Storie

David Means

black swans

Scrivendo ho, soprattutto, imparato a leggere. Ci sono meccanismi interni alla scrittura che valgono anche per la lettura. Piccoli passaggi sotterranei che funzionano allo stesso modo. Qualcuno la chiama coautorialità. Per me è la possibilità di stupirmi o di accedere quanto meno al mistero dello stupore. Il piacere si affida spesso a una sequenza o combinazione di parole imprevista, che viene realizzata mentre si produce. Parole che lette o messe per iscritto rivelano qualcosa di preesistente in noi. Mentre scrivi sei il tuo primo lettore e mentre leggi qualcun altro lo stai anche scrivendo. È chimica, che opera un momento prima e un momento dopo la sospensione dell’incredulità.
Al tempo stesso la innesca.

Non bisogna tuttavia fare della materia quello che non è, ovvero una scienza dura. La scienza dura può operare in genere sia su puzzle che su enigmi. Il puzzle ha in sé la soluzione. I pezzi sono tutti lì, c’è solo da fare ordine. L’enigma conserva almeno un dato misterioso, un piccolo buco nero che consente tuttavia l’accesso alla luce. Una scienza molle come il racconto deve muoversi in questo spazio, quello dell’enigma, del mistero che schiude mondi sconosciuti.

David Means, nei racconti del suo Episodi incendiari assortiti, si occupa soprattutto di enigmi. A Means mi sono avvicinato per caso, incuriosito da una sua intervista. Spudorato, spiegava di essere un orgoglioso scrittore di racconti. Come Flannery O’Connor. Questa fierezza si rivela nei tredici Episodi di Means, che per compattezza e compiutezza ricordano effettivamente i testi della O’Connor. Con lo stesso gusto per l’imprevedibilità e il mistero della condizione umana. Qualcosa di affine alla preghiera, e perciò raro nella scrittura contemporanea, soprattutto occidentale. Molti viventi stanno raccontando un mondo in chiusura, e per farlo si affidano a racconti a loro volta esauriti. I personaggi vengono piazzati su un binario, unico, e fatti agire in un contesto che il lettore conosce a memoria. Azioni e reazioni prevedibili, pezzi del puzzle già noti, spesso neppure sparpagliati. Nessuno stupore, laddove per stupore non intendo qualcosa di squisitamente letterario ma anche, profondamente, umano. Chi vive in un racconto dovrebbe sempre essere capace di un guizzo imprevedibile, anche solo potenziale, proprio come capita con gli esseri umani.

La scrittura di David Means non si affloscia né si acquieta dunque sugli acciacchi di una società in declino. Presenta quello che potrebbe apparire come un puzzle con tanti e dettagliati pezzi, ma è ben consapevole di affrontare un enigma. Spesso anche di non poterlo risolvere, mentre si occupa di “cose precise concrete e inafferrabili”. Così funziona una scrittura antica, che racconta attorno al fuoco di un rito eterno e primordiale. Per essere antica, una narrazione deve essere capace di parlare a chi verrà dopo (impresa già ardua) quanto a chi è già stato. Eterna e retroattiva insieme, dunque.

L’impatto con la scrittura di Means arriva forte col primo racconto. Incidente ferroviario, agosto 1995 è un’immersione in questo sistema di cose precise concrete inafferrabili. Un uomo decide di non andare più al concerto dove pensava di recarsi. Finisce fuori città, in una grotta. Quattro vagabondi lo torturano e lo lasciano a morire sotto un treno. Il macchinista del treno che farà a pezzi l’uomo si interroga per settimane sulla vicenda. Means ce l’ha raccontata immergendoci in un mare di dettagli che sono, al tempo stesso, poco più che supposizioni. L’uomo ha evitato il concerto perché gli avrebbe ricordato la moglie morta. I quattro balordi ci sembra di conoscerli. Il macchinista è abituato a fare a pezzi i barboni che si addormentano sui binari con la sua locomotiva, eppure non si dà pace. Sa pure di essere un bravo lavoratore. Il punto di vista all’interno del racconto viaggia da un personaggio all’altro. Sfioriamo la soluzione, che conosciamo e non conosciamo insieme. Ci sono cose che sappiamo e altre che non sappiamo, e nella stessa misura giacciono sul fondo del nostro animo. Solo l’ultima frase del racconto ci fa, finalmente, sospirare, ma non sappiamo perché.

