le onde racconto amore
Storie

Le onde. Settembre 2047

24 settembre 2047, pensiero tra le onde
A quanto pare, almeno una cosa è rimasta uguale a prima: l’amore – o almeno il fatto che ci passi tra le mani senza che noi ne sappiamo niente.

7 settembre 2047, diario
Confesso che non me l’aspettavo: è stata lei ad adocchiarmi. Ero lì a vagare tra le onde, ricordo l’immagine di una spiaggia di Malibu, e in sottofondo il jingle di non so quale pubblicità di non so quale marca di cereali. Dev’essere stato allora che lei mi ha percepito e contattato. Ho sentito prima la sua voce, come al solito in questi casi (anche se sarebbe più corretto dire che sono le donne a percepire la mia, di voce, visto che in genere sono io a fare il primo passo), e poi ho visualizzato i suoi occhi e il suo corpo. Ho pensato subito: che botta di fortuna. Lo è stata, in effetti: Greta è una splendida settantenne, e dopo un paio d’ore che ci percepivamo stavamo già facendo l’amore.

11 settembre 2047, diario
Mi è venuto in mente solo dopo qualche giorno: anche mia nonna si chiamava Greta. E ovviamente, mentre lo pensavo lei lo sentiva già. Ho percepito il suo sorriso, ma credo avesse sonno, più che altro. Mi prende in giro, mi chiama ragazzino per via della differenza d’età. Anche se un tempo, dice Greta, un sessantenne che va con una settantenne non sarebbe stato poi così insolito. Non lo è neanche ora, ho detto io. E lei: allora cos’è insolito oggi, secondo te?

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Terrore, amore, poi ancora terrore

kilianeng_

Killian Eng

Questo racconto è apparso per la prima volta su Farsalia, il numero VI di Ô Metis, rivista a cura di Crapula Club. Consigliato per cuori infranti e terrorizzati, specie se sprovvisti d’alcol, sostanze psicotrope o un buon libro con cui alleviare il dolore, la solitudine o più semplicemente la noia. Buona lettura.

*

Estratto da La voliera di Nero Desideri, 8 dicembre 2043 ore 20.59
Ci sono donne partorite dalla luna: non, tuttavia, senza spasmo e dolore di cosce. A loro modo immortali, la loro immortalità non è che l’indizio dell’esistenza di una divinità remota, ulteriore. Per questo, ma non solo, si dice che queste donne siano fantasmi di altri fantasmi, e che al pari di maree, tessuti vascolari emorroidali e licantropi, rispondano solo al movimento dello spettro ghiacciato del nostro pianeta. Per questo si dice anche che chi le abbia incontrate abbia visto la Tigre, che sia cioè affetto da santità o pazzia come accade in certe tribù mediorientali, la cui memoria collettiva è continuamente scossa dall’ossessione per il ricordo di una bestia che non si può dimenticare né smettere di rievocare a ogni passo, a ogni dubbio: a ogni inciampo in quel gorgo appassionato che ci indemonia finché si è vivi e camminanti su questa terra.
Queste donne cantano la propria bellezza, ma è un trucco o una parte: sanno effimera e occulta, al contrario, la bellezza della natura, olio che giace inerme sulla superficie dell’acqua. E così inseguono una più sublime forma di esistenza: la perfezione.
Neutra, glabra, a suo modo abietta, la perfezione ignora ogni cosa fuori da sé. Come canidi, dunque, queste donne conoscono il mondo in scala di grigi e sovente, tra il bianco e il nero, prediligono quest’ultimo. Il metro con cui misurano gli atti dei terrestri è dunque la stanchezza, che tutto attrae e consuma fino allo scheletro, fino al midollo. Negli armadi di queste donne non si conservano abiti: pendono soltanto grovigli di teschi, scapole, costole, sterni, femori, rotule e caviglie in attesa della polvere. Nell’atto dell’eterna decomposizione, nell’atto, soprattutto, dell’attesa della decomposizione, queste donne diventano fantasmi dei propri fantasmi, cui fanno visita ogni notte fino a sbiadire, occultate come gli intenti che le animano.
Allo stesso modo, alcuni uomini sono deserti. Illusi che sia fuori da loro, che in altri termini il deserto li circondi, non sanno di portarlo dentro fino all’ultima roccia, fino all’ultimo granello di sabbia. Si guardano attorno confidando, in cuor loro, in quello che è il più antico labirinto, concepito dalla natura prima che dall’uomo, confidando soprattutto nel sole che nel picco di mezzogiorno annulla ogni ombra. Questi uomini sono il deserto ma non sanno il deserto. Se pure conoscono la storia dei propri simili, si pongono al di fuori di essa, incapaci ormai di corrispondere ai frammenti di storie, canzoni e memorie che i leoni guardiani passano sotto segreto come si passa il rancio tra le sbarre di una cella. Tutto ciò che questi uomini sanno e raccontano non annulla il confine, esaltando al contrario ogni sentimento del limite. Per questi uomini, ciò che è invalicato una volta resta invalicabile nei millenni a venire.
Si dice allora che la donna, al pari della guerra, sia atta a forgiare l’uomo. Si dice anche che certi uomini bramino il possesso di certe donne per dimenticarle, perché il possesso estingua finalmente la pena che danno. È chiaro che questi uomini hanno visto la Tigre, è chiaro che queste donne hanno già perduto una guerra. Del loro incontro, mancato ed eterno, non resta che quell’attrito iniziale che sempre scintilla nel dramma, ovvero in quel tipo di felicità intermittente e provvisoria che è sempre l’infelicità.
Discuteranno di questo in eterno.

