Le storie degli altri

Cadenza e intensità — Ricardo Piglia

Solo nei film di Hollywood è sbagliato raccontare il soggetto; nei romanzi invece la trama è soltanto una guida, o meglio la mappa di un territorio che si va trasformando mano a mano che procediamo. Quando diciamo che non possiamo smettere di leggere un romanzo è perché vogliamo continuare ad ascoltare la voce narrante. Ben oltre l’intrigo e le peripezie, c’è un tono, che definisce il modo in cui la storia si muove, fluisce. Non si tratta tanto dello stile, dell’eleganza nella disposizione delle parole, quanto della cadenza e dell’intensità della narrazione. In definitiva il tono determina la relazione emotiva che il narratore intrattiene con la storia che sta raccontando.

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Regola d’oro per gli scrittori debuttanti: se l’immaginazione scarseggia, occorre essere fedeli ai particolari.


Ricardo Piglia, 9 febbraio 2012

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Le storie degli altri

Una questione d’intensità, di metamorfosi — Ricardo Piglia

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Quelli che capivano le donne scrivevano libri molto eleganti: Flaubert, Henry James.
Quelli che non le capivano, scrivevano libri caotici: Melville, Malcolm Lowry.
Bisognava elaborare una teoria che spiegasse questa relazione.
Kerouac aveva scritto la propria confessione in una notte e Pavese il suo libro in trent’anni, ma la sostanza era la stessa.
Connolly: un’estate a Londra.
Era tutta una questione d’intensità. Di metamorfosi.


Ricardo Piglia | L’invasione

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Storie

Tre racconti per l’estate

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Cerco sempre di ragionare in termini di libri, mai di forme o di generi (romanzo, saggio, raccolta di, ecc.). Credo che un’opera importante sia semplicemente un libro, punto; con tutti i suoi difetti e le infinite diramazioni o tensioni verso altre forme.
Detto questo, ho comunque una leggera predilezione per il racconto (e di conseguenza per la raccolta di racconti): perché se ne sta lì, bistrattato e sostanzialmente irriformabile proprio a causa della scarsa considerazione di cui gode presso molti editori (e lettori, va detto).
Per questo, pensando a tre letture da suggerire per l’estate, ho pensato a tre racconti letti e riletti negli ultimi anni. Una scusa, più che altro, per parlare – in breve – di tre storie su cui avrei voluto scrivere qualcosa di più articolato (senza escludere di poter comunque rimediare in futuro).
E allora buona lettura, come si suol dire.

George Saunders, Bengodi (da Bengodi e altri racconti, minimumx fax)
Inizia così: “Stasera finalmente la nazione vota…”, e questo racconto lungo, pubblicato in America nel 1996, ci proietta da qualche parte in un territorio che ci sembra di conoscere da vicino (mi riferisco ai referendum e alle elezioni apocalittiche di questi ultimi mesi). Non bastasse, ecco poi un’America in crisi in cui la povertà e la frustrazione si giocano tutte sulla pelle dei Diversi, che i cosiddetti Normali hanno ridotto in schiavitù.
Il racconto vero e proprio prende il via quando il protagonista Cole riesce a portare fuori da Bengodi – uno dei tanti stralunati luna park inventati da Saunders – i suoi orribili piedi da Diverso; l’obiettivo è andare a salvare sua sorella, promessa sposa di un ricco Normale. Così esploriamo quest’America involuta con Cole, e ogni incontro sembra una profetica allegoria del nostro tempo presente.
Tra Brautigan, Vonnegut e, perché no, Stefano Benni, Saunders procede per scene veloci e riesce a divertire e disturbare con semplicità disarmante. Continua a leggere

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Le storie degli altri

Come derubare sé stessi


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Era un uomo meticoloso, molto preciso, mi ricordo che portava con sé una fiaschetta di brandy, una di quelle boccette di metallo, foderate di cuoio sottile, che si custodiscono in una tasca segreta del gilet, e questo lo so perché una volta ho visto che infilava le dita fini nel giromanica, come se stesse rubando a sé stesso, il giudice, per tirar fuori abilmente la fiaschetta e berne un sorso, in mezzo alla strada. Essendo mancino, la sollevò reggendola nel palmo della mano sinistra, tra il pollice e il mignolo, mentre con la destra, con un movimento secco del polso, aprì il tappino nichelato e dopo aver bevuto pulì il bordo con un fazzoletto bianco e me ne offrì un sorso, ma gli risposi che non bevevo per strada. Lui sorrise, rassegnato, e cominciò a raccontarmi che si era fatto fare diversi gilet da un sarto di Olivos che, secondo il giudice, era l’unico che ancora ricordava l’abitudine dei gentiluomini inglesi di portarsi dietro una fiaschetta di brandy e che, di conseguenza, continuava a confezionare quei gilet con la tasca segreta, anche se, ormai, il giudice e il proprietario di una catena di cinema di Androgué erano gli unici clienti che gli rimanevano. Chiaro che, aggiunse il giudice, farsi fare il gilet significava ovviamente anche farsi fare l’abito, per cui il sarto riusciva a sopravvivere nella sua casa di Olivos, dove aveva la propria bottega e viveva da solo, tra tessuti in cashmere, centimetri di tela cerata gialla e giacche con le controfodere segnate con grandi gessi triangolari, esposte su dei manichini di legno bianchi, senza testa.
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