Le storie degli altri

Solo clamori di fenomeni — Leonard Michaels

smoking

Saul Leiter

Quali che fossero i miei rimpianti riguardo all’università (gli anni perduti, niente dottorato), nessun giudizio mi aveva ancora ferito. Non avevo fallito in nulla di importante, come era accaduto, ad esempio, a Francis Gary Powers, il cui nome era sulla bocca di tutti. Il suo aereo-spia, un U-2, era stato abbattutto in Russia, ma lui non si era ucciso prima di essere catturato. Invece, aveva confessato di essere una spia. Il presidente Eisenhower, il quale aveva dichiarato che l’U-2 era un aereo per rilevazioni meteorologiche, fece la figura del bugiardo.
C’erano pochi eroi. Malcolm X e Fidel Castro, dal leggendario coraggio, incarnavano il disordine violento; erano stati entrambi in prigione. Ma anche gli eroi sportivi, che sono semplici, potevano scatenare la violenza: dopo una partita, una folla furiosa sciamò giù dagli spalti, circondò il grande Mickey Mantle, gli strappò il berretto, gli graffiò la faccia e lo prese a pugni sulla mascella, così forte che dovettero fargli una radiografia per vedere se l’osso era fratturato.
L’odore dell’inchiostro di stampa, una patina oleosa delle mie dita, si mescolava al fumo delle sigarette e all’aroma del caffè. Le pagine giravano e scoppiettavano come il fuoco, o come ossa che si spezzano. Lessi che 367 persone erano morte in incidenti stradali durante il fine settimana del Memorial Day e che, da quando era apparsa la prima automobile, oltre un milione di persone erano morte sulle nostre strade, più che in tutte le guerre che avevamo combattuto. E ancora: due sorelle erano state trovate morte nel loro appartamento di Gracie Square, nella vasca da bagno, in camicia da notte. La mano di una di loro stringeva un rasoio. Non si parlava di sangue. Era giornalismo all’antica, rispettosamente distaccato dalle tragedie personali. Non una parola su come le sorelle si fossero sistemate nella vasca. La vita era defluita dalle loro vene come la folla vomitata dagli spalti per adorare e ferire Mickey Mantle. Non c’erano significati davvero grandi, solo clamori di fenomeni. Leggevo assiduamente. Mi tenevo in contatto con la mia specie.


Leonard Michaels | Sylvia

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Le storie degli altri

Una questione d’intensità, di metamorfosi — Ricardo Piglia

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Quelli che capivano le donne scrivevano libri molto eleganti: Flaubert, Henry James.
Quelli che non le capivano, scrivevano libri caotici: Melville, Malcolm Lowry.
Bisognava elaborare una teoria che spiegasse questa relazione.
Kerouac aveva scritto la propria confessione in una notte e Pavese il suo libro in trent’anni, ma la sostanza era la stessa.
Connolly: un’estate a Londra.
Era tutta una questione d’intensità. Di metamorfosi.


Ricardo Piglia | L’invasione

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Storie

La nostalgia rigorosa di Annie Ernaux

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È storia di qualche settimana fa: Il posto di Annie Ernaux torna in classifica, a due anni dall’uscita per L’Orma Editore, grazie all’iniziativa popolare di Modus Legendi. Circostanza singolare, non tanto per la qualità dell’opera quanto perché quella della Ernaux, pur non essendo particolarmente complessa, è tutt’altro che una scrittura piacevole o accomodante – ancor meno da classifica. Nel corso della sua vita – più che della sua carriera, è il caso di dire – la scrittrice francese ha sempre attinto alla sua biografia. A partire dalla morte del padre di cui si legge proprio ne Il posto, la Ernaux ha parlato di un aborto, di un cancro, della morte prematura di una sorellina, fino al tentativo di fondere insieme, ne Gli anni (2008, nella cinquina del Premio Strega Europeo), la storia collettiva del Novecento francese con quella personale.

In generale, nessun desiderio letterario sembra attivare la scrittura della Ernaux quanto, piuttosto, la necessità di comprendere, di mettere a fuoco senza farsi troppe illusioni circa il risultato finale. Nella sua opera manca del tutto l’artificio, il trucco, la codina bitorzoluta dell’autore che voglia a tutti i costi compiacere o portare dalla sua il lettore. Solo ne Gli anni troviamo dei sussulti stilistici che ne fanno forse il testo più contemporaneo di una scrittrice che resta, comunque, fortemente novecentesca: l’alternarsi della prima persona plurale col punto di vista, alla terza singolare, del personaggio-narratrice; l’uso, quasi virtuosistico, degli elenchi; e infine un certo intersecarsi dei piani temporali, quasi a sussurrare che il tempo non scorra affatto come siamo abituati a pensare.

