Interviste

Nella perfida terra di Dio. Conversazione con Omar Di Monopoli

Conosco Omar Di Monopoli da dieci anni: da quando cioè ha esordito con Isbn col suo primo romanzo Uomini e cani. Adesso, dopo altri due romanzi e una raccolta di racconti, Omar è approdato a Adelphi con l’ultimo Nella perfida terra di Dio.
Posso dire di far parte della nutrita schiera di suoi lettori che ha esultato alla notizia del passaggio, qualche mese fa: per me Omar, che vive a dieci chilometri da dove vivo io, è stato un punto di riferimento costante, e la sua scrittura una sorta di sorella maggiore per la mia – per chi non l’avesse mai incontrata: bisogna immaginare il muro di una bellissima chiesa barocca però abbandonata, nelle cui crepe (di questo muro) crescono dei rigogliosi cespuglietti di malerba; oppure si provi a evocare il suono ubersaturato di chitarre collegate ad amplificatori per basso di certo stoner rock anni ’90 – altro esempio per dire, pure, che i romanzi di Omar andrebbero letti con orecchie interiori, oltre che con gli occhi: perché se gli occhi rimandano a paesaggi da gotico appulo-americano, la sonorità dell’italiano desueto di questo William Faulkner di Terra d’Otranto, che ingloba e rivomita lingue locali acide e senzadio, è un’avventura nell’avventura.
Di questo e altro abbiamo parlato con Omar nel corso della conversazione che potete leggere di seguito.

Inizierei dallo stupore di leggere le tue parole rivestite dal completo tipografico di Adelphi (un sobrio gessato, direi). Ti avevo lasciato bardato dal rossosangue dei dorsi Isbn, con quei caratteri secchi e puntuti, e ora sei tutto aggraziato e pulito. Il che rispecchia pure, se vogliamo, il passaggio dall’ultrapop Anni Zero di Massimo Coppola al classico dei classici e senzatempo di Roberto Calasso; passaggio in cui la tua opera non perde nulla, anzi, al contrario acquista un’identità, un’aura nuova – un po’ quello che è successo a M.P. Shiel con La nube purpurea, passato dal “genere” di Urania all’autorialità forte di Adelphi; Adelphi che peraltro ti ha collocato nella stessa collana, Fabula, in cui escono Bolaño e Carrère, tanto per fare i nomi di due autori che indagano il male da una prospettiva simile alla tua, forse. Come ti senti? È un sogno, è tutto vero? Come calzano questi panni nuovi?

Caro mio, non smetto di ripeterlo, in questi giorni, e quindi lo ribadirò anche qui: è ovviamente un salto quantico, una cosa che mi rende orgoglioso. Pure, sperando di non sembrare troppo presuntuoso, credo si tratti in fondo di uno sviluppo naturale (non dovuto, intendiamoci, ma naturale!) giacché la Isbn era, per lo meno agli esordi, una sorta di Adelphi in sedicesimo: una casa editrice insomma con un catalogo curato e vivo, con una sua precipua identità anche grafica oltre che filosofica (solo decisamente più pop rispetto alla monumentale casa in cui adesso ho l’onore di essere ospite). Poi le cose sono andate a ramengo ma è inutile stare a riparlarne: io so solo che probabilmente non sarei mai entrato nello studio di Calasso se prima non avessi incontrato l’entusiasmo di Papi, Coppola e Formenton in Isbn, coi quali sono cresciuto come autore. Il resto è cronaca, anche giudiziaria, e credo sull’argomento si sia detto abbastanza… Continua a leggere

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Le storie degli altri

Il dhvani di Hemingway — Vikram Chandra

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Quindi era il rasa ciò che ho sentito quel pomeriggio in cui ho scoperto Hemingway seduto al tavolo della cucina a Bombay, quando quella cupa corrente sotterranea che ribolliva di emozioni inespresse mi ha gettato in uno stato di esaltazione, di gioia. Il celebre ritmo serrato di Hemingway, la spoglia semplicità delle sue frasi, quelle ripetizioni di suono che lui sistema meticolosamente nella prosa, tutto ciò intensifica il dhvani di ciò che, come un gigantesco iceberg, resta non detto. Ogni parola, ogni pausa, ogni esitazione costituisce il dhvani di una storia.
Scrive Flannery O’Connor:

Il significato deve essere incorporato in una storia, deve concretizzarsi all’interno di essa. Un racconto è un modo di dire qualcosa che non può essere detto in nessun altro modo, e richiede che ogni parola in esso contenuta esprima il significato del racconto. Narriamo una storia perché una frase non basterebbe. Quando qualcuno chiede di cosa parla una storia, l’unica risposta appropriata è consigliargli di leggerla. Nella narrativa, il significato non è astratto, ma vissuto.

