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Le storie degli altri

La corda si spezza e tu non lo sai — Primo Levi

Ciascuno di noi faceva il suo lavoro giorno per giorno, fiaccamente, senza crederci, come avviene a chi sa di non operare per il proprio domani. Andavamo a teatro e ai concerti, che qualche volta si interrompevano a mezzo perché suonavano le sirene dell’allarme aereo, e questo ci sembrava un incidente ridicolo e gratificante; gli Alleati erano padroni del cielo, forse alla fine avrebbero vinto e il fascismo sarebbe finito: ma era affare loro, loro erano ricchi e potenti, avevano le portaerei e i “Liberators”. Noi no, ci avevano dichiarato “altri” e altri saremmo stati; parteggiavamo, ma ci tenevamo fuori dai giochi stupidi e crudeli degli ariani, a discutere i drammi di O’Neill o di Thornton Wilder, ad arrampicarci sulle Grigne, ad innamorarci un poco gli uni delle altre, ad inventare giochi intellettuali, e a cantare bellissime canzoni che Silvio aveva imparato da certi suoi amici valdesi. Di quello che in quegli stessi mesi avveniva in tutta l’Europa occupata dai tedeschi, nella casa di Anna Frank ad Amsterdam, nella fossa di Babi Yar presso Kiev, nel ghetto di Varsavia, a Salonicco, a Parigi, a Lidice: di questa pestilenza che stava per sommergerci non era giunta a noi alcuna notizia precisa, solo cenni vaghi e sinistri portati dai militari che ritornavano dalla Grecia o dalle retrovie del fronte russo, e che noi tendevamo a censurare. La nostra ignoranza ci concedeva di vivere, come quando sei in montagna, e la tua corda è logora e sta per spezzarsi, ma tu non lo sai e vai sicuro.


Primo Levi | Il sistema periodico

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Le storie degli altri

L’inutilità della singolarità — Kurt Vonnegut

Ho già espresso la mia opinione sulle cause che a quel tempo avevano indotto tanti pazzi a costruire macchine destinate a fare tutto ciò che gli uomini facevano. E quando dico tutto, intendo dire tutto. Voglio soltanto aggiungere che una volta mio padre, scrittore di fantascienza, scrisse un romanzo imperniato su un tizio che veniva deriso da tutti perché costruiva robot sportivi. Costui, per esempio, aveva creato un robot giocatore di basket che faceva immancabilmente rete, un robot giocatore di golf che non mancava mai una buca, un robot tennista che aveva un servizio infallibile, e così via.
In un primo tempo, la gente non riusciva a capire a che diamine servissero dei robot del genere, tant’è che la moglie del loro inventore lo piantava in asso (così come la moglie di mio padre, sia detto per inciso, aveva piantato lui) e i figli cercavano di farlo rinchiudere in manicomio. Ma poi lui informava i pubblicitari che i suoi robot sarebbero stati sponsorizzati da fabbriche di automobili, di birra, di rasoi elettrici, di orologi da polso e via di seguito. A partire da quel momento, raccontava mio padre, l’inventore faceva una fortuna, perché molti fans dei più disparati sport volevano essere esattamente come quei robot.
Ma non chiedetemi perché.


Kurt Vonnegut | Galápagos (trad. Riccardo Mainardi)

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Le storie degli altri

Suonala ancora, Occidente

La distopia è l’utopia della tecnica. Se smettiamo i panni dell’essere umano, ecco involvere pure la farfalla: dopo la tragica elaborazione notturna, le ali contratte si accartocciano in bava e corteccia. Il feto si scioglie in bruco, il bruco in morbo.

Dismesso il giardino degli uomini – o anche solo la sua possibilità – non può che seguire l’Eden meccanico e digitale di ordinari androidi schiavisti; il nostro inferno, ma consolatorio: attualmente un intrattenimento tra tanti. Anche la paura è divertente.

