Storie

Ubiqui nel tempo e nello spasmo

Uno: Estremità

La donna giace sul letto, supina, poi di colpo si gira su un fianco. Nuda, in un certo senso aspra, è stata appena attraversata da un uomo. Calda e passiva, al di là del sonno e dell’amplesso o in un amplesso che è già sonno, la donna è pistola fumante senza un delitto, senza un colpevole.
L’uomo la guarda e sospira. Ma non è stato lui, è vestito di tutto punto, si direbbe più un amico appena giunto per il soccorso. A guardarla da qui, pensa quest’uomo, a guardarla da qui sembra integra, pulita. Ma la sente, la sente calda, e un po’ per timore un po’ per rispetto del piacere o dispiacere altrui, evita di pensarsi nei panni dell’altro che dev’esser stato lì, dentro, fino a qualche minuto prima.
Le chiede allora se va tutto bene. Lei si riscuote come da un sonno, è un miagolio mutuato dal pesce rosso anziché dal gatto, allunga una gamba e all’estremità della gamba spunta una cosa strana, un piede, un piede piccolo, bianco sul collo e color della pelle solo sulla pianta, un piccolo piede innocuo che lei muove su e giù come per annuire. Lui lo afferra (rude solo nelle intenzioni), lo accarezza piano, dal collo fin dove inizia la caviglia con la tensione e l’attenzione di chi vuol rimanere sul terreno dell’incanto e della tenerezza.
Poi l’uomo guarda tra le cosce.
L’inquadratura s’allarga di nuovo e lì lui l’afferra per intero (lo fa con lo sguardo soltanto e stavolta non è rude neppure d’intenzione). L’uomo intuisce che lei vibra ancora per intero, calda, di una sensualità che si attiva e si protrae in seguito, come quelle donne che sanno esserlo, sensuali, solo dopo l’amore, e capisce anche che lei è una parte, una parte del tutto, come lo è quello stare lì insieme e come lo è quell’incontro, quella sera, per intero.
Vorrei abbracciarti, dice lui. Lei adesso è sveglia, di colpo s’è fatta fresca e lucida, ha un attimo di intimo sudore che le bagna tutto il corpo e le si asciuga addosso. Sbatte le palpebre, sorride: sta sorridendo a lui. Così lui s’interroga: E se t’avessi conosciuta ora? Non guarderei dove guardo e non ti guarderei intera, non ne avrei coraggio. Guarderei le estremità, le tue, che segnano gli estremi confini dei nostri mondi, i punti in cui finisce il tuo corpo e il tuo corpo inizia ad adoperarsi per quelli altrui. Le tue dita, le tue unghie; loro guarderei: saranno educate? sfacciate? impertinenti? delicate? Inizia tutto da lì, dove finisce un corpo e inizia il suo cominciare per gli altri, o almeno immagino, ma in fondo: che ne so io?
Lei sorride, adesso al mondo, al mondo fuori.

Due: Il postmodernismo ha i giorni contati

Ci sono donne partorite dalla luna, non senza spasmo e dolore di cosce; queste donne sono fantasmi d’altri fantasmi, a loro modo immortali, e questa immortalità non è che l’indizio dell’esistenza di una divinità ulteriore. Queste donne si muovono come maree e al fantasma della terra soltanto rispondono di ogni loro atto. Chi le ha incontrate si dice che abbia “visto la Tigre”, che sia affetto cioè da pazzia o santità come accade in certe tribù orientali la cui memoria collettiva viene scossa dall’ossessione per l’immagine della tigre, per il ricordo di una bestia che non si può dimenticare.
Queste donne cantano la bellezza, ma è un trucco o una parte: sanno effimera al contrario la bellezza del mondo, olio che giace sulla superficie dell’acqua; e inseguono così la vitrea perfezione che tutto ignora fuori da sé. Come cani conoscono il mondo in scala di grigi e molto spesso prediligono, tra il bianco e il nero, quest’ultimo. Il metro con cui misurano gli atti dei terrestri è la stanchezza che tutto attrae e consuma fino allo scheletro. Nei loro armadi, dunque, nessun abito: solo pendono grovigli di teschi, scapole, costole, sterni, femori, rotule e caviglie che attendono la polvere. Nell’atto dell’eterna decomposizione e dell’attesa di essa, queste donne diventano fantasmi dei propri fantasmi. Sono loro a far visita ai propri demoni, non il contrario, demoni di intere vite passate a dialogare con lo sbiadito.
Allo stesso modo ci sono uomini che sono deserti. Illusi che la sabbia sia fuori da loro, che il deserto li circondi, ignorano al contrario di portarlo dentro. Si guardano attorno confidando nel labirinto naturale che non contempla gradini, muri, vicoli ciechi e risposte, si guardano attorno in quel labirinto naturale che irride solo l’anima e non il passo, confidando nel sole a picco e nella conseguente assenza di ombre e fantasmi; e così non sanno rispondere all’incanto di frammenti di storie, canzoni, memorie che i leoni guardiani passano sotto segreto come il rancio tra le sbarre del carcere. Questi uomini sono il deserto e non sanno il deserto; di contro conoscono la storia dell’uomo ponendosi al di fuori di essa; e con essa sono finiti nello sfinimento dell’erudizione che non annulla i confini ma li esalta perché siano invalicabili. Per gli uomini che sono deserto, esiste solo ciò che è invalicabile.
Si dice che la donna, al pari della guerra, sia atta a forgiare l’uomo. Si dice anche che certi uomini bramino il possesso di certe donne perché possano dimenticarle, dimenticare la pena che danno. Questi uomini hanno visto la Tigre, queste donne hanno già perduto una guerra. Nel loro incontro, mancato ed eterno, c’è solo l’attrito iniziale che poi scintilla nel dramma e in quel tipo di felicità intermittente e provvisoria che è sempre l’infelicità.
Discuteranno di questo in eterno.