L’unico modo per spiegarvi ciò che ho sentito la prima volta che ho letto Hemingway è dirvi di leggere quei racconti. E anche in quel caso, voi leggeresti racconti differenti. Possiamo anche leggere lo stesso testo, ma il dhvani che si manifesta in noi sarà unico. La vostra bellezza sarà solo vostra. Se rileggete un racconto che avete letto dieci anni fa, in voi si manifesterà un dhvani tutto nuovo. La bellezza della poesia è infinita.


Vikram Chandra | Geek sublime

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Le storie degli altri

Confrontare il delitto col castigo (e vedere se si compensano)

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“Sissignora,” rispose il Balordo, come se fosse d’accordo. “Gesù ha mandato tutto a gambe all’aria. È stato lo stesso, per Lui e per me, solo che Lui non aveva commesso delitti e invece hanno potuto provare che io ne avevo commesso uno, perché avevano le carte. Naturalmente,” proseguì, “a me le carte non le hanno mai fatte vedere. Ecco perché firmo io, adesso. Mi sono detto, molto tempo fa: studiati una firma, poi firma tutto quello che fai e tienine copia. Allora saprai cos’hai fatto e potrai confrontare il delitto col castigo e vedere se si compensano… E alla fine avrai qualcosa in mano per dimostrare che non ti hanno trattato con giustizia. Ho preso il nome di Balordo perché non riesco a far tornare il conto del male che ho fatto e di quello che ho patito per scontarlo.”
Dal bosco, venne un grido lacerante, subito seguito da un colpo di pistola.
“Vi sembra giusto, signora, che un uomo sia castigato senza pietà e un altro non sia castigato per niente?”
“Gesù!” gridò la nonna. “Lei ha buon sangue! Io so che non ucciderebbe mai una signora! Io so che è di buona famiglia. Preghi! Gesù! Non deve sparare a una signora. Le darò tutti i soldi che ho!”
“Signora,” sospirò il Balordo, guardando oltre la nonna, lontano, nel bosco. “Non c’è mai stato un morto che abbia dato la mancia al becchino.”
Si udirono altri due colpi e la nonna alzò la testa, come una vecchia tacchina assetata che reclama l’acqua, e gridò: “Bailey, figlio mio! Bailey, figlio mio!” come se le si spezzasse il cuore.
“Gesù è stato l’unico a resuscitare i morti,” riprese il Balordo. “E non avrebbe dovuto farlo. Ha mandato tutto a gambe all’aria. Se ha fatto quel che ha detto, allora non ci resta che gettar tutto e seguirlo; se non l’ha fatto, allora non ci resta che goderci meglio che possiamo i pochi minuti che ci avanzano: uccidendo qualcuno, bruciandogli la casa o facendogli qualche altra cattiveria. Non c’è piacere al di fuori della cattiveria,” affermò, e la sua voce divenne quasi un ringhio.


Flannery O’Connor | Un brav’uomo è difficile da trovare

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Storie

David Means

black swans

Scrivendo ho, soprattutto, imparato a leggere. Ci sono meccanismi interni alla scrittura che valgono anche per la lettura. Piccoli passaggi sotterranei che funzionano allo stesso modo. Qualcuno la chiama coautorialità. Per me è la possibilità di stupirmi o di accedere quanto meno al mistero dello stupore. Il piacere si affida spesso a una sequenza o combinazione di parole imprevista, che viene realizzata mentre si produce. Parole che lette o messe per iscritto rivelano qualcosa di preesistente in noi. Mentre scrivi sei il tuo primo lettore e mentre leggi qualcun altro lo stai anche scrivendo. È chimica, che opera un momento prima e un momento dopo la sospensione dell’incredulità.
Al tempo stesso la innesca.

Non bisogna tuttavia fare della materia quello che non è, ovvero una scienza dura. La scienza dura può operare in genere sia su puzzle che su enigmi. Il puzzle ha in sé la soluzione. I pezzi sono tutti lì, c’è solo da fare ordine. L’enigma conserva almeno un dato misterioso, un piccolo buco nero che consente tuttavia l’accesso alla luce. Una scienza molle come il racconto deve muoversi in questo spazio, quello dell’enigma, del mistero che schiude mondi sconosciuti.

