le onde racconto amore
Storie

Le onde. Settembre 2047

24 settembre 2047, pensiero tra le onde
A quanto pare, almeno una cosa è rimasta uguale a prima: l’amore – o almeno il fatto che ci passi tra le mani senza che noi ne sappiamo niente.

7 settembre 2047, diario
Confesso che non me l’aspettavo: è stata lei ad adocchiarmi. Ero lì a vagare tra le onde, ricordo l’immagine di una spiaggia di Malibu, e in sottofondo il jingle di non so quale pubblicità di non so quale marca di cereali. Dev’essere stato allora che lei mi ha percepito e contattato. Ho sentito prima la sua voce, come al solito in questi casi (anche se sarebbe più corretto dire che sono le donne a percepire la mia, di voce, visto che in genere sono io a fare il primo passo), e poi ho visualizzato i suoi occhi e il suo corpo. Ho pensato subito: che botta di fortuna. Lo è stata, in effetti: Greta è una splendida settantenne, e dopo un paio d’ore che ci percepivamo stavamo già facendo l’amore.

11 settembre 2047, diario
Mi è venuto in mente solo dopo qualche giorno: anche mia nonna si chiamava Greta. E ovviamente, mentre lo pensavo lei lo sentiva già. Ho percepito il suo sorriso, ma credo avesse sonno, più che altro. Mi prende in giro, mi chiama ragazzino per via della differenza d’età. Anche se un tempo, dice Greta, un sessantenne che va con una settantenne non sarebbe stato poi così insolito. Non lo è neanche ora, ho detto io. E lei: allora cos’è insolito oggi, secondo te?

14 settembre 2047, diario
Ci ho pensato. Non so perché, ma sono stato attento a fare in modo che lei non potesse sentire i miei pensieri, stavolta. Non è difficile: basta restare concentrati sulla persona con cui sei in contatto e contemporaneamente su quello che succede fuori, tra le onde, nel flusso incessante di luci, forme, informazioni, perché lei non percepisca a fondo i tuoi pensieri.
Ad ogni modo, ho pensato a mia nonna. Mia nonna non l’ho praticamente conosciuta. È morta di cancro quand’ero piccolissimo, sul finire dello scorso millennio. Ecco, allora: oggi morire, e morire di cancro, è una cosa abbastanza insolita. E questo ho fatto in modo che lei lo percepisse.

18 settembre 2047, diario
Credo se la sia presa per un altro pensiero che ho fatto e non sono riuscito a trattenere mentre le dicevo del cancro. Dev’essere stato qualcosa del tipo che di cancro ci muoiono solo i poveracci che sono rimasti a vivere fuori dalla Città dei Bambini, nei posti in cui vivevo anch’io prima di venire qui. Non so perché le abbia dato fastidio, ma è la verità. Di fatto non si fa sentire da qualche giorno, credo si sia smaterializzata o disconnessa dalle onde.

20 settembre 2047, diario
Qualche giorno fa sono venuto a trovare i miei. L’assenza di Greta ha reso l’ambiente delle onde un po’ malinconico, e così mi sono disconnesso anch’io.
Il fatto è che finisco col non sopportarli già dopo qualche ora che sono qui. Sono piuttosto depressi, per essere degli ultracentenari. E poi la diffidenza per le onde, col passare degli anni, è diventata qualcosa di molto simile al disprezzo. Ci tornano solo per fare la spesa, ogni tre o quattro giorni.
È strano: quando avevano vent’anni, negli anni ’70 del secolo scorso, i miei si consideravano dei materialisti. Adesso è come se detestassero l’effettiva vittoria della materia sullo spirito: il motivo della loro depressione è il fatto stesso di essere praticamente immortali.
Tutto questo si traduce in lunghi silenzi: non parlano tra loro e non parlano con me. Dopo la spesa, mia madre spegne il sensore interno e anche quello della casa e si mette a pulire manualmente la piccola cucina e le due stanze da letto. Mio padre sta tutto il giorno in giardino a curare i suoi pomodori. Credo spenda buona parte del suo assegno d’esistenza per pagare il silenzio dei funzionari statali.

