Le storie degli altri

Patire e sapere che non è reale — Julio Cortázar

tiger

Parlo sempre del poeta, disse Andrés. Sospetto che che il poeta sia l’uomo per il quale, in ultima istanza, il dolore non esiste. Gli inglesi hanno detto che i poeti imparano soffrendo ciò che insegneranno agli altri cantando; ma questo malessere il poeta non l’accetterà mai come reale, e la prova è che lo trasforma, gli dà un senso diverso, ed è proprio questa la cosa peggiore: patire e sapere che non è reale, che non ha potestà sul poeta poiché lui lo manipola e ne fa poesia, e in più nel farlo, gode come se stesse giocando con un gatto che gli graffia le mani. Il dolore è reale solo per chi lo soffre come una fatalità o una contingenza, dandogli diritto di cittadinanza, ammettendolo nella sua anima. In fondo il poeta non ammette più il patimento: soffre ma allo stesso tempo è quell’altro che lo guarda soffrire fermo ai piedi del letto, pensando che fuori c’è il sole.


Julio Cortázar | L’esame

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Le storie degli altri

Solo clamori di fenomeni — Leonard Michaels

smoking

Saul Leiter

Quali che fossero i miei rimpianti riguardo all’università (gli anni perduti, niente dottorato), nessun giudizio mi aveva ancora ferito. Non avevo fallito in nulla di importante, come era accaduto, ad esempio, a Francis Gary Powers, il cui nome era sulla bocca di tutti. Il suo aereo-spia, un U-2, era stato abbattutto in Russia, ma lui non si era ucciso prima di essere catturato. Invece, aveva confessato di essere una spia. Il presidente Eisenhower, il quale aveva dichiarato che l’U-2 era un aereo per rilevazioni meteorologiche, fece la figura del bugiardo.
C’erano pochi eroi. Malcolm X e Fidel Castro, dal leggendario coraggio, incarnavano il disordine violento; erano stati entrambi in prigione. Ma anche gli eroi sportivi, che sono semplici, potevano scatenare la violenza: dopo una partita, una folla furiosa sciamò giù dagli spalti, circondò il grande Mickey Mantle, gli strappò il berretto, gli graffiò la faccia e lo prese a pugni sulla mascella, così forte che dovettero fargli una radiografia per vedere se l’osso era fratturato.
L’odore dell’inchiostro di stampa, una patina oleosa delle mie dita, si mescolava al fumo delle sigarette e all’aroma del caffè. Le pagine giravano e scoppiettavano come il fuoco, o come ossa che si spezzano. Lessi che 367 persone erano morte in incidenti stradali durante il fine settimana del Memorial Day e che, da quando era apparsa la prima automobile, oltre un milione di persone erano morte sulle nostre strade, più che in tutte le guerre che avevamo combattuto. E ancora: due sorelle erano state trovate morte nel loro appartamento di Gracie Square, nella vasca da bagno, in camicia da notte. La mano di una di loro stringeva un rasoio. Non si parlava di sangue. Era giornalismo all’antica, rispettosamente distaccato dalle tragedie personali. Non una parola su come le sorelle si fossero sistemate nella vasca. La vita era defluita dalle loro vene come la folla vomitata dagli spalti per adorare e ferire Mickey Mantle. Non c’erano significati davvero grandi, solo clamori di fenomeni. Leggevo assiduamente. Mi tenevo in contatto con la mia specie.


Leonard Michaels | Sylvia

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Le storie degli altri

Una cosa mostruosa — Werner Herzog

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Nessuno, non c’è un’anima, silenzio opprimente. E in mezzo a tutto, stranamente, brucia una fiamma da petrolio. S’agita, un fantasma di fuoco, nel vento. Giù nell’arancione della pianura vedo strisce di pioggia, e l’annuncio della fine del mondo brucia e arde in cielo. Una ferrovia fugge per la campagna e attraversa i monti. Le ruote scottano. Un vagone s’incendia. Il treno si ferma, si cerca di spegnere, ma il vagone non si vuol spegnere. Si decide di ripartire, svelti, svelti. Il treno si rimette in moto, va nel cosmo buio, sempre diritto. Nel nero totale dell’universo ardono le ruote e arde quel vagone. Inimmaginabili cadute di stelle hanno luogo, interi mondi crollano su se stessi, in un punto solo. La luce non può più fuggire, persino il nero più fondo qui dovrebbe fare l’effetto della luce e il silenzio un effetto di clamore. Il cosmo non è più riempito da niente, è il vuoto più nero che sbadiglia. Sistemi galattici si sono condensati in non-stelle. Una gran beatitudine si diffonde e dalla beatitudine si genera ora una cosa mostruosa. Questa la situazione. Una nube densa di mosche e moscerini mi turbina intorno alla testa, io do sventole tutt’intorno ma quelli mi seguono avidi di sangue ovunque. Come faccio ad andare a comprar qualcosa? Mi sbatteranno fuori del supermercato me e la mia nube d’insetti intorno alla testa. Un fulmine, molto più in basso di me, serpeggia nel cielo nero-arancio e va a colpire giusto il Franz del mulino. Questi aveva un solo amico ed era il Sepp Tempesta. Il Franz del mulino ha passato anni nel solaio della fattoria, imprigionato in un recinto di assi, perché la donna del Franz giù in casa aveva un affare col Sepp Tempesta. Lo chiusero dentro con le assi e lui mica si ribellò, perché gli portavano su la minestra da mangiare.
Fa bene la solitudine? Sì, fa bene. Solo che dà delle prospettive drammatiche. Intanto la nauseabonda proliferazione s’aggruma in riva al mare.