David Means, nei racconti del suo Episodi incendiari assortiti, si occupa soprattutto di enigmi. A Means mi sono avvicinato per caso, incuriosito da una sua intervista. Spudorato, spiegava di essere un orgoglioso scrittore di racconti. Come Flannery O’Connor. Questa fierezza si rivela nei tredici Episodi di Means, che per compattezza e compiutezza ricordano effettivamente i testi della O’Connor. Con lo stesso gusto per l’imprevedibilità e il mistero della condizione umana. Qualcosa di affine alla preghiera, e perciò raro nella scrittura contemporanea, soprattutto occidentale. Molti viventi stanno raccontando un mondo in chiusura, e per farlo si affidano a racconti a loro volta esauriti. I personaggi vengono piazzati su un binario, unico, e fatti agire in un contesto che il lettore conosce a memoria. Azioni e reazioni prevedibili, pezzi del puzzle già noti, spesso neppure sparpagliati. Nessuno stupore, laddove per stupore non intendo qualcosa di squisitamente letterario ma anche, profondamente, umano. Chi vive in un racconto dovrebbe sempre essere capace di un guizzo imprevedibile, anche solo potenziale, proprio come capita con gli esseri umani.

La scrittura di David Means non si affloscia né si acquieta dunque sugli acciacchi di una società in declino. Presenta quello che potrebbe apparire come un puzzle con tanti e dettagliati pezzi, ma è ben consapevole di affrontare un enigma. Spesso anche di non poterlo risolvere, mentre si occupa di “cose precise concrete e inafferrabili”. Così funziona una scrittura antica, che racconta attorno al fuoco di un rito eterno e primordiale. Per essere antica, una narrazione deve essere capace di parlare a chi verrà dopo (impresa già ardua) quanto a chi è già stato. Eterna e retroattiva insieme, dunque.

L’impatto con la scrittura di Means arriva forte col primo racconto. Incidente ferroviario, agosto 1995 è un’immersione in questo sistema di cose precise concrete inafferrabili. Un uomo decide di non andare più al concerto dove pensava di recarsi. Finisce fuori città, in una grotta. Quattro vagabondi lo torturano e lo lasciano a morire sotto un treno. Il macchinista del treno che farà a pezzi l’uomo si interroga per settimane sulla vicenda. Means ce l’ha raccontata immergendoci in un mare di dettagli che sono, al tempo stesso, poco più che supposizioni. L’uomo ha evitato il concerto perché gli avrebbe ricordato la moglie morta. I quattro balordi ci sembra di conoscerli. Il macchinista è abituato a fare a pezzi i barboni che si addormentano sui binari con la sua locomotiva, eppure non si dà pace. Sa pure di essere un bravo lavoratore. Il punto di vista all’interno del racconto viaggia da un personaggio all’altro. Sfioriamo la soluzione, che conosciamo e non conosciamo insieme. Ci sono cose che sappiamo e altre che non sappiamo, e nella stessa misura giacciono sul fondo del nostro animo. Solo l’ultima frase del racconto ci fa, finalmente, sospirare, ma non sappiamo perché.

Lo stesso accade con Quello che fecero, il terzo racconto della raccolta. Una bambina muore inghiottita dalla terra mentre sta giocando in cortile. Il terreno ha ceduto. C’è un’inchiesta: chi ha costruito e come, su quei terreni? Means ci sommerge con una serie di dettagli tecnici da ingegnere edile. Nel frattempo conosciamo il dolore dei genitori della piccola. Soffochiamo allo stesso modo, sommersi dalla lettura, piano piano, come la bimba dal fango. La spiegazione tecnica del dramma non è una soluzione, eppure ci appigliamo ad essa, come se potesse restituirci qualcosa.