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In risposta a Jack, ammantato di nero e mistero

ville anderson

Tempo fa ho pubblicato una lettera d’amore del mio amico Jack Facciadacane. La donna misteriosa cui era indirizzata ha risposto qualche giorno addietro con una mail, che pubblico di seguito; è proprio vero che a volte basta mettersi seduti comodi ad aspettare ed ecco che le risposte arrivano. Chissà cosa ne penserà il mio amico Jack.

§

Caro Jack,
è profondo, è profondo il pozzo da cui ti scrivo. Non so bene ancora se sono io a scriverti dal fondo di questo pozzo o se è lo spirito della donna che tu hai lanciato nel mondo, nel piccolo mondo che sento di avere addosso come una seconda o terza pelle. Ho letto la tua lettera, hai detto tu al tuo amico di pubblicarla, e sulle prime, sulle prime davvero ho sentito come una lama neppure troppo affilata che risaliva il petto e mi si fermava, mi si fermava in gola. Non so se puoi capire. Ma poi è passata anche questa sensazione come passano molte cose in vita, dico in vita perché se le cose passano è perché si è vivi, in fondo, in fondo si è ancora vivi.

È passata anche la sensazione o consapevolezza (a volte sono la stessa cosa) di stupidità, di stupidità profonda che ho avvertito nel leggere tutta quella solfa sull’automobilista che abbandona l’auto nel bel mezzo del traffico e se ne va, se ne va altrove, e sulle cause che muovono quell’automobilista, le cause profonde mi pare di capire, che io avrei dovuto comprendere e gestire molto più del senso d’abbandono che ho provato quando sei andato. Ma la questione, la questione è che tu sei andato via e non un automobilista qualsiasi. Non m’importava del mondo prima di conoscerti, né delle cause o dei fili che lo muovono, e non so se debba importarmene ora, e perché poi? La verità, caro Jack, la verità è che tu hai prodotto in me, in me soltanto, per quel che mi riguarda, una frattura, la separazione dal mondo, e di questo io ti sono grata. Non è forse vero che nasciamo tutti, per il sol fatto di nascere, in comunione col mondo, con la natura? E che forse, per i più fortunati, quella separazione che è necessaria alla vita, come un’autodifesa, si produce da sé in adolescenza, che è un’età dolorosa proprio per questo, dolorosa proprio perché si comprende infine (anche se non è la fine, ma l’inizio) che noi non siamo nostra madre o nostro padre, e neppure i nostri fratelli e neppure la strada nella quale abbiamo giocato e che ci ha visti crescere? Ebbene io, io non avevo ancora visto produrre in me quella separazione o consapevolezza, e forse è stato grazie a te che questa è accaduta. Di questo e di poco altro posso esserti grata.