Tre: Il patto

Il rastrellamento è iniziato all’alba. Dopo tre ore di cammino, il soldato Terzi pensa che sarebbe stato più facile prendere direttamente la collina e il bosco in cui si sono mossi finora, piuttosto che setacciare, com’è accaduto, ogni angolo di questo basso paradiso per cercare un solo uomo. Gli viene in mente la storia dell’ago e del pagliaio: di pagliai ne hanno visitati cinque o sei, fin qui, ma l’uomo che cercano, un partigiano, non è un ago, non è così sottile o minuscolo: è solo e stanco e prima o poi qualcuno smetterà di coprirlo.
Il soldato Terzi e l’ufficiale che è con lui si fermano davanti all’ingresso della masseria. Da fuori la facciata dell’edificio sembra il volto spoglio di una donna che si appresta a vivere un’età nuova e decadente. I due militari sanno che il capofamiglia, a quell’ora, è ancora nei campi. Dovranno fare da soli, senza troppo intimorire: così entrano. Con un cenno del capo l’ufficiale comunica al soldato Terzi di andare al piano superiore. Solo mentre sale le scale il soldato estrae la rivoltella. Sotto il peso del suo corpo il legno lamenta un’età fuori dal tempo. C’è un corridoio buio del mattino che ancora non è stato scoperto del tutto dall’alba. In fondo, Terzi vede la stanza e sa che, se in quella casa c’è un filo di vita, clandestina o meno, è là. Non ha mai catturato un partigiano in solitudine e sa che se dovesse trovare quell’uomo sarebbe costretto a far fuoco per ferire, cercando il compromesso che non sfascia patti né ordini. Ma Terzi sa anche che se si sono infilati in due, solo in due, in quell’abitazione, è perché in fondo non credono che l’uomo sia davvero nascosto lì. Nessun ago, nessun pagliaio.
L’unico gesto violento che Terzi si concede è il calcio, più di stinco che di punta, con cui spalanca la porta della camera. Le due donne saltano nel letto, si abbracciano urlando finché Terzi non punta la rivoltella nella loro direzione. Tornano mute e distese sul letto. Terzi le osserva. Sono entrambe in vestaglia, tirata sopra le gambe nude dallo spavento. Potrebbero essere madre e figlia, anche se sono molto giovani: una delle due ha lo sguardo di chi si aspetta che certi avvenimenti vadano messi in conto da un mattino all’altro. Allora il soldato fa il giro della stanza. C’è un grande armadio, lo apre, guarda dentro per qualche istante e socchiude gli occhi. Una delle due donne si lascia scappare un mezzo gemito. Terzi tira su col naso, si volta. Guarda le due donne. Quella che potrebbe essere la madre ricambia lo sguardo. Negli occhi ha offerta e consapevolezza. Terzi respira piano, si fa vicino al comodino di lato al letto. Ci sono dei fiammiferi, li raccoglie; è il passo dei suoi stivali sul pavimento di legno a farlo intruso ben più della divisa, nera, che indossa.
Accesa la sigaretta, Terzi torna dall’altro lato della stanza. Siede su uno sgabello. Fuma lentamente e guarda le due donne. Non c’è bisogno che dica loro di restarsene mute. Quella che potrebbe essere la madre sta comunicando con gli occhi qualcosa sull’altra donna, che adesso è ragazza che si lascia turbare dalla presenza del maschio. Prima o poi avrà da vendicarsi di un uomo, dice lo sguardo della madre, forse aggiunge: Puoi prenderla. Terzi riposa le palpebre per qualche istante. Ha fumato metà della sua sigaretta. La lascia cadere per terra, la spegne con la punta dello stivale. In piedi, saluta le due donne con un neutro cenno del capo ed esce dalla stanza. Le donne tremano per l’ultima volta.
Quando il soldato Terzi raggiunge l’ufficiale al piano terra, pensa che non c’è alcun patto cui tener fede se non quello che si rinegozia di attimo in attimo, circostanza per circostanza. Il suo rastrellamento in questo consiste. L’ufficiale guarda Terzi contratto e stanco, decidono di andare.
Il partigiano verrà trovato qualche ora dopo in un casolare, abbandonato, ai piedi della collina. Un codardo pari grado del soldato Terzi gli sparerà nelle spalle quando sospetterà l’intenzione di una fuga. In quel preciso momento, quale che sia o sia stato l’ordine ricevuto, il soldato Terzi ripenserà alle due donne e capirà di aver fatto il possibile perché venisse rispettato anche un patto. Il mio capolavoro, pensa, è ciò che mi sono impedito di fare; e che dunque nessuno saprà mai.

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