Storie

La tentazione del bene

Sveglio dalle 6. Un’ora dopo in giro per casa, ripassando mentalmente La stagione della pioggia, monologo inventato la sera prima al tramonto. Mio padre chiede se è tutto ok. Fa così strano vedermi in piedi presto; non ho obblighi lavorativi tali da. Questo tempo ci fa solo figli. Eterni figli dilettanti. Ecco cosa non va giù. Il sottopancia rosso della tv rimanda alla vittoria di Obama. Ascolto la fine del discorso, poi più tardi su Internet le foto con Michelle. L’amore dichiarato pubblicamente. Penso al suo contrario, a quel continuo celare la possibilità del sentimento. Altra cosa che non va giù: il cinismo esasperato; è una tendenza, un prodotto da serie tv, ne parleremo un giorno come adesso facciamo col romanticismo ottocentesco, un momento culturale, un’ipotesi dello spirito; ma conosco le conseguenze, le implicazioni che ha.
Mi emoziona questa vicenda di Obama, in ogni caso, mi emoziona come il finale di un film di Frank Capra, lo so, è produzione cinematografica anche questa, ma la mia non è commozione da strapazzo, ne so abbastanza di politica per comprendere che… Ma è questo il punto. Ne so abbastanza di un mucchio di cose e ho ancora una parte di me che si emoziona; è quanto di umano di me resiste. Faccio fatica a trattenerlo. Da questo punto di vista non ho avuto buoni maestri. A pensarci bene i miei maestri sono tutti morti o quasi. In tv adesso ci sono degli opinionisti, uno di destra, uno di sinistra, ma cambia poco. Sono intellettuali. Guardo i loro denti, i maglioni di lana, le giacche di renna, il vezzo di un capello lungo imbiancato, il riccio irrisolto. Guardo soprattutto i loro denti da tabagisti incalliti. Immagino le loro vite, luminose fino a un certo punto, poi la caduta, lenta, in un certo senso piana, levigata dalla frustrazione; le mani sulla schiena della stagista in redazione, il pene flaccido che implora pietà, il lento adeguarsi allo sgretolamento del mondo che è il modo in cui legittimiamo il nostro proprio crollo; quella particolare forma di demenza senile che un tempo era semplice irresponsabilità. Un’eterna giovinezza che si prolunga stanca, incapace di produrre senso, di produrre continuità con chi è venuto prima, con chi verrà dopo. Ecco la tentazione, so che c’è un modo di adeguarsi e godere di questa condizione, del cinismo che tutto concede. Ma non è vero: è il bene la tentazione, non il male, la tentazione, di tanto in tanto, che si possa fare del bene. La geografia del tempo, il cannibalismo, la ferocia ereditata da chi è anagraficamente irrisolto, i quarantenni che vogliono cambiarti, i cinquantenni che vogliono mangiarti, i sessantenni – bontà loro – che vogliono scoparti; i miei maestri che hanno saputo insegnare la forma tenendo la sostanza per sé.
Vi brucerò tutti.
Mi salverà l’umanità che resiste in me e negli altri.
Non tatuerò su corpi altrui quel che non ho saputo fare.
Di ogni mio fallito tentativo d’indipendenza, farò una solitudine d’acciaio.
Voglio ridurmi a tenere la schiena curva solo sulla tastiera, mentre scrivo.

La stagione della pioggia non esiste più.
Pioveva ininterrottamente da ottobre a dicembre.
Una pioggia che lavava via ogni residuo d’estate, ogni illusione di libertà di quella stagione che sempre appare barocca.
Ti faceva abituare presto al buio, al freddo pesto di un inverno uguale in tutto il mondo.
Ti faceva abituare all’idea di doverti trovare un posto caldo, un rifugio per l’inverno.
Pioveva. Pioveva da ottobre a dicembre, novembre sempre bagnato, ogni giorno.
Verso metà ottobre, con le prime interrogazioni a scuola, iniziavi a fartene una ragione.
Ti coprivi. Ti lasciavi coprire dai primi pomeriggi in casa, le sere a letto.
L’estate, con le sue ostentate, oscene e primitive forme di libertà, si scioglieva in quel caldo rinnovato.
Poi novembre, un buio novecentesco e la luce opaca sulle pagine dei libri, sugli schermi della tv o del pc.
La pioggia di dicembre, più rara, o forse solo più calda sulle vetrine dei negozi, colorate per il Natale.
Il gelo di gennaio, una pulizia che inaugurava l’anno nuovo, le nuove aspettative, poi la primavera, sesso e tenerezza insieme, l’estate che si stagliava al di sopra delle sorelle volendole rappresentare tutte e finendo col fare storia a sé.

Quella stagione non esiste più.
Anche il clima sembra essersi adeguato alle politiche di certi assessorati alla cartolina.
Adesso abbiamo un cielo diverso, a tratti assurdo, gonfio di aria autunnale, acceso dall’assenza di pioggia.
Anche il paesaggio sembra vivo da sempre, stanco d’eternità.

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