La scrittura antica di David Means si nutre soprattutto della nostra epoca, dei suoi drammi. Ma il delirio borghese diventa un travaglio più profondo, umano. In quest’ottica Means si serve di alcuni personaggi, soprattutto dei barboni, che per comodità chiamerò ultimi. A queste vite Means affida il compito di essere le scatole nere di interi racconti. Senza alcuna retorica. È il caso del barbone che viaggia per chilometri nel deserto attaccato a un treno nel racconto La presa. Quando sta per cedere, lo tiene saldo al vagone il ricordo vivido di sua madre, che gli appare come una figura religiosa. Nel triste ricevimento di matrimonio in L’interruzione, invece, il vecchio Roy è l’ultimo, buffo e malandato, la cui apparizione improvvisa rincuora i ricchi astanti. Quando Roy arriva vicino al buffet pisciandosi addosso, sbronzo e ferito, gli invitati al matrimonio vivono quell’episodio come una consolazione. Lui è oggettivamente peggiore di loro. Non a caso, il dj – che potrebbe essere David Means – fa suonare in sala un disco di Karen Carpenter. Anche lei ultima, morta per aver vissuto fino in fondo gli affanni che cantava, è un semplice intrattenimento per borghesi.

Allo stesso modo il camionista di Tahorah non solo muore, ma addirittura vive comparendo nel racconto solo per dare nuova luce alle vicende – comunque tragiche – di una famiglia ebrea. La storia è quella del ricongiungimento tra due fratelli che hanno smesso di parlarsi da decenni. Sono entrambi in ospedale, uno dei due è al capezzale della figlia che sta morendo dopo un incidente d’auto. Nel frattempo Means sta raccontando la storia del camionista che si trova nella camera accanto per un infarto. Gli è insopportabile la preghiera e il cianciare della famiglia ebrea nel corridoio. Così a un certo punto si stacca dai macchinari ed esce a insultare i familiari della ragazza. Qualche ora dopo, quell’agitazione gli sarà fatale. Qualche giorno dopo, al funerale della ragazza, il ricordo di quello strano episodio farà apparire un sorriso sul volto di uno dei due fratelli ebrei. L’altro, il padre della giovane defunta, ritroverà lo stesso sorriso che conosceva da bambino e abbraccerà il fratello. La grazia di questo ricongiungimento e di tutta la storia sta nel montaggio, che mischia e alterna le vicende dei personaggi, i loro intenti e le loro fortune. Fino all’ultimo ci chiediamo cosa ci facesse il camionista in quella stanza d’ospedale, e dunque nel racconto.

Anche ne I travagli della vedova è soprattutto il montaggio a porre il racconto nella prospettiva dell’enigma. La vicenda ruota attorno a un unico dilemma: può una vedova superare il suo lutto “a furia di scopate”? La memoria del matrimonio, comunque fallito, è affidata a una vecchia videocassetta. Si tratta di un porno amatoriale che la vedova e il defunto compagno hanno girato durante la prima notte di nozze. È il raccordo tra la vecchia vita, andata, di lei, e quella nuova, potenzialmente ancora sensuale. La vedova guarda e riguarda il filmato. Intanto fantastica di andare a letto con un geologo. È lui che si occupa di “cose precise concrete e inafferrabili”, come i vulcani islandesi, mentre studia i comportamenti della vedova. Finché, nel racconto, la vedova e il geologo non vanno a letto insieme. La relazione carnale tra i due è descritta come fosse reale, con tanto di paragoni tra l’ex marito, morto e perdente, e il geologo. Ma gradualmente Means ci fa capire che la relazione è solo immaginata dalla vedova. Non si tratta di un flashforward, come inizialmente potrebbe apparire. È un montaggio quasi invisibile. Nulla più che una possibilità o una supposizione. Le cose sono andate in un altro modo. La sera del primo appuntamento, la vedova ha mostrato il porno amatoriale, sgraziato e irruvidito dal tempo, al geologo. Il quale non si è scomposto e ha compreso. La donna appartiene ancora al suo passato. Il lutto è ancora lì, tutto da vivere, la memoria le impedisce l’azione. E la memoria è tutta in una strana videocassetta. Un feticcio a un passo dall’essere nient’altro che un pessimo prodotto di fiction. Come capita a volte proprio coi ricordi.

Sulla perfezione mortifera della fitcion si interroga Il cacciatore di gesti. Un uomo è intrappolato in un ricordo: un gesto particolare di suo figlio piccolo, morto poi in Vietnam. L’uomo batte le strade della sua città alla ricerca di gesti puri, all’altezza di quelli di suo figlio. Gente colta nell’attimo, in flagrante, mentre si annoda i lacci delle scarpe o lecca un gelato. In tutta la sua vita l’uomo ne ha visti pochissimi e anche quel giorno non sembra trovarne traccia, almeno finché non incappa nell’abbraccio di un uomo e una donna fuori da un’onoranze funebri. In quella commozione l’uomo ritrova la tenerezza che protegge dal dolore del lutto. Ma poi scopre che quel gesto purissimo è frutto della messinscena – nel quartiere, quel giorno, si sta girando un film. Quel gesto è finto, esattamente come le emozioni che uno scrittore può attivare attraverso il racconto. Allo stesso modo della fiction letteraria, però, quel gesto non è falso: resta puro, chiuso e perfetto in quell’istante di finzione. L’uomo se lo porta dentro al pari di quello di suo figlio piccolo. Ciononostante, non gli resta che uccidere il regista del film che si gira quel pomeriggio.