Ma allora cos’è questa lama che sento crescere dozzinale nel collo, squarciarmelo per non avere, comunque, nulla da gridare e neppure da dire a nessuno? È stato forse quel tuo richiamo attraverso una lettera divenuta pubblica per tua responsabilità indiretta, quel tuo ultimo chiamare come Euridice, e come Euridice essere colpevole per metà della tua discesa e permanenza eterna negli inferi? E non eri tu, non eri proprio tu, scherzando, a dire che tu eri Euridice e io, con la mia vanità borghese, io a cantare come Orfeo? Non eri tu, non eri tu che scherzando dicevi la verità a proposito, soprattutto, di te stesso, e non ero io che dovevo proteggermi dai tuoi futuri e insperati (a dirla tutta) richiami? A quanti e quali pali ho dovuto legarmi, e quanto cerume accumulare nelle orecchie, per non ascoltarti, per non ascoltarti più. E la cosa, ti dico, la cosa che più ha colpito come quella lama è stata l’intensità del richiamo, un’intensità così bassa e frivola, forse un po’ meschina, con cui hai voluto affermare alcune regole generali sul tuo modo di vivere piuttosto che dare un senso, anche vago e trasversale, al tuo abbandono.

Della tua intensità ho fatto allora dei brani, pezzettini irrisori. Ho operato sulla mia. Ho dovuto farlo. Il mio cuore, come il motore di un’auto vecchia ma ancora perfettamente in sesto, ha girato a ritmi più bassi. Ho raffreddato la temperatura del mio corpo. Questa è stata la parte più dura. Disarmata, ho dovuto disarmare, disarmare me stessa prima di tutto e dedicarmi al disamore. Ho dovuto smettere d’amare ogni cosa, piano piano, poco alla volta, allontanarmi da tutto quello che avrebbe richiesto un’intensità pari a quella che tu richiedevi e non mi restituivi, perché sarebbe stato, sarebbe stato, semplicemente, aberrante per me riprovarci. A poco a poco ho smesso d’appassionarmi, cinica e divertita insieme, per sentirmi al sicuro, lontano da te, da me, da quel che per te io richiedevo a me stessa.
La O iniziale a cui tutti, poco elastici, torniamo, così tu la chiami nella tua lettera: quella lettera, la tua missiva e la O iniziale, per me non esistono, semplicemente non esistono più, perché prima di te io non esistevo.

Ed è tanto, e forse poco insieme, che io non abbia smesso d’amare me stessa. Tutto ho smesso, tutta la casa che io avrei voluto essere per te, ho smobilitato. Tutti i mobili ho portato fuori, in giardino, lasciandoli a disposizione di chi, ancora accorato o anche solo più giovane, avrebbe potuto immaginarci dei muri intorno; tutto, poco alla volta, fino a che non è restata la radice, la radice di me che io sono per me come ognuno lo è per se stesso e nessun altro, e negli altri solo si moltiplica; tutto ho spento, tutte le lampadine ho lasciato che si fulminassero fino all’ultima, di cui ho avuto cura come fosse un uovo appena deposto, e che ho portato in giro per il mondo non tanto per dimenticare te quanto per ricordare quanto di me tu e la vita con te avevano attivato. Hai immesso in me la nostalgia, Jack, quest’affanno che prima non conoscevo, mi hai rimesso al mondo con questa nostalgia di te, e per questo sei stato anche padre, oltre che amante.

E questo mio viaggio mi ha portato infine al pozzo da cui ti scrivo, un pozzo il cui fondo non conosco perché al fondo di questo pozzo, davvero, al fondo di questo pozzo io ancora non trovo me stessa, per cui niente avrò da dirti di definitivo al contrario delle tue teorie su chi tutto lascia per partire. Partita, partita sono partita e sono finita in questo paese vivo e per metà disabitato, uno di quei paesi che con te e nessun altro avrei voluto visitare; un paese medievale e sbiadito insieme, spento da una nebbiolina all’alba e riscaldato a sera da lampioni che sembrano alimentati ancora ad olio; in cui si narra una leggenda, si narra una leggenda di donne in attesa a un crocicchio, mentre i futuri sposi erano al fronte e nulla si sapeva di loro. E queste donne, a notte fonda, andavano al crocicchio mentre il paese dormiva e lì stavano ferme come in preghiera, un rito che dà troppo dolore proprio come per un amore abbandonare, e lì ferme a un certo punto della notte interrogavano lo spirito di una monaca per sapere se il futuro sposo fosse vivo, se avesse peccato in guerra e se sarebbe tornato, e la monaca, la monaca rispondeva in forma di vento o di randagio che abbaia, o di gatto in calore o di cartaccia di giornale portata dalla tramontana; e come queste donne io ho domandato, al crocicchio io ho domandato nel cuore della notte e quella notte e nessun’altra era così ferma, ed eterna, e nulla si muoveva, nessuna risposta, nessun randagio né oggetto in movimento, e così ha avuto termine il mio viaggio, Jack, quando per certo ho saputo, ho saputo di doverti esser grata per avermi lasciata, come diceva quel tuo bel poeta, nell’essenza tipica dell’umanità, quell’essenza che da sempre ha forma di enigma.

