Per farsi leggere, in Italia, bisognerebbe smettere di scrivere libri.

I
Il vapore e la ruggine è il libro di ogni scrittore. Cosa fa uno scrittore? Mentre scrive, si chiede com’è possibile che attorno a lui la vita prosegua. L’attimo che per lui è immobile e dilatato, per gli altri non esiste neppure. Gli altri sono quelli che vivono, muoiono, si sposano, cambiano lavoro, fanno figli, s’innamorano, nascono; e poi daccapo (a quanto pare non sempre in quest’ordine).

Intanto lo scrittore è lì, fermo nell’occhio del ciclone, incredulo nel riportare su carta la vita che fa esperienza di se stessa e si racconta.

Su carta, ma soprattutto su schermo: lo scrittore d’oggi deliberatamente non scrive: digita. Il mezzo è importante, o meglio: l’atto fisico che ci ricorda che anche questo scrittore, tra un secolo venerato o semplicemente morto, un tempo è stato vivo anche lui.

Vivo o morto, lo scrittore che ha scritto Il vapore e la ruggine ha portato al limite una certa vocazione alla contumacia, tanto da congedarsi non solo dal testo supremo che è la vita, ma pure dal testo stesso che stava scrivendo. E così ha lasciato le pagine intoccate e le note in basso a commento del vuoto: come per ridurre al minimo il disturbo.

La storia invisibile narrata nel libro l’ha vissuta Guglielmo Soga, io invece l’ho scritta: o forse è il contrario – schizofrenia? Fossero due soltanto, le voci che mi abitano…

Così densa e concentrata, comunque, questa storia è dedicata ai pochissimi momenti felici che la scrittura può regalare. In tutta franchezza, e consci del limite che è sempre umano più che letterario, non si scrive che per quei pochi momenti di gioco, di tregua dall’autocritica più feroce.

In fondo, il lavoro di uno scrittore non è troppo diverso da quello di un commesso in un negozio di giocattoli di proprietà di una multinazionale di pompe funebri.

II
Per un po’ di tempo uno scrittore è attraversato, a volte posseduto da una certa cosetta. Un animaletto peloso e ringhiante, un cerbiatto muto, unto, già preda del cacciatore; come che sia, a un certo punto lo scrittore si stacca da questa cosetta e non può che sperare di essere riuscito a trasmetterla per iscritto.

Oltre un certo limite e oltre una certa età, dovrebbe essere chiaro a ciascuno che la scrittura è come uno di quei coltelli a molla: la lama scatta sempre verso l’esterno. Uno scrittore autolesionista non trasmetterà niente agli altri. Ma chi sono gli altri? I vivi? E come fai a sapere che sono vivi? Usa il coltello, opera un taglietto, e ti accorgerai se perdono sangue – oh, se te ne accorgerai.

Dicevo: lo si fa per gli altri; ciononostante, una volta che è andato, non ha molto senso andare in giro a raccontare quel momento di attraversamento e trasmissione. A meno che tu non sia portato per la divulgazione al punto da poter divulgare persino te stesso, andare in giro per lunghi tour di presentazione – nemmeno fossi un Bob Dylan che viaggia però a sue spese – non è una grandissima idea.

I musicisti dal vivo suonano: tu non puoi suonare un bel niente. Allo scrittore manca il momento performativo, o meglio: uno scrittore, mentre è alle prese col testo, è perennemente in sala prove, o comunque perduto in una solitaria e infinita jam session – ad ogni modo, non c’è alcun palco su cui salire, e se c’è non ti dicono mai a che ora inizia lo spettacolo.

Al massimo, allora, dal vivo puoi tentare di far risuonare il tuo testo negli altri. Questo sì, è possibile. Ma se non funziona – e spesso non funziona – è un disastro: personalmente, ho l’impressione di metterci una vita intera a imparare a scrivere, e non sono mai soddisfatto; se devo perfezionare anche le mie doti da oratore o venditore di me stesso, temo che mi ci voglia un’altra vita ancora. E non è giusto.

Il punto, anche in questo caso, è il gioco, il piacere. Se sono così pochi i momenti di felicità nella scrittura, come funziona rispetto al raccontare in pubblico una scrittura già chiusa e consegnata agli altri? Ecco allora subentrare l’idea che il piacere possa annidarsi nell’ingresso in sorta di consorteria, di società letteraria; oppure nel prestigio sociale del ruolo dello scrittore (un’idea così vecchia, che salda insieme intellettuale e scrittore, un viziaccio tutto italiano…).

Siccome sto scrivendo di tutto questo – nel senso che non ne sto parlando, ma ne sto digitando – ecco che esprimo pensieri piuttosto conservatori. Quando scrivo, io, sono sempre di destra.