Sul rapporto tra narratore e materia prima (la memoria, il racconto), non è azzardato dire che nel racconto Episodi incendiari assortiti si parla tanto di strani e feroci piromani quanto anche di scrittori. “Attraverso il fuoco, verso la luce”, cantava Lou Reed. Così le storie di Means hanno da un lato la stessa forza antica di avventure raccontate attorno al fuoco, destinate a tramandarsi come la fiaccola portata da padre e figlio ne La strada di Cormac McCarthy (e nel sogno che chiude Non è un paese per vecchi). E da un altro sono anche narrate da chi attraverso quel fuoco è passato, e nel restituire la luce e il calore è anche sopravvissuto, un po’ buffo, pittoresco o, in ultima analisi, anche solo sfigurato. Proprio come il clown che chiude Episodi incendiari.

Ancora altre misure tecniche adottate da Means pongono i suoi testi in questa prospettiva che, come detto, è votata al racconto di un enigma più che alla ricomposizione di un puzzle. L’accuratezza dei dettagli si accompagna a improvvise aperture.  Accanto alla già citata ingegneria edile di Quello che fecero convive sia la minuziosa descrizione dell’interno del videoregistratore penetrato dalla cassetta col porno amatoriale ne I travagli della vedova ma anche la marcia dei profughi nel deserto dell’Africa. E ancora, questo tipo di accostamento (ancora ne I travagli): “Una cosa sono le leggende – i Sioux del White River credono nel Takuskanskan, il potere del gesto, uno spirito che sottintende ogni movimento – e un’altra è il nostro fiacco mito del rapporto sessuale, l’idea che le anime possano in qualche modo trasfigurarsi in quell’atto; che tutto quel dimenarsi, scivolare, e grugnire possa rigenerarci”.

Ci sono poi accorgimenti minori, forse, che però rafforzano quel senso di coautorialità della lettura di cui parlavo all’inizio. Nell’incipit de La reazione si racconta dall’interno una reazione allergica nella gola del dottor Sloan. Si parla di carne, sangue, pus. Il passaggio successivo, cioè la descrizione dell’esterno (l’isolato in cui vive Sloan) è questo: “Il tramonto sanguinava sugli alberi del suo giardino”, che crea il raccordo con l’abisso della gola prima descritta.

Infine due racconti brevissimi, Quello che spero e Il taglialegna. Il primo è una dolce, spudorata e forse un po’ autoironica dichiarazione d’intenti o manifesto circa quello che David Means vuol fare con la sua scrittura: non limitarsi ad abbandonare i suoi personaggi su una dolorosa spiaggia spazzata dai fantasmi di occasioni mancate.
Il secondo rafforza il senso dell’operare su scienze molli. Il taglialegna si suicida, non sappiamo bene perché. Potrebbe essere perché è pazzo, o per questioni di soldi, oppure perché ha abbattuto tutti gli alberi che gli era consentito abbattere. Si muore perché non si può più costruire con quel che amiamo e neppure distruggerlo, e noi, a pensarci bene, siamo alle prese, tutti quanti, con questo stesso enigma.

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Storie

Fantasmagoria clinica

solitario

Questo racconto è uscito un mese fa circa su Scrittori precari. Credo sia la prima volta che scrivo qualcosa a proposito degli avvenimenti di Genova 2001. Ma soprattutto questo racconto è un omaggio a Enoch, un nome molto importante nella Bibbia e che torna, curiosamente e in modo molto simile, in alcuni racconti di Sherwood Anderson e Flannery O’Connor.
Buona lettura.