Sei un’eredità, Jack, sei un’eredità e di questo dovrai farti carico, ovunque tu sia.
Con singolare affetto,

X

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Zurigo

vaso bn
Tu e lui avete fatto un viaggio.
C’è che abitate in città diverse e molto distanti, così avete pensato che un lungo giro oltre confine avrebbe potuto risollevare anche solo un po’ non tanto le sorti del vostro rapporto, quanto quelle di voi due come singoli individui. Del resto avete comunque dei punti fermi: quando pensi a lui, e in special modo quando pensi di lasciarlo, cerchi di tenere a mente quanto ti sia stato vicino quando eri completamente fuori di testa. E anche lui, sebbene si comporti come se avesse un’altra (ma non ha un’altra), prima di esplodere, al telefono, cerca sempre di ricordarsi quanto ti voglia bene, cerca sempre di pensare a quello che state costruendo, con grande fatica, mentre non sempre ha un lavoro e suo padre sta morendo.
Allora si può dire che arrivate a Zurigo mano nella mano. La sera stessa del vostro arrivo andate a vedere il concerto che avevate prenotato mesi prima, prima ancora del viaggio, e che a questo punto è solo una scusa. Dopo il concerto, in albergo fate quasi l’amore, solo che tu hai il ciclo e a un certo punto hai un blocco, non tanto per lui quanto per le lenzuola. Hai voglia che tutto sappia di pulito almeno fino al giorno dopo. Ed è a partire dal giorno dopo che Zurigo inizia a sfumare. C’è un verde che non ti aspetti e troppi italiani coi soldi, e anche quelli che non hanno un lavoro sembrano navigare nell’oro, perché hanno scoperto cos’è un vero assegno di disoccupazione e perché in fondo, da quelle parti, morto un papa se ne fa davvero un altro (in fatto di lavoro, ma non solo). Hanno un che di presuntuoso, i tuoi compatrioti a Zurigo, che trovi puerile e imperdonabile, così come il loro essere alla moda più di quanto possano esserlo i tuoi coetanei più aggiornati in Italia. Ma soprattutto, trovi che il cibo sia scadente e che anche a Zurigo ci sia qualcosa che porta a deprimere o solo piegare la condizione umana, quale che sia; e poi scopri che le pesche marciscono dopo solo un giorno. E questa, ne sei certa, sarà la cosa che ricorderai più a lungo di questo viaggio.

Quando tu e lui tornate in Italia passi qualche giorno a casa sua. Hai la febbre. Lui si prende cura di te in modo diverso, non sai se più accurato o meno rispetto ad altre circostanze, dopodiché riparti e sei dai tuoi genitori, nella tua città che a Zurigo hai finito quasi per rimpiangere. Ne sai abbastanza di come funzioni per realizzare che non è accaduto per nostalgia, e che in ogni caso sopporterai anche quella per Zurigo (che subirai comunque). La cosa insopportabile, che sta già accadendo mentre ci pensi, è che pian piano scivolerai nella vita di prima: ricerca ossessiva di un lavoro per non trovarlo mai, discussioni con tua madre su argomenti che lei potrebbe tranquillamente affrontare con tuo padre, il pensiero di tornare a prendere le tue vecchie pillole, e poi i tramonti in riva al mare, che prima inseguivi con un’amica, e che adesso trovi decisamente più appropriato studiare in solitudine.
Un giorno sul blog di un amico che non senti da tempo trovi un racconto. Per la verità non hai molta voglia di leggerlo, ma senti che in qualche modo devi farlo. E così scopri che ha messo per iscritto la tua storia, o almeno la parte della tua storia che hai deciso di raccontargli circa un anno prima. Pensi: è per questo che la gente dice di ritrovarsi in quello che scrive, è perché lui glielo ruba. Allora ti viene voglia di chiamare questo vecchio amico e dirgliene quattro. E in effetti lo chiami, ma non accenni neppure al racconto, e finite col parlare d’altro. Mentre sei al telefono, da sola in casa, la tua attenzione è catturata da un paio di forbici lasciate aperte sul bordo del tavolo in cucina. È allora che pensi che vorresti semplicemente smettere di essere sognata dagli altri, presa nei sogni degli altri, prigioniera dei sogni degli altri.

