scrivere-pubblicare-editoria-marco-montanaro
Storie

Scrivere o pubblicare? Una storia vera

Qualche giorno fa, al termine di uno dei miei corsi di scrittura, un allievo tra i più validi mi prende in disparte. Mi aspetto che si metta a scherzare su questo o quel fatto buffo accaduto durante l’ultima lezione. Invece no, per un po’ se ne sta zitto a braccia incrociate. A me sembra un ragazzino che attende il colloquio col docente in fila con una mamma invisibile.
Quando l’ultimo compagno di corso è andato, l’allievo si decide a parlare.
“Alla fine come si fa?” chiede, guardandomi negli occhi.
“Come si fa cosa?” controdomando io.
“A scrivere. A pubblicare.”
Ecco il genitore invisibile, mi dico. Anzi, non c’è dubbio che sia lui, con le sue aspettative di adulto pragmatico, forse addirittura cinico, a parlare in vece del mio allievo. Rispondo pronto.
“A costo di risultare noiosetto, ripeto quel che ho detto nel corso delle nostre lezioni: scrivere, ti siedi e lo fai, ecco tutto. Quanto a pubblicare…”
Non è per amor di suspense che mi fermo: ma per una fitta allo stomaco. Mi ci sento io, bambino, adesso: un bimbo che di nascosto si è riempito il pancino di tonnellate di brioche industriali mangiate di nascosto. Le quali iniziano subito a farsi sentire laggiù con una serie di ROARRR, GRUNTBLGR, EGNNNGN.
“Quanto a pubblicare” mi forzo allora a dire – ma a quel punto, giuro, ben altro valore educativo avrebbe il dar di stomaco in piena faccia, quella del mio allievo, le mille merendine mangiate colla fantasia – “Sai cosa? Forse dovrei programmare un corso a parte, per questo aspetto della faccenda”.
L’allievo sorride di un mezzo sorriso malevolo, incattivito, della serie rivoglio-indietro-i-miei-soldi: ma il corso appena concluso, questo va detto, era gratuito.
“Allora aspetto quest’altro ciclo di lezioni” dice, ancora più malevolo e pronto ad andar via.
“Aspetta.”
E qui lo sento sbuffare: sarei disposto a vomitarmi sulle scarpe pur di mettere fine a questo dialogo. Invece, chissà perché, riprendo: “Puoi sempre fare un’altra cosa. I migliori sono sempre quelli senza libri, del resto.”
“Senza libri?”
“Certo. Autori senza libri. Che se va bene avranno pubblicato un libro attorno ai vent’anni, precoci e assolutamente non letti, e poi non scrivono più una riga. Al più tengono un corso di scrittura ogni cinque o sei anni. Oppure dirigono una rivista (che chiude nel giro di sei mesi al massimo), fanno editing per qualche misconosciuto editore. Ma soprattutto, sono quelli che si esprimono. Sempre. Su cosa? Su ogni romanzo appena uscito. Sulla qualità di questa o quella traduzione. Sui tic stilistici dei loro non-colleghi (per questi autori senza libri, lo stile è sempre riconducibile a una serie di tic). E intanto vantano tutta una pletora di amicizie – o inimicizie, fa lo stesso – editoriali: parlo ovviamente di altri autori senza libri. In questo modo danno l’impressione di contare qualcosa, di appartenere a chissà quale consorteria o loggia letteraria. Vedrai attorno a loro tutto uno sciame di scrittori emergenti, aspiranti critici, sbandati e badanti editoriali… A un certo punto, data l’attenzione che in un modo o nell’altro saranno riusciti a ottenere, potrebbero persino pubblicare. In qualsiasi momento.”
“E quando pubblicano…?”
Puff!, ecco che il genitore invisibile è scomparso. Riecco invece il mio valoroso allievo dallo sguardo perduto, un bambino che ha appena tirato un sospiro di sollievo alla notizia della bocciatura evitata. Allora, mentre continuo il mio ragionamento, posso iniziare a sbiadire anch’io, a sfumare nel bianco di questo foglio bianco.
“Il fatto” dico riprendendo il tono e soprattutto l’alito consumato da maestro che abbia dimostrato soprattutto a se stesso di possedere ancora un minimo di autorevolezza, “il fatto è che questi autori non pubblicano mai, nemmeno quando potrebbero. Se pubblicassero, passerebbero dall’altra parte. È un paradosso, ciccino mio, ma è tutto qui: scrivere è inutile, forse, ma pubblicare può rivelarsi addirittura fatale”.
Ammutolito, l’allievo mi indica con l’indice, ora senza più la punta così come metà del mio corpo non ha oramai più alcuna consistenza: da quell’indice puntato è iniziata pure la scomparsa del mio allievo.
“Tu” lo sento inorridire quando anche l’intero avambraccio è avvolto dalla scomparsa, “tu sei tra questi! Tu e questo inutile corso di…”
“Non c’è alcun corso” lo interrompo. “Mai tenuto uno in vita mia. Consideralo piuttosto un espediente per buttare giù questo post – uno di quelli in cui tutti, all’inizio, si identificano con me o con te… E poi, quando si passa a parlare degli autori senza libri, finiscono col pensare: ‘Ah, se è vero! Ma per fortuna non sta mica parlando di me!’ Così, tutti contenti e vagamente indignati condividono, condividono e condividono. E ora smamma, dobbiamo sparire del tutto: vorrei stare sotto i due minuti di lettura”.
A quel punto non eravamo che due minuscoli segni neri su un bianco infinito e indolore, e poi neppure quello: neppure quello, amici miei.