In questo senso soltanto è plausibile una dittatura senza più ideologia, quella panoriental-russosaudita che infiltra il mondo col credo del denaro (invisibile, ma irreligioso) e in cambio non dà più né jeans né canzoni. Suonala ancora, Occidente.


Rudy Smallflower | Debunking diktators

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Le storie degli altri

Io sono — John Berger

Queste fotografie sono il risultato della maestria tecnica di Strand, della sua capacità di scegliere, della sua conoscenza dei luoghi che visita, del suo occhio, del suo tempismo, dell’uso che fa della macchina fotografica. Ma Strand avrebbe potuto avere tutti questi talenti e non essere, malgrado tutto, in grado di produrre fotografie simili. Ciò che ha in definitiva determinato il successo delle sue foto di persone e di paesaggi (che altro non sono se non semplici estensioni di persone solo per caso invisibili) è la sua capacità di invitare al racconto, di presentarsi al soggetto da fotografare in modo da fargli venire voglia di dire: Io sono come tu mi vedi.
Tutto questo è più complicato di quanto sembri. Il tempo presente del verso “essere” si riferisce solo al presente; ciononostante, con la prima persona singolare davanti a sé, il presente assorbe il passato che è inseparabile dal pronome. L’espressione Io sono comprende tutto ciò che ha fatto di me quello che sono, è molto più che l’affermazione di un fatto immediato: è già una spiegazione, una giustificazione, una richiesta… è già autobiografia. Le fotografie di Strand ci dicono che i suoi modelli gli hanno permesso di vedere la storia della loro vita. Ed è per questa ragione che, sebbene i ritratti siano formali e in posa, non occorre che il fotografo o la fotografia fingano un ruolo preso in prestito.
Proprio perché conserva l’immagine di un evento o di una persona, la fotografia è da sempre collegata all’idea di storia. L’ideale della fotografia, a parte l’aspetto estetico, è fissare un momento “storico”. Come fotografo, tuttavia, Paul Strand ha con la storicità una relazione tutta sua. Le sue fotografie trasmettono una sensazione di durata. All’Io sono viene dato un tempo in cui riflettere sul passato e prevedere il futuro: il tempo di esposizione non fa violenza al tempo dell’Io sono: al contrario, si ha la strana impressione che il tempo di esposizione sia la vita intera.


John Berger | Sul guardare (trad. Maria Nadotti)

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La città e gli sguardi — Italo Calvino

A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano.
Passa una ragazza che fa girare un parasole appoggiato alla spalla, e anche un poco il tondo delle anche. Passa una donna nerovestita che dimostra tutti i suoi anni, con gli occhi inquieti sotto il velo e le labbra tremanti. Passa un gigante tatuato; un uomo giovane coi capelli bianchi; una nana; due gemelle vestite di corallo. Qualcosa corre tra loro, uno scambiarsi di sguardi come linee che collegano una figura all’altra e disegnano frecce, stelle, triangoli, finché tutte le combinazioni in un attimo sono esaurite, e altri personaggi entrano in scena: un cieco con un ghepardo alla catena, una cortigiana col ventaglio di piume di struzzo, un efebo, una donna-cannone. Così tra chi per caso si trova insieme a ripararsi dalla pioggia sotto il portico, o si accalca sotto un tendone del bazar, o sosta ad ascoltare la banda in piazza, si consumano incontri, seduzioni, amplessi, orge, senza che ci si scambi una parola, senza che ci si sfiori con un dito, quasi senza alzare gli occhi.
Una vibrazione lussuriosa muove continuamente Cloe, la più casta delle città. Se uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia d’inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d’urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe.