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Mettere il tavolo di traverso

pianoman
Alla fine di questa storia tutti avranno trovato l’amore. Ci sarà del lieto fine, e ce ne sarà a sufficienza per ciascuno; così che nessuno degli attori in gioco potrà in alcun modo andare a lamentarsi dall’umile creatore di questa storia.
Prendete la ballerina di flamenco: a quarant’anni realizzerà che è tempo di lasciare le scene e smetterà di viaggiare per lavoro, aprirà una palestra di danza nel suo vecchio quartiere e di conseguenza il suo compagno, un congolese di due anni più piccolo, smetterà di dedicarsi al suo lavoro di broker anche di notte; nel giro di due anni avranno due figli, progetteranno di andare a vivere in campagna e metteranno un po’ di soldi da parte per questo proposito.
Allo stesso modo il turnista comprenderà, tra i trenta e i trentacinque, la sua reale vocazione di artigiano del suono, e presto la confesserà a sua moglie definendo la musica come qualcosa di molto simile al correre per i suoi amici, e così lei si affretterà ad annullare l’iscrizione a un paio di siti di incontri e si metterà a dare ripetizioni di greco e latino ai figli dei vicini; si lasceranno ancora una volta, per tornare e restare insieme il resto della loro vita (ma senza avere figli, chissà perché).
E così la professoressa di chimica andrà a letto con un suo collega nel corso di una noiosa gita di quinto superiore, dopo quella notte gli chiederà di sparire dalla sua vita (per quanto un collega possa sparire nel nulla dalla vita di un altro collega), e tornerà convinta dal suo compagno storico (per quanto possa essere storico un compagno), un poeta che si era rintanato nel suo studio e che aveva concluso che tutta la sua opera non era che una riscrittura di certi versi famosi ma con quest’aggiunta: “E il naufragar m’è dolce/in questo mare/atroce”.
Quanto al creatore di questa storia, lo vedrete contorcersi per una notte intera nel suo letto, poi lo osserverete svegliarsi di primo mattino, allungare un braccio verso l’altra metà del materasso e infine alzarsi, come chi ha deciso che la storia è chiusa, e che è amore anche il suo.

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Fare Malesangue, Storie

You know it’s called: bad luck (la veglia per Lou Reed)

§

28 ottobre 2013, ore 6.08

Be’, che dire. Senza Lou Reed non avrei mai iniziato a scrivere. E se non avessi scritto, non avrei amato, per cui penso che tutte le persone che ho amato – e che si sono sentite amate da me – dovrebbero essere un po’ grate a Lou Reed. Il quale mi ha pure insegnato che l’amore, in fondo, non è altro che: You made me forget myself, I thoutgh I was someone else, someone good.
Credo anche che Lou Reed fosse comunque un po’ stronzo, e infatti in cuor mio non gli ho mai perdonato di esser sopravvissuto a uno come Lester Bangs. Ma Lou Reed mi ha insegnato anche che se riesci a trovare della bellezza nella merda pura, allora quella è bellezza vera. Mi ha insegnato a quale altezza guardare – e non da quale, per fortuna. E che la poesia non è per forza in versi, e che l’amore può prendere diverse forme. E mi ha insegnato anche, con Heroin, che la dipendenza è un fatto mentale, è quel desiderio di dormire per mille anni e svegliarsi altrove, e che alla fine dei giochi, comunque, la sensazione sarà quella di non averci capito un bel niente. E che è umano ammetterlo.
Ma soprattutto, Lou, mi hai insegnato che a contatto con uno strumento, con un’altra persona o con quel che vuoi, ognuno ha il suo suono. Il suo proprio suono, unico e inimitabile, e che ognuno di noi è invischiato in questa battaglia fatale per trovare la propria voce. E allora forse ho fatto bene, nel 2003 o giù di lì, a non venire a sentirti a Otranto per preferirti, quella stessa sera, la mia prima volta alle prese con una chitarra. E capitolare poi nel 2011, come un omaggio per quel che mi avevi insegnato, guardandoti vecchio, comunque stralunato e nobile sul palco dell’Italia Wave, a Lecce. In quella stessa edizione del festival avrei presentato il mio primo libro, giusto il giorno dopo la tua esibizione.
E allora ho fatto bene, sì.
Sappi infine, Lou, che il tuo vecchio disco, che ho rubato ai miei genitori, suona benissimo nella mia nuova casa.