Lo stesso accade con Quello che fecero, il terzo racconto della raccolta. Una bambina muore inghiottita dalla terra mentre sta giocando in cortile. Il terreno ha ceduto. C’è un’inchiesta: chi ha costruito e come, su quei terreni? Means ci sommerge con una serie di dettagli tecnici da ingegnere edile. Nel frattempo conosciamo il dolore dei genitori della piccola. Soffochiamo allo stesso modo, sommersi dalla lettura, piano piano, come la bimba dal fango. La spiegazione tecnica del dramma non è una soluzione, eppure ci appigliamo ad essa, come se potesse restituirci qualcosa.

La scrittura antica di David Means si nutre soprattutto della nostra epoca, dei suoi drammi. Ma il delirio borghese diventa un travaglio più profondo, umano. In quest’ottica Means si serve di alcuni personaggi, soprattutto dei barboni, che per comodità chiamerò ultimi. A queste vite Means affida il compito di essere le scatole nere di interi racconti. Senza alcuna retorica. È il caso del barbone che viaggia per chilometri nel deserto attaccato a un treno nel racconto La presa. Quando sta per cedere, lo tiene saldo al vagone il ricordo vivido di sua madre, che gli appare come una figura religiosa. Nel triste ricevimento di matrimonio in L’interruzione, invece, il vecchio Roy è l’ultimo, buffo e malandato, la cui apparizione improvvisa rincuora i ricchi astanti. Quando Roy arriva vicino al buffet pisciandosi addosso, sbronzo e ferito, gli invitati al matrimonio vivono quell’episodio come una consolazione. Lui è oggettivamente peggiore di loro. Non a caso, il dj – che potrebbe essere David Means – fa suonare in sala un disco di Karen Carpenter. Anche lei ultima, morta per aver vissuto fino in fondo gli affanni che cantava, è un semplice intrattenimento per borghesi.

Allo stesso modo il camionista di Tahorah non solo muore, ma addirittura vive comparendo nel racconto solo per dare nuova luce alle vicende – comunque tragiche – di una famiglia ebrea. La storia è quella del ricongiungimento tra due fratelli che hanno smesso di parlarsi da decenni. Sono entrambi in ospedale, uno dei due è al capezzale della figlia che sta morendo dopo un incidente d’auto. Nel frattempo Means sta raccontando la storia del camionista che si trova nella camera accanto per un infarto. Gli è insopportabile la preghiera e il cianciare della famiglia ebrea nel corridoio. Così a un certo punto si stacca dai macchinari ed esce a insultare i familiari della ragazza. Qualche ora dopo, quell’agitazione gli sarà fatale. Qualche giorno dopo, al funerale della ragazza, il ricordo di quello strano episodio farà apparire un sorriso sul volto di uno dei due fratelli ebrei. L’altro, il padre della giovane defunta, ritroverà lo stesso sorriso che conosceva da bambino e abbraccerà il fratello. La grazia di questo ricongiungimento e di tutta la storia sta nel montaggio, che mischia e alterna le vicende dei personaggi, i loro intenti e le loro fortune. Fino all’ultimo ci chiediamo cosa ci facesse il camionista in quella stanza d’ospedale, e dunque nel racconto.

Anche ne I travagli della vedova è soprattutto il montaggio a porre il racconto nella prospettiva dell’enigma. La vicenda ruota attorno a un unico dilemma: può una vedova superare il suo lutto “a furia di scopate”? La memoria del matrimonio, comunque fallito, è affidata a una vecchia videocassetta. Si tratta di un porno amatoriale che la vedova e il defunto compagno hanno girato durante la prima notte di nozze. È il raccordo tra la vecchia vita, andata, di lei, e quella nuova, potenzialmente ancora sensuale. La vedova guarda e riguarda il filmato. Intanto fantastica di andare a letto con un geologo. È lui che si occupa di “cose precise concrete e inafferrabili”, come i vulcani islandesi, mentre studia i comportamenti della vedova. Finché, nel racconto, la vedova e il geologo non vanno a letto insieme. La relazione carnale tra i due è descritta come fosse reale, con tanto di paragoni tra l’ex marito, morto e perdente, e il geologo. Ma gradualmente Means ci fa capire che la relazione è solo immaginata dalla vedova. Non si tratta di un flashforward, come inizialmente potrebbe apparire. È un montaggio quasi invisibile. Nulla più che una possibilità o una supposizione. Le cose sono andate in un altro modo. La sera del primo appuntamento, la vedova ha mostrato il porno amatoriale, sgraziato e irruvidito dal tempo, al geologo. Il quale non si è scomposto e ha compreso. La donna appartiene ancora al suo passato. Il lutto è ancora lì, tutto da vivere, la memoria le impedisce l’azione. E la memoria è tutta in una strana videocassetta. Un feticcio a un passo dall’essere nient’altro che un pessimo prodotto di fiction. Come capita a volte proprio coi ricordi.

