Interviste

Questionario sulla scrittura #2: Luciano Pagano

L’attenzione. Luciano è devoto all’attenzione. Non c’è dettaglio che sfugga: ogni cosa va riportata nella sua dimensione reale con precisione e pulizia. Ecco, viene in mente la pulizia: un concetto non va espresso due volte, bisogna puntare all’essenziale perché quello che si sta mettendo in campo arrivi diretto a chi è dall’altra parte. L’attenzione è anche quella per i lettori: coautori e in qualche modo veri depositari del destino di un’opera. Un rispetto che va oltre il rispetto: è ricerca dell’altro perchè abbia senso il proprio scrivere. La ricerca, va da sé, è già nel lavoro di Luciano. La profondità che sta sotto la superficie apparantemente piana dello scrivere di Luciano è frutto di una ricerca mai appagata dal semplice cercare. Può svanire nel nulla, Luciano, ma sai già che non è lì ad aspettare qualcosa. Sta rifinendo, studiando, scendendo ai piani inferiori per afferrare qualcosa che riporterà in superficie; non per questo portando addosso cicatrici poi troppo apparenti, di quelle che fanno curriculum prima ancora che una buona scrittura. Luciano è un uomo che scrive e fa sul serio. Non s’intravedono altri appigli per trattarlo.

Cosa rappresenta di te, la scrittura?
Credo che la mia scrittura rappresenti tutto di me, in ciò che voglio venga rappresentato e in ciò che viene nascosto. Prima ancora di rappresentare la mia vita “è” scrittura. Ho iniziato a leggere fin da piccolo, come tutti, ma al contrario di molti ho continuato a leggere qualsiasi cosa, sono onnivoro, e a qualsiasi età. Mi è sempre piaciuto leggere e, a un certo punto, iniziare a esprimermi nella scrittura.

Quando hai iniziato a scrivere? Non intendo cose del tipo: «Sai, a otto anni ho scritto il primo tema e lo considero il mio primo romanzo…». Voglio dire: quand’è scattata quella cosa, quel meccanismo consapevole per cui adesso puoi dire, appunto, che la scrittura ti rappresenta come uomo?
La prima volta che ho scritto un racconto e qualche poesia con la consapevolezza che avrei voluto farli leggere a qualcuno è stato negli anni novanta, credo che il primo diario dove posso rintracciare un racconto firmato con la data è del 1992. Ovviamente si trattava di una scrittura che mutuavo come influenza di tematiche e ambientazioni figlie delle mie letture preferite di allora, era il classico adolescente brutto e schifoso. Il vero punto di passaggio è stato, secondo me, nel 2001. Fino ad allora avevo pubblicato soltanto un libro di versi, Venenum (con Simone Giorgino e Michele Truglia), ciò mi era stato sufficiente per capire che in certi asfittici ambiti della letteratura patria per entrarci devi sgomitare, poi ho incominciato a ragionare diversamente, ho cominciato a pensare che forse i lettori hanno la loro importanza, nella scrittura, e che forse tutti prima ancora che come scrittori nascono lettori. Proprio in quell’anno decisi di autoprodurre un oggetto ibrido, un libro in tiratura limitata dal titolo Opuscriptu, con il quale iniziavo quel processo di allontanamento dalla poesia (nonostante abbia pubblicato nel frattempo altre due raccolte, Poesie del Sol Levante nel 2004 e Tautosemie, in Il volo del calabrone, con altri otto validi autori e con postfazione di Gabriele Frasca), processo che considero essersi compiuto, al momento, nel 2005, anno in cui ho smesso di pubblicare versi. Cosa era successo? Semplice, avevo capito che non riesco più a stare senza scrivere. La cosa che è cambiata è che adesso quell’adolescente è diventato un trentaseienne brutto e schifoso che vorrebbe tanto scrivere romanzi finché non crepa.

Che tipo di rapporto hai con la scrittura? Può essere in qualche modo legata a uno stato d’animo? Oppure è una cosa che sta lì e che puoi svolgere, allo stesso modo, in qualsiasi momento?
A modo mio diedi una risposta a questo tipo di quesito qui, L’uomo delle foreste. Verso un transito poetico che non sia transito celeste. Si tratta di un saggio pubblicato in Dissociazione e creatività. La transe dell’artista (Campanotto Editore), volume a cura di Vincenzo Ampolo e Luisella Carretta con prefazione di Georges Lapassade, il brano incriminato è questo:
«L’ispirazione non esiste, non ci ho mai creduto, se esiste non mi ha mai toccato, non sono stato eletto da questa tangente. Da aspirante scrittore ho scritto ed ho scritto di getto e poi ricomposto, per limatura e senza troppe scuse.»
Con l’avvento di Internet le cose sono peggiorate. Dal 2004 a oggi non riesco a contare il numero di articoli, recensioni, post, segnalazioni che ho pubblicato. Sul quotidiano Il Paese Nuovo, grazie alla disponibilità, attenzione, e soprattutto lungimiranza di Mauro Marino, ho pubblicato quasi 70 articoli dal 2008 a oggi; su twitter più di 1.100.000 battute; cazzate direte voi (inciso retorico che mi serve per rendere più colloquiale la presente intervista), secondo me no; soprattutto perché ogni cosa che scrivo, prima di scriverla, la ragiono. Ad esempio il mio diario online, quello che adesso è ospitato su musicaos, oppure il diario fotografico, fotoggi, o ancora il mio blog personale, con gli articoli e le segnalazioni e i racconti inediti, anche di altri autori; non ho mai creduto agli scrittori che mordono il cappuccio della penna in attesa di ispirazione; anzi, vivo il problema contrario, un problema per me a dir poco wallaciano, ovvero sia il non poter scrivere tutto ciò che vorrei, perché altrimenti anziché vivere dovrei scrivere e quindi la vita quotidiana diventerebbe un problema. Eccetera eccetera.