§

(E devi sapere che ti abbiamo fatto pure il consolo, con gli amici del bar che chiudeva per sempre proprio la sera della tua morte. Il consolo, lu cunsulo, che ha a che fare con la consolazione, quando porti da mangiare per i parenti che fanno la veglia al defunto. Siccome eri lontano, però, ce lo siamo fatti da noi, siamo saliti nella berlina del barista, ci siamo sistemati nel portabagagli insieme ai succhi, alla Nutella, al tonno e agli alcolici avanzati dal locale, e ce ne siamo andati a fare colazione in un altro bar, e tu lo sai, vero?, che il bar in cui si fa colazione da queste parti si chiama: Manhattan.)

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Moanin’ and beggin’. Del lamento blues e della sua necessità mitopoietica

Non c’è niente di più inutile e stucchevole, in amore, di un “Te l’avevo detto”. Il pezzo che segue, in effetti, è uscito sul numero 54 della rivista inutile. E in effetti dentro ci stanno Dolly Parton e Jack White, Justin Vernon col suo buon inverno e, ancora una volta, il mio amico Jack Faccia-da-cane.
Buona lettura.

§

“Se ne scrivo, è finita. Se ne scrivo, è perché è finita. Oppure quando ne scrivo è perché sono convinto che sia finita.”
Vincent Fandango

C’è questo mio amico di cui devo aver parlato altrove, si chiama Jack Faccia-da-cane, è un bluesman. Per la verità sono io che gli faccio notare di esserlo, un bluesman, perché lui non ha mai toccato mezzo strumento in vita sua e non pare neppure in grado di cantare, non in maniera ordinaria, perlomeno. Voglio svelare qui il motivo per cui si chiama Faccia-da-cane: è che mentre mangia non vuole esser guardato, proprio come i cani. Quanto alla sua anima blues, da quando lo conosco lui non fa che lamentarsi. Io lo invidio. Se c’è qualcosa che non va, se ha problemi di soldi o di donne, se lo ha preso il duende, lui lo butta fuori senza pensarci troppo – e non senza una gran dose di autoironia, a volte. In un certo senso canta per gettar fuori il demone, considerato che spesso siamo noi il nostro demone. È un atto che si dovrebbe fare anche con le sensazioni buone, in particolare con la gioia, perché anche la gioia, se resta di traverso, finisce col danneggiarci il fegato non meno di un Chivas invecchiato dodici anni.

Dunque la lamentazione. Da noi il termine assume un tono quasi cattolico, in ogni caso religioso, quasi medievale. Ma c’è un verbo americano che dà il senso del lamento del mio amico. Il verbo è: to moan. Che significa comunque lamentarsi, ma col canto, il canto blues che mette fuori gioco il demone almeno per la durata di una canzone, per la durata del canto. A me il moanin’ fa venire in mente il trascinarsi di catene, un serpente che si aggira tra i pochi cespugli di un paesaggio deserto, la gamba fessa di uno zoppo che fa attrito sul terreno.

