, la fotografia è da sempre collegata all’idea di storia. L’ideale della fotografia, a parte l’aspetto estetico, è fissare un momento “storico”. Come fotografo, tuttavia, Paul Strand ha con la storicità una relazione tutta sua. Le sue fotografie trasmettono una sensazione di durata. All’Io sono viene dato un tempo in cui riflettere sul passato e prevedere il futuro: il tempo di esposizione non fa violenza al tempo dell’Io sono: al contrario, si ha la strana impressione che il tempo di esposizione sia la vita intera.


John Berger | Sul guardare (trad. Maria Nadotti)

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La città e gli sguardi — Italo Calvino

A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano.
Passa una ragazza che fa girare un parasole appoggiato alla spalla, e anche un poco il tondo delle anche. Passa una donna nerovestita che dimostra tutti i suoi anni, con gli occhi inquieti sotto il velo e le labbra tremanti. Passa un gigante tatuato; un uomo giovane coi capelli bianchi; una nana; due gemelle vestite di corallo. Qualcosa corre tra loro, uno scambiarsi di sguardi come linee che collegano una figura all’altra e disegnano frecce, stelle, triangoli, finché tutte le combinazioni in un attimo sono esaurite, e altri personaggi entrano in scena: un cieco con un ghepardo alla catena, una cortigiana col ventaglio di piume di struzzo, un efebo, una donna-cannone. Così tra chi per caso si trova insieme a ripararsi dalla pioggia sotto il portico, o si accalca sotto un tendone del bazar, o sosta ad ascoltare la banda in piazza, si consumano incontri, seduzioni, amplessi, orge, senza che ci si scambi una parola, senza che ci si sfiori con un dito, quasi senza alzare gli occhi.
Una vibrazione lussuriosa muove continuamente Cloe, la più casta delle città. Se uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia d’inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d’urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe.


Italo Calvino | Le città invisibili

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Pensare il Messia — Guido Ceronetti

Bello anche pensare che non verrà il Messia, perché questo è, pur così duro, un pensare. L’amaritudine del tempo messianico essendo certa e verificabile, il non veniente viene. Samuel Beckett ha costruito, intorno a una venuta non veniente, un intero dramma dell’Attesa, impersonata da due straccioni in cui ci riconosciamo. La morte dell’attesa, morire all’attesa, è il peggior morire. Così dicendo, pallidamente risuscito me stesso dal sepolcro della mia privazione di attesa. Se la gente applaude alla parola Messia caduta per caso in una piccola poesia vuol dire forse un rifiuto ad essere morti all’attesa, portati per corridoi ciechi all’obitorio dell’anima. Il successo del Godot nella prigione di San Quentin fu corda toccata, fatta vibrare felicemente nel recinto carcerario, dove evidentemente sgocciola lungo i muri un messianismo infelice.
Pensare messianicamente, sia pure con una forzatura malinconica, trattiene la mente dal precipitare nell’incretinimento generale (misteriosamente, temo, pianificato) il cui primo stadio è raggiunto facendo spazzatura delle polverizzate speranze cieche.
Pensare il Messia è soffrire per qualcosa che vale perché ci oltrepassa, per qualcosa che dai confini della carne scruta il Deserto dei Tartari che avviluppa, mare ignoto, mantenendole disperatamente vigili, le possibilità umane.

“Il Messia non viene.”
“Ma perché dovrebbe venire?”
“Non lo so.”

[…] Il sogno però non può, non potrà mai, essere tolto a tutti. Perdura in quelli di noi che, pur non riconoscibili che a fatica, anche da se stessi, recano un sogno.
Il sogno. Il sogno. Il sogno. Il sogno. Il sogno.
Sognare è lo stesso che attendere.
Ecco, hanno suonato.
Vado ad aprire.
Non c’è nessuno.
È Lui.


Guido Ceronetti | Messia

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