§

Il padre di E restaurava mobili antichi. In un modo o nell’altro aveva provato a instillare nella testa del ragazzo l’idea che bisogna sempre darsi pena, a tutti i costi, pur di non annegare nella sufficienza. Molto sopra o anche molto sotto, ma mai in mezzo, ripeteva il padre di E. Lo faceva con gusto e con calma, da buon amico più che da genitore. Fino a diciott’anni la vita del ragazzo si svolse comunque senza grandi scossoni e soprattutto lenta, molto lenta, come accade per l’infanzia quando la riesumiamo da adulti. Non ci furono ragazze né grandi passioni, nell’adolescenza di E.
Nel luglio del 2001, tuttavia, accaddero due cose che avrebbero avuto un peso molto diverso nel prosieguo della sua vita. C’era una viaggio da fare proprio con suo padre, a Genova, per visitare il grande acquario. Ma questo viaggio fu rinviato, perché a Genova in quei giorni ci sarebbero state delle grandi manifestazioni. Durante quelle manifestazioni accadde in effetti qualcosa di terribile. Un ragazzo si beccò una pallottola in testa da un carabiniere. Subito dopo un blindato dell’Arma calpestò il suo cadavere. E e suo padre guardarono a lungo i filmati della morte del ragazzo in tv. Il padre di E si diceva disgustato. Diceva che il ragazzo morto assomigliava a E, che avevano la stessa età e lo stesso taglio di capelli, diceva che poteva esserci suo figlio al posto del morto (lo diceva rivolto alla tv) e che il mondo andava certamente peggiorando. Dal canto suo E non aveva un’idea ben definita della questione, si percepiva certamente disgustato per quello che vedeva in tv ma doveva esserci come un filtro, nella sua testa o nello schermo, che non gli permetteva di accedere concretamente al dolore racchiuso in quegli avvenimenti. Ad ogni modo, per la prima volta E giungeva alla conclusione che lui e suo padre erano molto diversi, che quel che gli mancava era la parte storica, così la chiamava, che al contrario portava suo padre a vedere le cose in un certo modo, a tratti politico, a tratti solo eroico o solo tragico.
Sempre in quel mese del 2001, E vide per la prima volta T, che all’epoca doveva avere sedici anni, seduta su una panchina del parco. Realizzò che era una ragazzina molto dolce e che, prima o poi, lui avrebbe dovuto trovare una donna del genere, bella e in un certo senso cupa, misteriosa. Ma c’era tutto il tempo per pensarci, perché due mesi dopo E sarebbe partito per l’università, a mille chilometri dal paese.

I primi mesi in città E li trascorse chiuso nella sua stanza. Mangiava ogni tre giorni e comunque non più di una volta al giorno, alla mensa dell’università, finché non venne una nuova coinquilina. Si chiamava S, studiava farmacia e aveva deciso che avrebbe cucinato anche per E. Fu con lei che E parlò per la prima volta degli avvenimenti del luglio precedente. S si era avvicinata alla politica proprio in seguito a “quell’assassinio di stato”, così lo chiamava. All’università frequentava dei collettivi di cui E non riusciva ad afferrare neppure mezzo nome, ma soprattutto S frequentava solo uomini stranieri. Iraniani, maghrebini, al più francesi e tedeschi. Gli italiani non le piacevano. Le piaceva il pianoforte, che aveva smesso di suonare un anno prima, e che avrebbe voluto riprendere in vecchiaia, “quando tutto si sarà sistemato”, così diceva. Ad ogni modo E e S non riuscirono mai a parlare davvero della morte del ragazzo a Genova, per parte di E perché anche in quel caso c’era qualcosa come un filtro a bloccarlo, e per parte di S perché era più forte la tentazione di parlare dei meccanismi più grandi che avevano portato a quell’assassinio. Così la questione si risolse in altro modo: una sera S decise che era il momento giusto perché E iniziasse a pensare alle donne e così gli chiese di dormire con lei, nella sua stanza. E disse di sì e seguì tutte le direttive di S, che fu molto attenta fino a sciogliersi in un lungo orgasmo; dopodiché la ragazza spiegò, prima di addormentarsi, che certe cose non le avrebbero fatte, insieme, perché lui avrebbe dovuto continuare a esplorare da solo. Una settimana dopo S si trasferì in Francia col suo ragazzo iraniano.
Per qualche tempo E se ne restò in camera, a pensare più alle cose da esplorare con le donne che all’assassinio di Genova. Nella sua testa, in effetti, prendeva corpo la tesi dell’assassinio, anche se non sapeva da parte di chi.