L’altra notte, una notte molto calda, ho fatto dei pessimi sogni, a patto che si possano accostare degli aggettivi ai sogni, e il giorno dopo quei sogni, molto forti, si sono tramutati in blatte. Avevo la casa piena di blatte. Sono dovuto andar via per qualche giorno, dopo aver chiamato la ditta per la disinfestazione. Ho pensato che se avessi cacciato fuori il demone, invece di lasciarlo dentro fino a sognarlo… E poi c’è la questione del caldo. Nei posti caldi del mondo si vive di rassegnazione o accettazione. Ogni anno ci stupiamo che possa fare così tanto caldo. Ci rassegniamo o accettiamo il caldo. Poi quando ci siamo abituati, quando pensiamo che tutto sommato siamo fortunati a vivere nel sole, torna l’inverno, e per quanto mite possa essere, ci rassegniamo al fatto che neppure il caldo possa durare a lungo, quel caldo di peste gialla che ci ha fatto letteralmente impazzire per tre mesi. E così via.
I peggiori omicidi, nei posti caldi, si compiono d’estate.

Per gettar via il demone senza impugnare il coltello, allora, c’è solo da cantare e accettare il caldo, il sudore, che è un altro modo per far scivolare via qualcosa che ci avvelena. A me è capitato spesso di risolvere in questo modo alcune questioni. Caldo e canto. Allora voglio raccontarvi di due canzoni, due canzoni che parlano d’amore, una lo tiene in sospeso in attesa della sconfitta, mentre l’altra è un lamento che si nutre di distanza.
La distanza a volte è una lente d’ingrandimento: chiarisce, ingrandendo.

A un certo punto della sua vita Dolly Parton era convinta che suo marito stesse flirtando, se la memoria non m’inganna, con un’impiegata di banca. A dire il vero il fatto che si trattasse di un’impiegata di banca è utile al mio ragionamento. Pensateci: da un lato Dolly, una cantante country con tutte le sue idiosincrasie, dall’altra un approdo sicuro benché più giovane. Racconta Dolly di una sua fan piuttosto vivace e carina che le chiedeva un autografo con una certa insistenza. Si chiamava Jolene e in un modo o nell’altro Dolly dovette associarla alla figura dell’impiegata di banca. Ecco Jolene, dunque, una delle canzoni sulla gelosia più potenti che siano mai state cantate. Soprattutto nella versione live dei White Stripes.

Sono dell’idea che quando un uomo riesce a cantare in maniera autentica una canzone scritta da una donna, allora quella canzone funziona davvero. In generale è molto bello quando un uomo riesce a tirar fuori la sua parte femminile. Pensateci, per una donna è in un certo senso più facile intuire il maschile, perché la nostra società impone il punto di vista maschile dappertutto e per un sacco di altri motivi piuttosto banali. Ma se un uomo riesce a cantare e a soffrire con la sua parte femminile, allora quello è blues vero. Così mentre la Jolene di Dolly Parton ha un’andatura soffice, comunque da ballata country, il canto di ruggine di Jack White trasforma la canzone in qualcosa di rotto, fatto a pezzi, sventrato dal demone della gelosia. La Jolene dei White Stripes, dal vivo, è una canzone sull’umiliazione, come in effetti suggerisce il testo. Dolly Parton descrive una donna bellissima, di cui il marito parla persino nel sonno, e alla fine della lunga descrizione dice una cosa indicibile: so di non poter competere con te. Sa, Dolly, con quale facilità l’altra può prendersi il suo uomo in qualsiasi momento lo desideri. Aggiunge: ti prego, non farlo solo perché puoi, perché ne sei capace, anche se ne sei capace. Ma poi il ritornello della versione originale, nel chiamare il nome di Jolene, lo fa con un coro che ricorda, forse, il canto delle sirene. È il richiamo verso un’altra donna da parte di una donna che sta per ferirsi, che sente la competizione e allora elenca i pregi dell’altra forse per attirarla a sé, che è sempre un buon modo per neutralizzare l’avversario. Ma Jack White sa che Jolene è una canzone che parla di umiliazione, dà il giusto peso al verbo to beg: I’m beggin’ you, please don’t take my man. E così l’arpeggio iniziale diventa una serie di note adagiate sul letto vuoto, sul nulla assoluto e totalizzante che ci tocca in sorte dopo il probabile abbandono, e così comincia il lamento delle qualità dell’altra donna. Quando Jack White guaisce che non può competere con l’altra, qualcosa si rompe, la chitarra gratta a vuoto e poi esplode la rottura, il pianto, la preghiera indicibile a un’estranea sotto forma di un canto disperato, umiliante. La nostra felicità dipende non più dall’uomo amato, ma dalla donna che ce lo porterà via.
Quando ascolto questa versione di Jolene qualcosa mi tocca il cuore, mi prendono i brividi e inizio a sudare come si suda quando si sente la vergogna, nudi e svuotati davanti agli altri.