Ad ogni modo: se vai fuori di te, se proprio vuoi farlo, non è certo per portare sofferenza. Se vai fuori da te e dall’opera, come in una fase postmoderna di te stesso (tutto è già accaduto: puoi riderne o meno, ma di certo puoi raccontarlo), allora non puoi far altro che intrattenere. Non è poco, ma è difficilissimo. Un talento a parte.

III
L’elenco dei rifiuti editoriali, per quanto lungo, non è mai prova della qualità di un libro, né del talento del suo autore. Il talento non è mai incompreso, e un editore che rifiuta è comunque un editore che sceglie, e dunque è vivo. Il vapore e la ruggine ha sofferto però di un rifiuto preventivo in merito a ciò che è oggi il prodotto libro, quasi un’autocensura da parte dell’autore nel proporsi. La difficoltà del non essere poesia, e neppure prosa fino in fondo. Certo, in questo mondo qualsiasi cosa non sia un romanzo può sembrare avanguardia, e lo è pure un libro già progettato – anche tipograficamente – per funzionare in un certo modo.

A parole siamo tutti favorevoli al sovvertimento, alla sommossa del sistema editoriale. La fame di gloria (non di soldi, che ne girano pochi, e poi che vergogna parlarne!), la fame di gloria, dicevo, però ci smentisce. Dei tanti colleghi riottosi in giro per l’Italia, davvero in pochi hanno risposto all’appello del Vapore e la ruggine. Ma davvero era un appello? Più che altro era un richiamo, un ululato. Ha risposto solo la luna.

È che spesso sembro un burlone, mi dico, sembra sempre che stia scherzando: persino un amico è stato lì a chiedermi fino all’ultimo se era vero, che questo libro esisteva.

Ma poi a luglio 2017 chiama il futuro editore. Mi fa dei complimenti, è entrato nel libro. Lui sì, ci ha creduto subito: ero al bar, e chi se lo dimentica, lo ascoltavo con l’orecchio attaccato al telefono per via di tutto il casino attorno e non ci credevo. Infatti pensavo: comunque non ha senso, al giorno d’oggi ti legge più gente sui social che se ce le metti in un libro, le parole… E poi: adesso mi chiede dei soldi.

Non me li ha chiesti: comunque non glieli avrei dati. E non avevo da dargliene.

Mesi prima, un altro editore caduto in disgrazia (a cui avevo proposto dei racconti) aveva fatto tutto un bel giro di parole e complimenti, sempre al telefono, per poi sparare una cifra. All’epoca ne avevo ancora meno, di soldi, e così per togliermelo di dosso gli ho detto la verità: quella dei soldi e quella della morte.

Tutti i miei editori, fin qui, sono morti. Editorialmente parlando, ovviamente: usciva un mio libro e chiudevano. Forse non dovrei raccontarlo in giro: perché chi vive d’editoria si porta sempre un po’ di bambineria appresso, più che scaramantico è un sognatore ma se i sogni diventano incubi e i creditori incombono… diventa adulto, tutto qui: e poi le voci corrono, s’inseguono, e vedrai che non ti pubblica più nessuno.

Parlare di soldi è sempre parlare di morte: scopri un sacco di cose sulle persone, quando parli di soldi con loro.

IV
Una mappa per smarrire il talento: questo è stato il mio cammino di scrittore fin qui. Puntualmente ho dimenticato tutto quel che sapevo fare. Mi sono annacquato, forse, ho allungato ogni bicchiere di parole con troppa acqua: non avete idea di quanto esteso sia però il mio scrivere oggi. In quanti posti finisca la mia scrittura oltre i libri. Quanta gente che legge e non sa di leggere me.

Come se il mondo intero non fosse che una superficie infinita da riempire di testo, in ogni direzione: ma conservo comunque un sano orrore per i grafomani, le macchinette di scrittura automatica, i romanzifici a gettone. Il linguaggio è un recinto incoronato con filo spinato. Noi siamo il legno.

Al centro di tutto sta il margine, il limite umano. Se ti pungi sul filo sanguini: e allora sai che sei vivo. Con sé stessi ci vuole indulgenza, non troppa: come per un vecchio amico finito a dormire per strada, caduto in disgrazia dopo che a lungo aveva promesso tanto, e bene, soprattutto a se stesso. Ecco: bisogna promettersi e non mantenere. Sposarsi, lasciarsi sull’altare e continuare ad amarsi. Mantenere è un obbligo da tenaci, molto più spesso da stupidi. Stupidi perché tenaci.

Alla letteratura preferisco la disinvoltura dell’attore navigato. Il mio sogno? Diventare il più sublime autore di paratesti vivente.

(Foto: Grace Madeline)