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Le storie degli altri

La corda si spezza e tu non lo sai — Primo Levi

Ciascuno di noi faceva il suo lavoro giorno per giorno, fiaccamente, senza crederci, come avviene a chi sa di non operare per il proprio domani. Andavamo a teatro e ai concerti, che qualche volta si interrompevano a mezzo perché suonavano le sirene dell’allarme aereo, e questo ci sembrava un incidente ridicolo e gratificante; gli Alleati erano padroni del cielo, forse alla fine avrebbero vinto e il fascismo sarebbe finito: ma era affare loro, loro erano ricchi e potenti, avevano le portaerei e i “Liberators”. Noi no, ci avevano dichiarato “altri” e altri saremmo stati; parteggiavamo, ma ci tenevamo fuori dai giochi stupidi e crudeli degli ariani, a discutere i drammi di O’Neill o di Thornton Wilder, ad arrampicarci sulle Grigne, ad innamorarci un poco gli uni delle altre, ad inventare giochi intellettuali, e a cantare bellissime canzoni che Silvio aveva imparato da certi suoi amici valdesi. Di quello che in quegli stessi mesi avveniva in tutta l’Europa occupata dai tedeschi, nella casa di Anna Frank ad Amsterdam, nella fossa di Babi Yar presso Kiev, nel ghetto di Varsavia, a Salonicco, a Parigi, a Lidice: di questa pestilenza che stava per sommergerci non era giunta a noi alcuna notizia precisa, solo cenni vaghi e sinistri portati dai militari che ritornavano dalla Grecia o dalle retrovie del fronte russo, e che noi tendevamo a censurare. La nostra ignoranza ci concedeva di vivere, come quando sei in montagna, e la tua corda è logora e sta per spezzarsi, ma tu non lo sai e vai sicuro.


Primo Levi | Il sistema periodico

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Storie

Il Teatro Grottesco di Thomas Ligotti

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Giuseppe Balestra, The sleep of reason

Abbiamo tutti una serie di incubi-feticcio che ci portiamo appresso da quando eravamo bambini: l’ombra notturna originata dal disordinato ammassarsi di vestiti nella nostra stanza; il pupazzo di neve o latte, in ogni caso gigante, di un vecchio cartone animato; e perché no, l’imbattibile villain di fine livello di un ormai dimenticato videogioco.
Non tutti, però, continuiamo da adulti a dar forma a questi spaventi, a coltivarli. Cosa che fa invece con caparbia e scientifica accuratezza uno scrittore come Thomas Ligotti nel suo Teatro grottesco, raccolta di tredici racconti pubblicata in Italia da Il Saggiatore (e tradotta da Luca Fusari).
Diviso in tre parti, il libro si presenta subito come un graduale sprofondamento in una palude di «ciarpame e insensatezza»; la voce che racconta è quella tipica di un autore che sta dall’altra parte e da lì trasfigura ciò che vede in una materia che, pur apparendo inizialmente prossima e familiare, pian piano si fa ostile, «guasta e deforme». Ma andiamo con ordine.

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Le storie degli altri

La ragazza argentoviva — João Guimarães Rosa

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Foto: Maureen Bisilliat

Dio è obliquo e lento. E gli venne in mente Dlena.
Così fresca e sveglia, occhi di gatta, amica, tutta lusinghe, la ragazza argentoviva. Era stata lei, graziosamente, a insinuargli su Z il dubbio, ma come se volesse consigliarlo – di questo Teresinho quasi si ricordava. Si rallegrò, nel profondo, cuore di fibra lunga. Andò a trovarla.
Dlena lo accolse, il tatto sottile da ragno a digiuno. Il suo sorriso era un prologo. E la storia sconfinò nella psicologia.


João Guimarães Rosa | Candela per il diavolo

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Le storie degli altri

Moncherina, la Batterista Miracolosa

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La tua mano mozzata, comunque, dici, ha continuato ad avere una vita felice e molto soddisfacente. Come nei film di serie B che si rispettino, la tua mano ha conservato le caratteristiche della persona a cui apparteneva. Riusciva a eseguire delle sonate senza accompagnamento. Non solo sapeva andare a cavallo, ma riusciva a strigliare il suo animale per bene dopo la cavalcata. Era brava a giocare a poker, abile a mandare sms e fare ricerche su Google, sempre immersa tra le pagine di un buon libro. Si infilava sempre nella tasca e tirava fuori qualche spicciolo se qualcuno chiedeva soldi per strada. Ed era anche una famosa rubacuori; non era insolito per la tua mano attraversare la città a notte fonda, lasciando un amante sazio e felice nel torpore post coitale per andare a dare piacere a un altro, che in quel momento era seduto in trepida attesa di poter stringere la tua mano. E inoltre, tu stessa sei diventata famosa come una batterista incredibilmente versatile. Eri conosciuta in tutto il mondo col nome di Moncherina, la Batterista Miracolosa. Ed è così che ci siamo conosciute. Una sera per caso è capitato che mi chiamassero a suonare fino a farmi cadere le braccia e a ballare in punta di zoccoli nello stesso locale in cui dovevi suonare anche tu. Quel pomeriggio, alle quattro, durante le prove, io ho varcato la soglia del locale…
E mangiavi una mela, dico io.
Che a quanto pare era una Delizia, dici tu.
Lo so, dico.
E ci siamo viste, dici tu.
Ed è così che ci siamo conosciute, dico io.
Già. E cosa dici di questo? Che ne dici se fossimo senza storie? Che ne dici se non ci fosse nessuna storia dietro come ci siamo conosciute?