Le cose che ancora non sapeva sulle donne E iniziò a scoprirle un mese dopo la partenza di S, in un bagno dell’università, quando la giovane assistente di un professore glielo prese in bocca. E aveva deciso di frequentare le lezioni, e in un modo o nell’altro aveva attirato l’attenzione di questa ragazza, che poteva chiamarsi M o N, e che più che l’assistente di un vecchio critico letterario aveva in mente di fare la scrittrice. E visse con lei per un paio di settimane, finché un giorno la ragazza non rivelò che l’unico uomo che le era venuto dentro era stato proprio il suo professore, e così E insistette per fare lo stesso, e M o N disse che si poteva fare, offrì il culo e poi chiese a E di sparire. Per un po’ E pensò a questo: l’unica donna che poteva dire di avere il suo sperma in corpo gli aveva chiesto di sfumare via proprio come tutti i poeti e gli scrittori di cui avevano parlato per notti intere. Lo stesso avveniva adesso per E con Genova, dal momento che nella sua testa era come se ci fosse stato davvero in gita con suo padre, una di quelle gite fatte controvoglia, che si dimenticano facili col tempo.

Nei mesi e negli anni successivi E cominciò a frequentare scrittori, musicisti, e poi professori, politici, linguisti, psicologi, sociologi. Per un po’ E ebbe una casa tutta sua, e così questi strani personaggi simili a fantasmi andavano a trovarlo, arrivavano lì, discutevano di Lacan o Latouche o Freud come se si trattasse dell’ultima cosa buona accaduta su questo pianeta e andavano via. In un certo senso si trattava di feste, in un certo senso E si sentiva il festeggiato. Era felice se qualche ragazza restava per la notte, e mentre faceva l’amore E non pensava più a Genova, e neppure a quel che sapeva delle donne, ma rimasticava le cose che aveva ascoltato dai suoi ospiti, dalle teorie sulla tecnologia come una sorta di nuova Natura, matrigna e indifferente proprio come quella di Leopardi, fino a quelle sul fascismo come stato mentale più che come fatto storico o politico; in particolare, la persona che aveva detto questa cosa sul fascismo aveva aggiunto che aveva trovato più fascisti tra i suoi amici che tra i suoi nemici. Così E aveva pensato al fatto che non aveva ancora trovato dei nemici veri.

A un certo punto E si chiuse in casa. Era stanco di frequentare questi fantasmi. Pensava che in fondo gli scrittori non facevano che parlare di letteratura, i politici di politica, i sociologi di sociologia e così via… Dov’erano i pensieri normali che E aveva fatto fino al luglio del 2001, dov’era la vita vera a cui quei pensieri avrebbero dovuto condurre? Nessuna delle persone che aveva incontrato fino ad allora sembrava realmente interessata al mondo fuori, anche se E non sapeva bene cosa potesse essere questo mondo fuori. Ci pensò a lungo, iniziò a dipingere con scarsi risultati, infine riprese a uscire tra un esame e l’altro. Per un po’ frequentò due donne contemporaneamente. Una faceva la cameriera, dopo un mese era pazza di lui e sembrava non desiderare altro nella vita. Quando E si allontanava, lei smetteva di mangiare. L’altra donna era una parrucchiera, non disse mai ad E di amarlo ma vomitava ogni notte che lui era lontano. A nessuna delle due donne E parlò di Genova né provò a spiegare che tipo di umanità aveva incontrato fino a quel punto, perché E sapeva che le parole sono pallottole, colpi che a volte o per la maggior parte vanno tenuti in canna.
L’ultimo anno di E in città trascorse diviso tra queste due donne, che non seppero mai l’una dell’altra e soffrirono molto a causa di E o almeno così credettero. Entrambe ebbero dei sospetti in un paio di occasioni, e sempre in un paio di occasioni progettarono di uccidersi o di uccidere E. Ma non avrebbero comunque fatto in tempo, perché a un certo punto E decise di lasciare l’università e tornare al paese.

