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Storie

Un antidoto contro il fascismo

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L’epoca è tecnica. Dopo l’attentato terroristico di Macerata mi sono morso la lingua più volte – almeno quattro, come il signor Palomar – pur di evitare di scrivere qualcosa a caldo. Pur di evitare di entrare nel gioco delle interazioni – quello di Facebook – che crea oggi il discorso pubblico, almeno quello mainstream.

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Quando, negli anni della crisi finanziaria – a partire cioè dal 2008 – il web e soprattutto i social sono diventati mainstream, il discorso pubblico ha cominciato a essere inquinato dalle voci di milioni di persone per le quali in precedenza l’accesso alla costruzione del discorso pubblico stesso era semplicemente inibito: la rivoluzione digitale ha aperto gli argini e ampliato l’accesso a un certo tipo di consumi né più né meno che altre rivoluzioni tecnologiche.

Ciò a cui abbiamo assistito in seguito è stato, altrettanto semplicemente, il cortocircuito del web per come lo conoscevamo. Su Facebook non ci sono ambienti “protetti”: nonostante si insista sulle nicchie e sulle bolle, abbiamo scoperto che esistevano migliaia di persone che non la pensavamo come noi su un mucchio di cose – peggio, ci siamo scontrati con persone che pensavano cose per noi impensabili e indicibili prima d’allora, allo stesso tempo scoprendo che la “ragione” che ci davamo tra “amici” era intollerabile per altri.

Il cortocircuito si è completato quando la tv ha cominciato ad attingere al discorso pubblico rappresentato attraverso i social, ovvero un discorso frammentato, gonfiato, emotivo, sulle prime parallelo rispetto alla “realtà” fuori da Internet e poi pian piano capace di plasmarla sulla base della rappresentazione ultramediata da tv e rete stessa.

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Storie

La grande stanchezza

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[Questo post, uscito oggi su Scrittori Precari, continua evidentemente da QUI e da QUI, ma può essere letto in totale autonomia rispetto ai pezzi indicati. Buona lettura.]

Un vecchio maestro mi ha detto che nell’Ottocento, coi romanzi, era la stessa cosa. La gente ci finiva dentro, ci restava attaccata, assumeva pose e si rappresentava come nel libro che stava leggendo. I libri erano in grado di permeare le nostre vite fino al midollo. Erano pervasivi.
Adesso tutto si misura sulla pervasività della rete. Il modo in cui ci rappresentiamo, in cui diamo indicazioni di noi stessi (la musica che ascoltiamo, le foto in cui siamo felici o solo ridicoli, i posti in cui andiamo, ecc.). La narrazione delle merci, su cui hanno costruito la loro fortuna molti scrittori americani e anche qualcuno nostrano (mi viene in mente Aldo Nove, ma potrei sbagliarmi), ha fatto il suo tempo. Bisognerebbe raccontare di come le merci siano divenute un corollario, di come le vere merci siano le sensazioni, i sentimenti, le esperienze, tutto ciò che costruisce una persona. Tutto questo accade mentre là fuori c’è una spaventosa crisi economica mondiale. Da queste parti la sensazione è sempre quella del Titanic, dell’affondare cantando.
Registro in questi giorni che alcune cose funzionano con dinamiche molto simili: si sta progressivamente espungendo il fatto letterario dalla letteratura (sempre più simile alle sceneggiature dei film o alle guide turistiche) e la vita dalla vita. Quest’ultima cosa mi pare molto preoccupante. Si sta eliminando dalla vita l’idea della fatica fisica, della disperazione, della morte reale, fuori da ogni rappresentazione – non certo perché le tre cose non esistano (più), è appunto l’idea che esistano che viene fatta fuori. Per dire, nessun tossico mostra il cucchiaio e la siringa su un social network, però posta musica da tossico.
Sarebbe sano, e molto più semplice, accettare la fatica, la disperazione, la morte.

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