Ali Smith | La prima persona

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Le storie degli altri

Storia privata e storia segreta — Roberto Bolaño

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L’arte, disse, fa parte della storia privata prima ancora che della storia dell’arte propriamente detta. L’arte, disse, è storia privata. È l’unica storia privata possibile. È storia privata e al tempo stesso la matrice della storia privata. E che cos’è la matrice della storia privata? dissi. Appena lo dissi pensai che mi avrebbe risposto: l’arte. E pensai anche, e questo fu un pensiero amichevole, che ormai eravamo ubriachi ed era ora di tornare a casa. Ma il mio amico disse: matrice della storia privata è la storia segreta.
[…] Che cos’è la storia segreta? disse il mio amico. Be’, la storia segreta è quella che non conosceremo mai, quella che viviamo giorno per giorno, pensando di vivere, pensando di avere tutto sotto controllo, pensando che quello che ci sfugge non abbia nessuna importanza. Ma tutto ha importanza, cazzo! Il fatto è che non ce ne rendiamo conto. Crediamo che l’arte scorra su questo binario e che la vita, la nostra vita, scorra su quest’altro, e non ci rendiamo conto che non è vero niente.


Roberto Bolaño | Puttane assassine

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Fare Malesangue

Due racconti singolari

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Sono usciti qualche giorno fa, su due riviste molto interessanti, due racconti che ho scritto. Si tratta di due pezzi completamente diversi, ed è stato molto strano per me sapere che sarebbero usciti lo stesso giorno.

Il primo si chiama Andare via (Una barzelletta) ed è brevissimo: 2500 battute tonde tonde (almeno credo) come richiesto dal committente; si può leggere su Pastrengo (rivista, sì, ma anche agenzia letteraria).

Il secondo si chiama Terrore, amore, poi ancora terrore ed è un po’ più lungo (un bel po’, più lungo); ho cominciato a scriverlo non so quanti anni fa e ci sono molto affezionato, nel senso che ho tuttora l’impressione di aver abitato i luoghi in cui si svolge (che non sono pochi). Si può leggere su Farsalia, il sesto numero di Ô Metis.

Buona, doppia lettura, allora.

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Storie

Lettera a un libro mai nato

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Ti ho sentito, stanotte, il tuo voltare di pagine inedite.
Ti ho sentito e ho pensato: sei mio, ma non vuoi. E ho concluso: non avresti voluto venire al mondo. Sei stato tu, forse – tu, non io – a sabotarti, a impedirti di incarnarti in carta – carta vera, non quella di una stampante domestica – a impedirti l’iscrizione, coatta, a quel club di libri pronti a bruciare nella caldaia della vasta locomotiva editoriale: questo mezzo lentissimo e scaltro, furbo, evanescente.
Niente balletti in saloni o piste da circo, per te; e in questo non posso che rispettarti.
Ma adesso, adesso che tempo ne è passato abbastanza, adesso io posso parlare – più che di te, posso parlare con te.

Ho scoperto che il tempo è per la scrittura ciò che il forno è per il ceramista – il ceramista, sì, il quale scopre, solo dopo l’attesa del fuoco, se il pigmento ha restituito il disegno o se invece, al contrario, il vaso non sia esploso. Così adesso io posso scorrerti, compatirti, adorarti: ma senza più tatto, né sguardo creatore.
E tempo ne è passato a sufficienza anche verso il fuori, verso l’esterno: ricordo i giorni di euforia, subito dopo averti finito, e quelli successivi, da perfetto burocrate, operaietto tuo soltanto: giorni in cui sceglievo gli editori – giusto una manciata, di quelli che avrebbero potuto pagare – e uno per volta gli scrivevo, con pazienza e con calma, per dire: guardate, questo è tutto ciò che ho fatto, che ho saputo fare.
Non ero io, eri tu a muovere me: e con questo non voglio sottrarmi, perché un essere umano inespresso può comunque ricevere infinitamente più approvazione (l’amore è un’altra cosa) di un libro mai nato.

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