Ma ammettiamo per un istante di smettere il soliloquio, il borbottio solitario ed interiore, ammettiamo pure che ci sia la reggia di cui ho già detto, dentro, ma dentro gli altri, e allora iniziamo la ricerca. Troveremo un percorso, il percorso che porta ad ogni interno; mettiamoci alla ricerca dell’interno altrui, diamo piena dignità all’altrui vita interiore, d’accordo! Avremo il labirinto. Il percorso che tu hai costruito – non costruzione, neppure distruzione, ma intrico di strade che portano a te – è una serie di prove, interrogativi, piccoli sabotaggi; ci vuol fegato a percorrerlo, mi dico.
L’obiettivo non è l’arrivo, e in fondo neppure l’interno stesso – non sarà né terribile né gioioso l’arrivo, è il percorso che tu hai scelto, che conta, il fatto stesso di percorrerlo: l’interno è di per sé, è inqualificabile, arrivarci non porta a nulla, non importa se il Minotauro è lì sazio o affamato, se da una torre scruta il mare, se balla o muggisce in solitudine confidando nell’arrivo dell’inedita compagnia. Non importa l’arrivo, l’interno, l’ospite del labirinto, non conta il labirinto se non come filtro tra te e me. Singolare che tu abbia costruito il percorso dimenticando, probabilmente, l’abitazione; l’intorno, insomma, senza curarti poi troppo dell’interno.
Così i vicoli ciechi, le strade morte che portano sul dirupo, il ritorno all’ingresso, gli specchi finali non sono che le prove da superare per superarti; forse lo stesso Minotauro non è che una delle possibilità, uno solo degli interrogativi che poni per scoprire chi è meritevole d’arrivarti dentro (uomo con testa di toro, o toro con corpo di uomo? e se mangia, è una sorta di incontro? e divora forse per il divario, perché si riconosce diverso negli ospiti, o perché in fondo sconvolto dalla finta, solo supposta differenza? ha, infine, coscienza di sé, la Bestia, ha memoria di esser stato cucciolo o bambino, come tutti noi?).

M’interrogo allora sul chi. Chi può davvero arrivarti? Ho visto i migliori cercatori d’oro convertirsi al bronzo, nel tuo labirinto. Ho visto dei vecchi, perduti nel percorso, invecchiare fino a ringiovanire, e ricominciare a perdersi nel loro interno, ma da adolescenti. Ho visto lo stesso Minotauro voltarsi, tentare di tornare indietro illudendosi di conoscere la via, e mangiarti, ma subito ti sei fatto indigesto e ti sei fatto vomitare fuori; il succo gastrico ha corroso lo stomaco della Bestia, uccidendola un giorno per volta.
Allora forse il randagio – mi sono detto. Il randagio che cammina in obliquo e non ha cura di sé, figurarsi del percorso; il randagio che arriva per caso, senza inutili proclami d’inciccirsi, e così incapace di attirare il Minotauro; il randagio, che perlustra la strada di naso più che di passo, e conosce il vicolo, se è cieco, non con la vista ma con l’olfatto; il randagio, che parte pelleossa e così arriva – e una volta giunto, è smorto a tal punto da desiderare non più di quel che caverebbe dal lercio di una discarica.

Ah, quel d’accordo!, quell’esclamazione – che ho usato per elevare il tono, e dunque anche lo sguardo al cielo anodino e sconsolante. Un modo per ignorare l’altezza media, bassa, misera a cui è rivolto il mio commercio con te. Ma lo sguardo è come la tortora e torna sempre alla materia bassa, liquida e salata da cui tutto parte. Un display spento è la domanda. Uno dei vicoli del labirinto, mi dico; e ancora provo a elevare la discussione, metterla sul piano dell’eterno; se anche il Minotauro, riprendo e proseguo a fatica – non mi credo più, inascoltato – è la foglia di fico per i creduloni e l’interno è il vero mistero di cui nessuno sa, l’inqualificabile, dove la bellezza è assenza di aggettivi o prosecuzione – una volta arrivati, che si fa? quale altra direzione? Nessuna.
L’interno, guarda un po’, è un altro vicolo, incapace di ricambiare lo sguardo.