Dopo la morte del padre, E prese in mano quello che era ormai diventato un mobilificio. Per cinque anni E fece l’imprenditore con risultati che si attestarono su una sufficienza incolore. Alcuni conoscenti gli consigliavano di ingrandirsi, altri parlavano confusamente di una certa crisi economica e si chiedevano come facesse E a restare in piedi, e perché poi non si sposasse. Finché E non decise di vendere e stabilirsi in una piccola casa di campagna, con pochi soldi e senza alcuna voglia di avere idee di alcun genere. Riprese a dipingere, e nei suoi quadri, che lo stesso E definiva “brutti e notturni”, tornavano gli intarsi e i ricami dei mobili restaurati da suo padre. Ma anche questa parte della vita di E finì subito.
Un giorno E incontrò T per strada. Era diventata una donna alta, spigolosa, con un corpo difficilmente gestibile da chicchessia. Non fu comunque difficile riconoscerla. E la invitò a casa per un caffè. Lei accettò. Il caffè si tramutò in un una lunga sequenza di birre. T raccontò la sua storia, E ascoltò in silenzio. In seguito avrebbe concluso che chiunque avrebbe potuto immaginare il modo in cui erano andate le cose per quella donna prima ancora che lei si fosse data pena di aprir bocca. Quella notte finirono a letto e E tentò in tutti i modi di venire dentro T. Dopo, molto dopo, forse verso l’alba, E chiese a T se ricordava qualcosa del luglio del 2001 e se sentisse di avere dei nemici. Lei disse di no e che comunque non capiva, lo disse sorridendo, aggiunse che voleva dormire ancora, ma E aveva deciso che non era più il caso di tenere i colpi in canna, così prese a parlare col suo buon demone in corpo, le spiegò cosa aveva visto, le raccontò l’umanità che aveva incontrato, le teorie di ognuno su di sé e sul mondo, e poi il lavoro, i quadri, a un certo punto E parlò di fantasmi, mentre T era già in piedi a rivestirsi, e E continuava e continuava, diceva che le stava regalando tutti i suoi fantasmi e che ai tempi dell’università un tizio che studiava psicoterapia o qualcosa del genere gli aveva rivelato che c’è una spiegazione scientifica, persino clinica, per i fantasmi, per le idee che ci restano in testa per anni e che non vogliono sapere di andarsene, e a quel punto T era davvero in piedi e pronta ad andarsene ma E saltò nudo giù dal letto e le fu addosso, a spingerla con colpi regolari del bacino contro la scrivania, e lei avrebbe iniziato a urlare se non fosse che dentro era certa di essere già morta, finché E non si calmò, almeno in apparenza, e le chiese di sparire, poi lo urlò e ripeté che non dovevano più vedersi, che non avrebbe voluto rivederla mai più in vita sua.

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Interviste

Questionario sulla scrittura #3: Paolo Cognetti

Dice Paolo Cognetti che con la scrittura funziona come col maiale, ma al contrario: molto si deve buttar via. Allora immagino i quadernoni su cui Paolo scrive piano, li immagino pieni di cancellature e riscritture. Immagino l’immersione nel silenzio in cui si tenta di distinguere, cogliere la differenza tra il vestito e il mestiere dello scrittore. Un silenzio che serve a ricalibrare il tempo interiore, quello dell’uomo e quello dei racconti che scrive. Finché questi due tempi non combaciano, immagino anche questo, e allora funziona come per chi racconta con la voce: l’uomo sarà quello che narra – coinciderà con la materia orale – per la durata del racconto; poi sarà libero.
Di Paolo sapevo che scrive solo racconti e che scrive poco. Due caratteristiche, in tempi d’abbondanza, che nel linguaggio (e dunque nell’uso) comune non fanno un bravo scrittore. Precisione e lentezza, un tempo diverso da quello che viviamo in genere, in generale: così pure nei racconti di Paolo. Sei seduto accanto ai suoi personaggi, sei con loro, ne hai compassione, pietà, ne deriva un assunto, una sensazione: che il mondo, di tanto in tanto, sia un posto pulito, come quel che esce, dopo mesi o anni, dai quadernoni di Paolo. Con la fatica che immagino soltanto.

Cosa rappresenta di te, la scrittura?
Ho sempre amato la definizione che Flannery O’Connor dava della scrittura come habitus – un modo di essere più che un mestiere. Però negli ultimi tempi sto scoprendo l’importanza di preservare la mia identità di persona, indipendente dalla mia attività di scrittore. Avere un’ossessione è una cosa molto romantica ma per niente sana, e ho cominciato a capire il valore di stare con i miei amici, i miei genitori o la mia ragazza senza pensare per tutto il tempo al libro che sto scrivendo, sacrificando ogni altra cosa a quello. Non voglio fare la fine del capitano Achab, appeso alla balena bianca con il suo stesso arpione. Sto cercando di trovare un equilibrio tra la scrittura e le relazioni e mi cogli nel bel mezzo di questo percorso. Insomma la risposta è: fino a poco tempo fa ti avrei detto che la scrittura rappresentava il nocciolo, la parte più profonda e sincera di me; adesso non mi sembra più una bella cosa.

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