21 settembre 2047, diario
Sono tornato tra le onde. Per noia. Mentre facevo l’amore con due ragazzine di cinquant’anni, parlando con un amico è venuta fuori la storia delle app. Quanti ricordi. La cosa più strana era fare spazio nella memoria del telefono per scaricarle.
L’ultima volta che ne ho scaricato una dev’essere stato sul finire degli anni ’20. Allora, preso dalla nostalgia, mi sono messo a consultare uno dei tanti archivi della vecchia Internet e ho rivisto alcune delle mie foto su Instagram: le spiagge che frequentavo laggiù nel sud dell’Italia, la mia fidanzata di allora, i libri che leggevo… Davvero c’era differenza tra foto, video, parole, persone, esperienze? È assurdo, a ripensarci oggi. Come abbiamo fatto a non capire subito – per “subito” intendo: quattromila anni fa – che non esisteva alcuna separazione, che non esisteva niente di tutto questo, a parte il pensiero, la visione, a parte il movimento?

22 settembre 2047, diario
E così oggi ho ripercepito Greta. Ero in connessione con dei pescatori che pulivano del pesce su una spiaggia indiana. Con loro c’era un ragazzino senza un braccio. Non appena ho percepito Greta ho mollato la visione. Lei era più bella che mai. Mi ha preso uno strano entusiasmo, e così ho cominciato a parlare senza riuscire a fermarmi: le ho detto che ero dai miei, dei miei giorni fuori dalle onde, di mio padre che continua a coltivare il suo orticello nonostante abbia ben chiaro che produrre sia illegale da almeno vent’anni… Finché lei non ha chiesto di vederci. Dal vivo.
Non è che ho detto sì: ma devo averlo pensato e così lei lo ha sentito. L’appuntamento è per domani. La cosa mi mette un po’ a disagio.

23 settembre 2047, diario. Tramonto
Dopo l’appuntamento me ne sono andato nell’orto di mio padre. Dall’alto del nostro quartiere, oltre la recinzione, si vede la distesa di grattacieli della Città dei Bambini. Fino a qualche anno fa mi toglieva il fiato, ma non temevo di cadere quanto di morire semplicemente guardando la città da lassù. Poi mi è passata. È da allora che non faccio più esperienza della morte, per così dire.
Mi sono messo a guardare mio padre che raccoglieva i suoi pomodori scuri e succosi. La cosa assurda è che non li rivende neppure. A dirla tutta non so neppure se ci sia un vero e proprio mercato nero: credo si tratti più che altro di una cosa da pensionati mancati. A volte penso che se le cose fossero rimaste com’erano, e se noi fossimo rimasti laggiù dove stavamo, mio padre non l’avrebbe nemmeno avuta, una pensione. E io sarei rimasto a contorcermi tra mille contraddizioni senza mai il becco di un quattrino in tasca.
Ecco cos’è che non ha funzionato con Greta (ci ho pensato guardando mio padre): sia lei che i miei odiano il presente. Lo odiano così come io trenta, quarant’anni fa odiavo il futuro: perché era opaco e nebbioso, perché non lo vedevamo. Adesso odio il passato, forse, mentre è certo che il futuro non è più una preoccupazione: siamo venuti a patti col fatto che non esiste, che non è mai esistito, ecco tutto.
Ad ogni modo, nel corso dell’appuntamento – eravamo in un bar qui dietro, e tutti gli odori di caffè e succo e prodotti per i pavimenti che sentivo devono avermi reso un pelino nervoso – Greta mi ha domandato se sono in connessione con altre donne. Ho detto di sì, spiegando che sono in connessione anche con degli uomini, se è per questo. Ha storto il naso, ma credo fosse una sorta di smorfia involontaria. Ha chiesto se fossi consapevole che la spiaggia di Malibu che vedevo quando mi ha agganciato non esiste da un pezzo. Certo che lo so, ho detto – così come non esistono più le spiagge che frequentavo ai tempi di Instagram e l’isola di Sveti Andrjia da dove viene Greta. Poi ha detto che anche lei è in connessione con altri uomini, cinque o sei fissi, e qualche ragazza, e che quando poi ci si decide a incontrarsi fuori dalle onde spesso è amore, aggiungendo però che non sapeva cosa significasse questa parola.
Ho detto che non lo sapevo neanch’io, e che pensavo – questo l’ho detto scherzando, anche se non credo che lei l’abbia capito – che come razza avessimo smesso di porci il problema. Lei ha detto qualcosa sul disprezzo, il disprezzo che viene veicolato in parte dall’amore stesso che proviamo, e lì per lì non ho capito a cosa si riferisse. Così abbiamo cambiato discorso, io ho parlato dei miei, della loro sofferenza psichica, e lei mi ha chiesto se non avessero mai pensato di rivolgersi agli uffici per l’autosoppressione. Ho detto che i miei sono dei cacasotto, dopotutto, e lei ha sorriso, anche se stavolta non stavo scherzando affatto. Dopodiché abbiamo parlato di cose senza senso, il tutto come prevedevo molto meno stimolante che tra le onde, finché non ho detto che avevo un impegno e ci siamo salutati.
Ora, mentre scrivo queste righe seduto nell’orto di mio padre, sento forte un odore di terra umida. Non provo niente a riguardo, né mi confonde come succede di solito con altri odori naturali. Mio padre ha riempito una vaschetta con questi frutti apparentemente invitanti – ma è vita, mi chiedo, quella delle piante? Era vita quella che conducevo prima di venire qui? Ho fatto di tutto per portarmi dietro anche i miei, e questa è la ricompensa.