Italo Calvino | Le città invisibili

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Pensare il Messia — Guido Ceronetti

Bello anche pensare che non verrà il Messia, perché questo è, pur così duro, un pensare. L’amaritudine del tempo messianico essendo certa e verificabile, il non veniente viene. Samuel Beckett ha costruito, intorno a una venuta non veniente, un intero dramma dell’Attesa, impersonata da due straccioni in cui ci riconosciamo. La morte dell’attesa, morire all’attesa, è il peggior morire. Così dicendo, pallidamente risuscito me stesso dal sepolcro della mia privazione di attesa. Se la gente applaude alla parola Messia caduta per caso in una piccola poesia vuol dire forse un rifiuto ad essere morti all’attesa, portati per corridoi ciechi all’obitorio dell’anima. Il successo del Godot nella prigione di San Quentin fu corda toccata, fatta vibrare felicemente nel recinto carcerario, dove evidentemente sgocciola lungo i muri un messianismo infelice.
Pensare messianicamente, sia pure con una forzatura malinconica, trattiene la mente dal precipitare nell’incretinimento generale (misteriosamente, temo, pianificato) il cui primo stadio è raggiunto facendo spazzatura delle polverizzate speranze cieche.
Pensare il Messia è soffrire per qualcosa che vale perché ci oltrepassa, per qualcosa che dai confini della carne scruta il Deserto dei Tartari che avviluppa, mare ignoto, mantenendole disperatamente vigili, le possibilità umane.

“Il Messia non viene.”
“Ma perché dovrebbe venire?”
“Non lo so.”

[…] Il sogno però non può, non potrà mai, essere tolto a tutti. Perdura in quelli di noi che, pur non riconoscibili che a fatica, anche da se stessi, recano un sogno.
Il sogno. Il sogno. Il sogno. Il sogno. Il sogno.
Sognare è lo stesso che attendere.
Ecco, hanno suonato.
Vado ad aprire.
Non c’è nessuno.
È Lui.


Guido Ceronetti | Messia

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Società, secolarismo e superstizione — Roberto Calasso

Duemila anni dopo Cristo, il secolarismo avvolge il pianeta. Così è non perché abbia sconfitto le religioni, bensì perché, fra tutte le religioni, è la prima che non si volga a entità esterne ma a se stessa, in quanto visione giusta e ultima delle cose come sono e come devono essere.
Se il secolo ventesimo è stato il secolo dell’autoriflessione, questo carattere si manifesta anche nel fatto che la società prende se stessa come oggetto che ormai ingloba tutto, grazie a quell’arma invincibile che passa sotto il nome di tecnologia.

[…] Homo saecularis non è così contrario alle religioni in sé. Le religioni somigliano molto alle ideologie, e con queste ultime è abituato ad avere a che fare ogni giorno. Chi dice di essere cristiano non deve essere molto diverso da chi dice di essere vegetariano. Sono tutti gruppi, comunità, confraternite. Si può essere comunisti — come anche culturisti. Ogni scelta va rispettata. Sono tutte minoranze. Nicchie. Quel che Homo saecularis invece non riesce a cogliere è il divino. Non sa situarlo. Non rientra nell’ordine delle cose. Delle sue cose.

[…] Il divino è ciò che Homo saecularis ha cancellato, con cura, con insistenza. Lo ha anche espunto dal lessico di ciò che è. Ma il divino non è come una roccia, che tutti inevitabilmente vedono. Il divino deve essere riconosciuto. E il riconoscimento è l’atto supremo verso il divino. Atto sporadico, momentaneo, non trasponibile in uno stato. “Incessu patuit dea”, il divino è come il passo di una dea, che si fa avanti e subito va oltre. Il divino è uno scintillamento discontinuo, che rinvia a qualcosa di compiuto e continuo. Per Homo saecularis tutto questo era evanescente e contrario alla fisiologia che aveva elaborato in se stesso. Era vano, ormai, rivolgere i propri desideri in quella direzione.

[…] Divino e sacro: cosa accade se qualcuno che non è incline a professare una qualsiasi religione riconosce quelle due parole e ne ha esperienza, non meno intensa di quella di un fedele? Dovrà ammettere che quelle due parole indicano qualcosa che sussiste in sé, ancora prima e al di fuori di ogni culto. E già questo invita a squarciare l’involucro protettivo e soffocante costituito dalla superstizione della società.


Roberto Calasso | L’innominabile attuale

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