Standard
Storie

Paolo Cognetti: un’avventura

“Delle sue imprese parlava con estrema avarizia. Non era della razza di quelli che fanno le cose per poterle raccontare (come me): non amava le parole grosse, anzi, le parole. Sembrava che anche a parlare, come ad arrampicare, nessuno gli avesse insegnato; parlava come nessuno parla, diceva solo il nocciolo delle cose.”

Primo Levi | Il sistema periodico


La parola ricorrente è: montagna. Meglio: montanaro. Oppure: racconti. Oppure, ancora: New York. E poi: infanzia. Senza dimenticare: ragazze. A cui aggiungerei: monaco. O forse: asceta. Poi: Nepal. E ancora: rigore. In un certo senso: misura. Forse, anche: orgoglio. E così via.

Se volessimo ridurre uno scrittore alle parole che usa o che evoca attraverso la sua scrittura, se volessimo aspirarne il midollo con un’imponente siringa che conservi una stringa di codice letterario essenziale, se volessimo farlo col paroliberismo vagamente fascistoide di hashtag e SEO… Be’, le parole infilate in serie nel precedente paragrafo sarebbero senz’altro quelle adatte per raccontare Paolo Cognetti – argomento, prima ancora che scrittore, molto battuto da queste parti, e che mi accingo ad affrontare per l’ultima volta (o almeno credo). Ma prima un piccolo excursus para-storico. Continua a leggere

Standard
Storie

La lingua fascista

25-aprile-red

Il 25 aprile di diversi anni fa ho avuto il piacere e la fortuna di trovarmi a cena con Ludovico e Arturo Brachini. Diversi anni fa: quando passa tanto tempo da un certo fatto, la sensazione è che quel fatto sia avvenuto in un universo parallelo.

Ad ogni modo, all’epoca i due cugini scrittori non erano ancora troppo noti al grande pubblico. Ludovico era ancora tutto preso dal suo lavoro di oncologo e scriveva raccontini pseudofilosofici per riviste cosiddette underground – e da qui la definizione di ontologo. Da parte sua, Arturo era perso invece nel tentativo di gettar fuori da se stesso la scrittura, nient’altro che la scrittura, lasciando dentro lo scrittore – insomma, aveva già licenziato tre o quattro libri sotto improbabili pseudonimi come Nero Desideri, Aristide Bamba e M. Montanaro.

Il locale in cui ci portò Ludovico si chiamava La Tessitura, un ristorante sbarra pizzeria illuminato premeditatamente bene, nel senso che a vederlo dall’ingresso pareva la sublime scena di una tragedia greca, con queste luci che scendevano sottili dall’alto a rimembrare la caducità dell’esperienza umana – cioè del cliente; mentre una volta seduti diveniva subito chiaro come fosse praticamente impossibile, in quella penombra, guardare in faccia i propri commensali o quello che avevi nel piatto. Inoltre, la posizione dei faretti di caldo lucore finiva con l’illuminare dal basso i camerieri, una volta che quelli venivano al tavolo, dandogli una statura di divinità indistrutte e provvisorie.