23 settembre 2047, diario. Sera
Prima di entrare in casa mio padre si è voltato con la vaschetta in mano, mi ha squadrato di sottecchi e mi ha chiesto se ricordavo di quando è morto il cane. Gli ho detto di sì, ma senza ricambiare il suo sguardo. Non avevi neppure vent’anni, ha detto lui, e a quel punto ho sentito ristabilirsi il rapporto tra padre e figlio che la prospettiva dell’eternità ha decisamente smussato col tempo.
Lo abbiamo seppellito io e te, ha proseguito, in campagna, con queste nostre mani, dopo averlo infilato in un sacco nero. Era stato un cane snello e veloce, ma adesso pesava come un essere umano adulto. Ti ho insegnato a tirar fuori le pietre dalla terra usando il piccone, mentre io scavavo con la pala. Dopo qualche minuto avevamo trovato un ritmo tutto nostro. In tutto saremo andati avanti per un’oretta, non di più.
Ha sorriso, se n’è tornato dentro coi suoi pomodori.
Dopodiché devo aver fatto un pensiero vago e infruttuoso sull’amore, ma me lo tengo per me, non lo scrivo qui: mi sembra di darla vinta ai malinconici come Greta o mio padre; forse l’idea stessa di tornare a scrivere con carta e penna, di tenere un diario, dev’essermi venuta quando ho conosciuto lei. La fatica che faccio nello scrivere – mi fa male il polso, il dolore percorre tutto l’avambraccio indolenzito – mi fa tornare in mente le parole di Greta sul disprezzo veicolato segretamente dall’amore che proviamo.
Domani comunque torno tra le onde e ce lo lascio lì, il mio pensiero di puro amore, di modo che non sia più soltanto mio.

Standard

One thought on “Le onde. Settembre 2047

  1. Stupendo. C’è un senso di mancanza e insieme dì superfluità. La prima frase è una lapide. E l’ultima apparentemente un guizzo di generosità e la mortale conferma del bisogno vacuo della ” condivisione”… brividi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...