Werner Herzog | Sentieri nel ghiaccio

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Corpi estranei

Un gioco, per lo meno a parole

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4. Il mio personale meteorologo si chiama Elisa, ogni tanto annuncia pioggia. L’altro giorno ha detto di una perturbazione (solitudine?) in arrivo. Non mi sono agitato. Ho sfogliato un libro, ho pensato a te, ho concluso affari, ho detto in giro che a Venezia non sono stato mai. Quante maschere ha, questa primavera.

15. Ma le regole d’ingaggio non le ho stabilite certo io. Ogni donna è libera di sperimentare le libertà che sul suo corpo sono già state tracciate dagli uomini. Funziona come per le sezioni di vacca disegnate sui poster in macelleria. Per fuggire un dogma c’è solo il pittoresco.

28. Di stanchezza è pieno il mondo. La tua, la mia. Ha la stessa luce di certe albe di gennaio. La mia è divenuta forza. La tua, intensità. Io zoppo, tu guercia, questo non ha fatto di noi due pirati. Allora ho creduto, religiosamente, nella garza (non per il peccato o i colpi sul petto, ma per l’attesa). Sei poi guarita?

50. Ho visto ovunque la dittatura della gioventù (verrà quella dell’infanzia). Così ho dovuto fare il primo passo verso la vita adulta, ancora prigioniera o in esilio in al-Andalus. Non si trattava tanto di uccidere il padre, quanto di allontanarsi, mettersi alla giusta distanza, perché anche il padre potesse finalmente invecchiare; e noi con lui.

61. Quando leggerai queste arringhe saranno oramai quarant’anni che dico sempre le stesse cose. Il fatto è che le dico sempre peggio. Peggioro a ogni tradimento e perdo il senso e il gusto del gioco. Ma un gioco, almeno a parole, lasciamelo pure: farti ridere era condire il riso, il tuo, con poche olive e molte stramberie, le mie.

99. Le nostre opere dovrebbero tendere al niente, all’incompiutezza fuori da ogni dissapore o tensione – fuori da ogni contesa umana, per realizzarsi nel destino di ogni terrore, che è quello di essere universale. E da lì raccontare un’epoca di vapore o di ruggine, che ha legato insieme confusione e crudeltà; scegliere infine se esserne la scatola nera, o il feretro bianco.


Guglielmo Soga | Il vapore e la ruggine. 99 note in calce a un testo inesistente

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Le storie degli altri

Una questione d’intensità, di metamorfosi — Ricardo Piglia

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Quelli che capivano le donne scrivevano libri molto eleganti: Flaubert, Henry James.
Quelli che non le capivano, scrivevano libri caotici: Melville, Malcolm Lowry.
Bisognava elaborare una teoria che spiegasse questa relazione.
Kerouac aveva scritto la propria confessione in una notte e Pavese il suo libro in trent’anni, ma la sostanza era la stessa.
Connolly: un’estate a Londra.
Era tutta una questione d’intensità. Di metamorfosi.


Ricardo Piglia | L’invasione

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Le storie degli altri

Che differenza fa? — Éric-Emmanuel Schmitt

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Essere nati qui o altrove che differenza fa? E d’altra parte è possibile una distinzione? Sposare un paese, le sue caratteristiche, è sposarlo anche nelle sue piccolezze. Tenersi aggrappati alla propria terra è arrampicarsi. Voglio rinnovarmi. Ciò che mi interessa negli uomini, ormai, non è quello che hanno di romani, ma quello che potrebbero avere di bello, di generoso, di giusto, di comune, quello che possono inventare per rendere il mondo migliore e abitabile.


Éric-Emmanuel Schmitt | Il vangelo secondo Pilato

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Le storie degli altri

Un fanciullesco mite giuramento — Anna Maria Ortese

camel

Io stessa, da anni, vado sperimentando la difficoltà della coerenza, di serbarsi fedeli a una specie di giuramento fatto all’Invisibile. Di più non saprei dire. Ma follia e rivolta le intendo, le vedo ammissibili, solo in questo senso: di quasi militare obbedienza a un fanciullesco mite giuramento fatto, in passato, alla stella…
Elsa Morante ha creduto nella inesistenza, nel miraggio, ha visto terra dove non era.
Questa, per me, la sua tragedia. Un’anima perduta.


Anna Maria Ortese | Da Moby Dick all’orsa bianca

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