Sulla perfezione mortifera della fitcion si interroga Il cacciatore di gesti. Un uomo è intrappolato in un ricordo: un gesto particolare di suo figlio piccolo, morto poi in Vietnam. L’uomo batte le strade della sua città alla ricerca di gesti puri, all’altezza di quelli di suo figlio. Gente colta nell’attimo, in flagrante, mentre si annoda i lacci delle scarpe o lecca un gelato. In tutta la sua vita l’uomo ne ha visti pochissimi e anche quel giorno non sembra trovarne traccia, almeno finché non incappa nell’abbraccio di un uomo e una donna fuori da un’onoranze funebri. In quella commozione l’uomo ritrova la tenerezza che protegge dal dolore del lutto. Ma poi scopre che quel gesto purissimo è frutto della messinscena – nel quartiere, quel giorno, si sta girando un film. Quel gesto è finto, esattamente come le emozioni che uno scrittore può attivare attraverso il racconto. Allo stesso modo della fiction letteraria, però, quel gesto non è falso: resta puro, chiuso e perfetto in quell’istante di finzione. L’uomo se lo porta dentro al pari di quello di suo figlio piccolo. Ciononostante, non gli resta che uccidere il regista del film che si gira quel pomeriggio.

Sul rapporto tra narratore e materia prima (la memoria, il racconto), non è azzardato dire che nel racconto Episodi incendiari assortiti si parla tanto di strani e feroci piromani quanto anche di scrittori. “Attraverso il fuoco, verso la luce”, cantava Lou Reed. Così le storie di Means hanno da un lato la stessa forza antica di avventure raccontate attorno al fuoco, destinate a tramandarsi come la fiaccola portata da padre e figlio ne La strada di Cormac McCarthy (e nel sogno che chiude Non è un paese per vecchi). E da un altro sono anche narrate da chi attraverso quel fuoco è passato, e nel restituire la luce e il calore è anche sopravvissuto, un po’ buffo, pittoresco o, in ultima analisi, anche solo sfigurato. Proprio come il clown che chiude Episodi incendiari.

Ancora altre misure tecniche adottate da Means pongono i suoi testi in questa prospettiva che, come detto, è votata al racconto di un enigma più che alla ricomposizione di un puzzle. L’accuratezza dei dettagli si accompagna a improvvise aperture.  Accanto alla già citata ingegneria edile di Quello che fecero convive sia la minuziosa descrizione dell’interno del videoregistratore penetrato dalla cassetta col porno amatoriale ne I travagli della vedova ma anche la marcia dei profughi nel deserto dell’Africa. E ancora, questo tipo di accostamento (ancora ne I travagli): “Una cosa sono le leggende – i Sioux del White River credono nel Takuskanskan, il potere del gesto, uno spirito che sottintende ogni movimento – e un’altra è il nostro fiacco mito del rapporto sessuale, l’idea che le anime possano in qualche modo trasfigurarsi in quell’atto; che tutto quel dimenarsi, scivolare, e grugnire possa rigenerarci”.

Ci sono poi accorgimenti minori, forse, che però rafforzano quel senso di coautorialità della lettura di cui parlavo all’inizio. Nell’incipit de La reazione si racconta dall’interno una reazione allergica nella gola del dottor Sloan. Si parla di carne, sangue, pus. Il passaggio successivo, cioè la descrizione dell’esterno (l’isolato in cui vive Sloan) è questo: “Il tramonto sanguinava sugli alberi del suo giardino”, che crea il raccordo con l’abisso della gola prima descritta.

Infine due racconti brevissimi, Quello che spero e Il taglialegna. Il primo è una dolce, spudorata e forse un po’ autoironica dichiarazione d’intenti o manifesto circa quello che David Means vuol fare con la sua scrittura: non limitarsi ad abbandonare i suoi personaggi su una dolorosa spiaggia spazzata dai fantasmi di occasioni mancate.
Il secondo rafforza il senso dell’operare su scienze molli. Il taglialegna si suicida, non sappiamo bene perché. Potrebbe essere perché è pazzo, o per questioni di soldi, oppure perché ha abbattuto tutti gli alberi che gli era consentito abbattere. Si muore perché non si può più costruire con quel che amiamo e neppure distruggerlo, e noi, a pensarci bene, siamo alle prese, tutti quanti, con questo stesso enigma.

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