Funziona così da sempre? Come l’hai addomesticata, la scrittura, come le hai preso le misure?
C’è soltanto un’occasione in cui si prendono le misure, sul ring o al tappeto, in entrambi i casi non c’è da stare allegri. (Questa frase invece serve a far capire quanta saggezza possa nascondersi in queste risposte date in velocità). Ho capito come addomesticare la scrittura, e soprattutto le idee, con il tempo. Adesso faccio così, quando mi viene in mente una buona idea non la scrivo subito, aspetto che passino almeno 3 giorni, a volte di più. Se quando torno l’idea è ancora lì ne valeva la pena, se quando torno è svanita forse era una cazzata.

Ti è mai capitato di sentirti limitato nella quotidianità delle cose per via dello scrivere? In altri termini, hai mai sentito una certa difformità tra qualcosa di anche molto banale che ti stava accadendo, e qualcosa che avresti potuto/voluto scrivere a riguardo?
No. Al contrario la scrittura mi ha sempre liberato. Mi ha fatto sopportare situazioni insopportabili, mi ha fatto passare attraverso periodi neri di lavoro opprimente e inscatolato, mi ha fatto conoscere la donna della mia vita, mi ha permesso di raggiungere a piedi la vetta dell’Everest in due giorni, e senza alcuna guida del luogo, mi ha fatto diventare l’uomo più ricco del mondo e un po’ ha guarito, ma non del tutto, la mia insita bastardaggine.

Qual è, oggi, lo spazio per la parte privata del tuo scrivere (non so, qualcosa tipo diario, o comunque cose che non leggerà mai nessuno) e quello riservato alla parte pubblica (anche solo tenere un blog)?
Ho un diario privato nel quale ho registrato tutto ciò che facevo, per periodi lacunosi, tra il 2003 e il 2004, tra il 2010 e il 2011, nel 1998. Poi ci sono le cose che ho scritto all’inizio, e che non pubblicherò mai perché sono mie. Poi ci sono le lettere scritte a mano con i miei amici quando stavo in Germania, nel ‘97-’98. Poi ci sono le dediche sui libri. Tutto questo è privato. La scrittura pubblica, sul blog o su carta, è facilmente rintracciabile, consiglio di partire da musicaos e seguire gli indizi.

Sapresti descrivere la tua personalissima lingua, quella in cui hai scritto finora?
Di mestiere faccio anche l’editor, quindi è difficile trovare una lingua propria quando ti confronti con la lingua (o non-lingua) altrui. La lingua in cui ho scritto Re Kappa, ad esempio, secondo me era veloce, senza fronzoli, ironica ma non sarcastica, e nemmeno ridanciana. La lingua in cui ho scritto È tutto normale era piana, semplice, senza avverbi, senza giri di parole, equazionale, mi ricordo ancora la lunga fase di scrittura, correzione e riscrittura, quando arrivavi alla fine di una frase ci doveva andare una parola, e solo quella. La lingua degli articoli (difficilmente scrivo stroncature) cerca di tirar fuori il meglio della scrittura altrui mettendo in campo il meglio della mia, senza essere ridondante. Malgrado io scriva recensioni o articoli anche lunghi, cerco di non essere mai ripetitivo. Ecco, la mia lingua scritta è figlia della lingua parlata, e nella mia lingua parlata difficilmente ripeto una cosa più di due volte.

Quanto (e cosa) del tuo scrivere può appartenere agli altri?
Per tutto ciò che vorranno prendersi, ringrazio.

Pensi mai di smettere? Intendo smettere e non pensarci più davvero, neppure una blanda tentazione – potrebbe essere tipo cambiare città, lavoro, abbigliamento, amicizie, tutto insieme, di colpo.
Ho smesso di fumare nel 2005. Da un giorno con l’altro. E da quel giorno mai più un tiro, nemmeno per vedere l’effetto che faceva. Credo che come cosa dismessa basti e avanzi.

Adesso scrivi tu una domanda per me.
Ok. Una domanda per te.
Se un giorno il pianeta terra fosse minacciato da una catastrofe immane, e le probabilità di salvarsi per il genere umano fossero ridotte, e le popolazioni del pianeta oltre che minacciate da questa catastrofe fossero in balìa dell’andamento altalenante dei mercati economici, insomma, se tutto fosse incerto, non ci fosse più denaro e assieme alla catastrofe imminente si aggiungesse l’ipotesi che soltanto poche persone potessero salvarsi, ma per salvarsi queste persone devono raggiungere il New Mexico, luogo dove ha sede la compagnia aerospaziale della Virgin che da sola permetterebbe a un piccolo manipolo di abitanti del pianeta di salvarsi raggiungendo una stazione aerospaziale in orbita, e se per salvarsi ci volesse una cifra incredibile, tipo cento milioni di euro, oppure essere presidenti di uno stato membro dell’Onu, oppure ricchissimo, oppure chiamarsi – per un motivo che nemmeno le persone più intelligenti riescono a spiegarsi – Marco Montanaro, residente nella provincia di Brindisi, nato nel 1982, cioè tu; ecco la domanda: mi presteresti la tua carta d’identità?
Non mi sembra un’eventualità troppo strampalata, quella che dipingi. Dunque la mia risposta è sì, Luciano, ti presterei la mia carta d’identità. In fondo sono un po’ in debito con te.

[Questionario #1: Giorgio Fontana] [Questionario #3: Paolo Cognetti]

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