Continua a leggere

Standard
Le storie degli altri

Girone d’andata

sna

Poco dopo il tramonto. Passeggiavano prendendo a calci una lattina. Se la passavano di piatto, d’esterno, di collo se quella si alzava. Nel ventre piano di uno stradone desolato, gli alberi spogli, i rami secchi che uno dei due, scrivendo, avrebbe paragonato a grappoli d’artigli – mentre l’altro, quello più anziano, no: per lui sarebbero stati rami, rami rinsecchiti di un tiglio spoglio, nient’altro.
Sedettero su una panchina di legno rammollito dall’umido. Sul bordo destro un alone scuro, qualcuno che ci aveva pisciato o vomitato non più tardi di una notte prima; perciò si strinsero. Vicini, sentivano l’odore reciproco, confondendolo col proprio.
Tu lo sai, disse il più anziano, tu lo sai che di là non porta a niente.
Teneva in mano la lattina, deformata, con un piccolo squarcio su un lato.
C’è la stazione, e poi niente. Per questo non andremo da nessuna parte.
La stazione porta ovunque, disse il giovane.
I treni li hanno soppressi tutti. E poi ci sono gli alberi, quelli lì, che alberi sono?
Non lo so.
Dovresti saperlo.
Tigli?
Tigli, può darsi. C’è il polline, non lo sopporto.
Vuoi dire che sei allergico ai treni e al polline?
Ai treni che non portano da nessuna parte, ragazzo. E al polline, sì, al polline, certo.


Remo Santacaterina | Girone d’andata

Standard
Le storie degli altri

Stia calmo, signor editor

illustrazione-buco-nero

Telefonata dell’editor: ho letto le prossime pagine, c’è da impazzire davvero; non un piano temporale rispettato, non un nesso di causa-effetto, zero capacità narrativa, niente di niente: il trionfo dell’idiozia. Si capisce soltanto che la questione è diffusa, irregolare, in viaggio, ma per il resto…

Stia calmo, signor editor. Il fatto che è questo il modo in cui funziona per noi: nella nostra nostalgia del presente, non siamo sicuri che ciò che accadrà ieri non sia accaduto domani – questo per non dover ripetere l’oscura litania dell’età adulta: e cioè che ieri è sempre meglio di oggi; perciò per noi tutto succede insieme, nello stesso momento: e così lo raccontiamo con intensità e prostrazione verso ogni traguardo raggiunto, per non rimpiangere nulla: questa è la nostra danza notturna e struggente – danza di idioti così belli d’apparire d’intelligenza vivace.

Quanto al libro, poco importa: il nostro intento non è spiegarci o svelare il trucchetto, e ciò che è stato appena letto, stia certo, cambierà nel cuore della notte, quando il volume di carta sarà posato sul comodino dal lettore più pigro; questo mondo d’inchiostro, così come la nostra piccola storia, si genera e si propaga facendosi, di pagina in pagina, frase per frase, parola su parola.


Jonas Boldrini | Il declino del clavicembalo

Standard
Le storie degli altri

La montagna Hemingway — George Saunders

stock-photo-96853849

Foto: Peter Blackaert | Tiger Turtle Magi Mountain, Duisburg

Quando un giovane decide che vuole scrivere ecco che intorno gli sorgono svariate montagne che portano i nomi dei suoi eroi. La montagna Hemingway, ad esempio.
Comincia a scalarla, armato del suo amore per Hemingway.
A un certo punto inizia ad essere stanco. Stanco di imitare. Stanco del senso di claustrofobia che prova mentre cerca di esprimere la sua realtà con la voce di qualcun altro. Stanco, quando cerca di sembrare e pensare come qualcun altro, di falsificare: perché svende la sua esperienza di vita personale, perché omette cose che per lui sono vere e ne aggiunge altre che non lo sono.
Se ha la fortuna di rendersene conto, ridiscende la montagna Hemingway e ricomincia da capo.
Toh, guarda: la montagna Toni Morrison. Sembra più adatta.
E il ciclo si ripete.
Poi un giorno – magari c’è di mezzo l’età o qualche difficoltà che lo porta all’esasperazione – sbotta. Basta imitare. Fine. Qualcosa si spezza. Comincia a sembrare… se stesso. O almeno non sembra uguale a nessuno in particolare. È apparsa una nuova montagna; riesce a vederla, con sopra il suo nome.
Però, quanto è piccola.
Non è nemmeno una vera montagna. Sembra… sembra un mucchietto d’immondizia.
Va bene, va bene, pensa, poi prende e ci sale sopra.
Il lavoro che fa non è il lavoro dei suoi maestri. È inferiore, più modesto, più confuso. È piccolo e trascurabile.
Ma almeno è suo.
Continua a leggere

Standard