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Le storie degli altri

Che differenza fa? — Éric-Emmanuel Schmitt

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Essere nati qui o altrove che differenza fa? E d’altra parte è possibile una distinzione? Sposare un paese, le sue caratteristiche, è sposarlo anche nelle sue piccolezze. Tenersi aggrappati alla propria terra è arrampicarsi. Voglio rinnovarmi. Ciò che mi interessa negli uomini, ormai, non è quello che hanno di romani, ma quello che potrebbero avere di bello, di generoso, di giusto, di comune, quello che possono inventare per rendere il mondo migliore e abitabile.


Éric-Emmanuel Schmitt | Il vangelo secondo Pilato

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Le storie degli altri

Un fanciullesco mite giuramento — Anna Maria Ortese

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Io stessa, da anni, vado sperimentando la difficoltà della coerenza, di serbarsi fedeli a una specie di giuramento fatto all’Invisibile. Di più non saprei dire. Ma follia e rivolta le intendo, le vedo ammissibili, solo in questo senso: di quasi militare obbedienza a un fanciullesco mite giuramento fatto, in passato, alla stella…
Elsa Morante ha creduto nella inesistenza, nel miraggio, ha visto terra dove non era.
Questa, per me, la sua tragedia. Un’anima perduta.


Anna Maria Ortese | Da Moby Dick all’orsa bianca

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Corpi estranei

Neppure un bel quadro soltanto

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Bella ragazza che fumi e piangi sulla riva del fiume: l’attesa ti scarnifica e l’unico cadavere che vedrai passare sarà il tuo soltanto, riflesso prima o poi nell’acqua torbida dell’inverno più gelido.
Cosa ti ha portato qui, dove io cresco come ulivo contorto e involuto, bella ragazza che fumi e piangi senza sosta? Senza ninfee, con questa tua pena non ci si fa neppure un bel quadro.

Forse un amore sospeso, forse la sua frigida burocrazia di tempi morti, geroglifici inaccessibili; forse il nero che avviluppa la galassia in attesa del rimbalzo che trasforma in stella di Planck; forse, infine, è stato il fiume stesso: che piange a sua volta e chiama, chiama forte e immotivato dal bosco per svuotare le case e gli alberghi.

Pensaci un attimo, bella ragazza che fumi e piangi sulla riva del fiume: a che pro abboccare al richiamo, a che pro il patimento se non c’è boia che possa eseguire la sentenza? A che pro ciarlare d’ingiustizia, disamore? Per chi la fustigazione? Dura il castigo finché si celebra la colpa, il delitto: questo e nient’altro sappiamo, oltre l’acqua che scorre, il sole che sorge e l’ulivo che cresce e si aggrappa ai suoi simili per farne un tronco soltanto.


Lucia Bossi-Fucile | Alle 21, puntuale, l’amore

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Le storie degli altri

Domeniche escluse — Luciano Bianciardi

segantini

Giovanni Segantini, A messa prima

Ora, statistiche alla mano, si sa che escono ogni anno in Italia dodicimila libri, il che fa una media di quaranta al giorno, domeniche escluse. Ci sarebbero poi i libri stranieri, per lo meno quelli nelle tre lingue principali d’Occidente, che non vanno ignorati: il totale cresce a centocinquanta opere giornaliere: non c’è neanche il tempo di leggere i titoli e i risvolti di copertina. Chi si butta nella lettura è destinato ad affogarvicisi; anche se opera una scelta severissima e decide di leggere soltanto, per esempio, i narratori contemporanei (italiani e stranieri, inevitabilmente, perché ormai non esistono più frontiere di nazione e di scuola letteraria) rischia l’indigestione. Perché bisognerà non ignorare il teatro e il cinema, seguire la critica militante, dare un’occhiata alla televisione e un’orecchiata alla radio. Chi vuol darsi una formazione culturale ha dinanzi a sé questa prospettiva: morire prima.


Luciano Bianciardi | Non leggete i libri, fateveli raccontare

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