A questo punto questo pezzo per la mia rubrica che mischia due o tre cose per arrivare a conclusioni strampalate potrebbe anche concludersi. Ma c’è un’altra canzone, che come dicevo usa la distanza come lente d’ingrandimento, che va ascoltata in cuffia e si chiama Skinny Love. Non so molto del suo autore, Justin Vernon, e dei suoi Bon Iver, e non conosco altre sue canzoni. So solo che per scrivere questa e le altre del disco da cui proviene se n’è andato a stare in montagna per un po’, dopo la fine di una storia d’amore. E che quando mi è capitato di incontrare Skinny Love per caso, in giro, alla radio o per locali, l’ho scansata rimandando a un altro momento un ascolto più approfondito. Era evidente il dolore che conteneva.
(A volte penso che solo i veri artisti hanno questa cosa di andarsene per un lungo periodo in montagna a scrivere per poi ritornare. Se non hai questa possibilità e questa capacità, non sei un vero artista. Al posto di Vernon mi sarei fatto sbranare da qualche orso e non sarei mai più tornato.)

Pensavo che il termine skinny avesse a che fare con la magrezza, con gli scheletri, e quindi qualche giorno fa mi sono deciso ad ascoltare Skinny Love come si deve. Poi ho cercato su un dizionario di slang americano, scoprendo che si tratta di qualcosa che indica la nudità dei fatti, la verità nuda e cruda, come si suol dire. Percorro comunque la via dell’amore scarnificato, per quello che è e che resta il giorno dopo la fine. Qui il testo conta poco, ad eccezione dell’attacco, quel C’mon che in genere troviamo nei ritornelli e che qui invece ha la stessa funzione di infilarti subito dentro una storia o un’atmosfera come nel caso dell’incipit di certi racconti o romanzi. Poi c’è una serie di notizie e dettagli che probabilmente hanno a che fare con la vera storia di Vernon con la sua donna. Una serie di dettagli che, come mi ha insegnato un vecchio maestro, necessitano di diventare finti per rivelare la loro verità al mondo.

C’è che hai fatto la valigia, la valigia che pensavi di riempire comunque di un mucchio di cose, e invece hai scoperto che nella valigia non hai potuto infilarci un bel niente. C’è che da un giorno all’altro tu non riconosci lei e lei non riconosce più te. Tutte le coincidenze, i simboli, gli intenti comuni si sono fatti polvere e sei troppo stanco per spiegartelo. Oppure c’è che lei se n’è andata con l’impiegato di banca della canzone di Dolly Parton, anche se giusto il giorno prima sembrava non potesse vivere senza le tue cure. C’è un distacco, insomma, e il distacco non è altro che quel letto vuoto che richiama un abbandono universale, come se non ci fosse mai stato nessuno al tuo fianco.
E poi c’è il ritornello, che non è una questione di senso quanto di suono, di lamento. Non ho mai sentito una voce usare il miele e lo zucchero che gli avanzano in gola per lamentarsi in questo modo. Per accertare il dolore del distacco in questo modo. Justin Vernon sembra un uomo che deve difendersi dalla cosa più cara che ha al mondo. Capite bene che è una cosa impossibile. Te l’avevo detto, dice, te l’avevo di essere paziente, te l’avevo detto di far la brava. Te l’avevo detto. Non c’è niente di più stucchevole e inutile, in amore, di un Te l’avevo detto.

A questo punto immagino che il mio amico Jack Faccia-da-cane abbia ripreso a lamentarsi da qualche parte in giro per il mondo. Sono quasi certo che si trovi in un posto caldo e che avverta il lamento come una necessità. Ho detto che l’invidio per questo. La verità è che lo stimo pure. La verità è che dovremmo esser riconoscenti verso chi ha il fegato di lamentarsi in un certo modo, che è un po’ come cantare il canto. Dovremmo esser riconoscenti verso chi canta anche i nostri demoni attraverso il proprio lamento, dovremmo esser riconoscenti verso noi stessi quando siamo ancora in grado di cantarci.

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