Le storie degli altri

Due allegri ragazzi morti. Un racconto di Federico Di Vita

Qualcuno m’ha chiesto “dove hai pranzato ieri?” e io avevo mangiato un panino con te in un campo, e ho pensato che dalla vita non voglio niente di più che mangiare un panino con te in un campo. Poi ho disposto davanti a me gli scacchi. Due piccoli eserciti si osservano schierati. Li ho tirati fuori per vedere se mi ricordo le regole, perché voglio giocarci con te. La prima fila è composta da una falange di Pedoni. Sono otto e la occupano tutta. Sono la prima linea. I Pedoni possono muoversi solo di un passo e solo in avanti, tranne al primo movimento quando un pedone può avanzare di due caselle lanciandosi così decisamente verso lo schieramento avversario. Ci vuole coraggio ad essere pedoni. In quel primo slancio si possono vedere la rabbia di un kamikaze, lo slancio di un amore immenso e la curiosità di Ulisse. Dipende dal pedone. Dietro, negli angoli, stanno le Torri. Possono muoversi in avanti e indietro, a destra e a sinistra, per quanto vogliono. Ma non conoscono le diagonali. Sono geometriche, perfette, a usarle bene micidiali. Ma non conoscono il clinamen, l’irrazionale, la follia. Al loro fianco irrequieti Cavalli. Chiaramente svitati. Quello che s’è inventato il gioco doveva aver bevuto al momento dei cavalli per immaginarsi il movimento a L: tre passi avanti ma l’ultimo di lato a destra o a manca. Non facile, raramente decisivo, donchisciottesco e con lo sguardo da matto (così almeno sono i miei). Al fianco dei Cavalli stanno gli Alfieri. Gli Alfieri si muovono in diagonale. Solo in diagonale. Sempre in diagonale. Muovendosi così l’alfiere che sta sulla casella nera non finirà mai su quella bianca e viceversa. Negli scacchi si mangia occupando la casella dell’avversario, come a dama. L’Alfiere bianco che sta sulla casella nera e l’Alfiere nero che sta su quella bianca non si incontreranno mai. Si guarderanno negli occhi da vicino con nobiltà e tristezza. Rimarranno estranei, inafferrabili. Eppure l’Alfiere è un genio. Ti fa vincere le partite, taglia la scacchiera come un fulmine quando meno te l’aspetti. Lui che può calcarne soltanto la metà. A volte io sono un Alfiere. Poi arriva il Re. Vince chi mangia il Re avversario. Il Re si muove come vuole, ma fa un passo solo. È destinato a nascondersi dietro alla Regina. A farsi proteggere. La Regina può essere Totti o puoi essere tu. Dipende da chi gioca. La Regina può fare quello che vuole. È il pezzo principale. Io perdo le partite per un uso sconsiderato della Regina: di solito la lancio in mezzo alla mischia a fare strage di Cavalli e di Pedoni senza mai vedere l’Alfiere che sogghignando già la punta. E ci perdo le partite. Ci perdo le partite da giocatore scemo ma da Alfiere le vinco. Io umile Alfiere rapisco la Regina e la sottraggo ai giochi geometrici e mentali e la distendo sopra un panno d’erba e sotto a un cielo stellato. La tolgo alle regole, agli impegni e alle preoccupazioni. Fino alla prossima partita.

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Estratto da Cronache da Siviglia (Round Robin, 2008), di Federico Di Vita. Ciao, Federico!

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