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Dizionario Immaginario: Zattera

Dalla pelle e dalla carne non vengono che buffi affari, baffi attizzati da direttore di circo imploso. Così tutto dovrebbe volgere al legno: fresco d’estate e caldo d’inverno, come si dice delle case di un tempo. Se non l’uomo, il libro.
Copertine di legno, così che si possa scrivere e vendere a peso – ma davvero.
Copertine di legno, ma anche pagine: che la natura smetta di gridare la via del ritorno a ogni pagina voltata.
Copertine di legno, così che, almeno loro, i libri, adagiati sul pelo dell’acqua, possano viaggiare.
La zattera è un congegno ai più sconosciuto: chi ne parla, e ne racconta, la immagina, non la tocca.
La zattera è il mantello dei sopravvissuti.

Non messaggi in bottiglia, ma messaggi, interi, nei mezzi. Possano questi libri fare come l’isola dei rifiuti nel Pacifico, siano agglomerato le storie, una libreria di naufraghi si aggiri pure dove l’uomo solo spera d’arrivare: quando, come dice qualcuno, nasce il ritorno all’interno del viaggio.
Sfidino pure le maree, i nostri libri, tendano alla luna, ricerchino fortuna. Non di plastica è l’eterno. Non di legno è l’uomo.

Con questo concetto estraneo si chiude il mio dizionario. Godetelo con l’unità di misura che più vi aggrada, ma bruciatelo se fa freddo: zattera, nel nome, richiama la terra.

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Dizionario Immaginario: Ubiquità

Giunto in quell’età in cui le illusioni sfumano pian piano nel campo delle velleità, il nostro inizia a interrogarsi sul movimento. Si è agitato molto (ma perché?) e poco ha concluso (ma poi cosa?). Si è agitato molto nello spazio, questo pensa, chiudendo gli occhi ricorda di esser stato in più luoghi contemporaneamente. Molto veloce, d’accordo (ma perché?), o solo molto bravo nel giustificare il tradimento (ma di chi o di cosa, poi?). Dunque è stato ubiquo nello spazio: mentre era in un luogo, e soprattutto mentre mostrava convincimento nell’essere in quel luogo, il nostro era altrove, altrettanto convinto. E più ci pensa e più conclude (ma perché?) che è questa la sua cifra, ed è la cifra del tradimento (ma di chi o di cosa, ancora?).
Per il nostro, quindi, l’ubiquità nello spazio è questione immorale.

Ma sa bene pure il nostro che anche le velleità sono illusione; se un’illusione sfuma nella velleità, è un fatto di finta modestia. Ma sfuma piano e a sua volta anche la velleità, il nostro lo sa bene, nel coro consenziente dell’illusione. C’è ancora un’età in cui tutto è potenza immaginata da giovani. Così il nostro riparte, ma da fermo. Ed eccolo che è già in due età diverse; come in precedenza è stato e sempre sarà. Si moltiplicano le età e i posti – temporali – in cui è stato, in cui sarà ancora. Anche qui, il tradimento: ma non solo non necessita più di giustificazione: se era in un posto mentre era altrove, e quell’altrove viveva di un altro tempo, allora non si è mai tradito nel tempo iniziale. Il nostro sa che qualsiasi azione, come un tassello di una piccola costruzione d’argilla, può esser collocata in un’altra epoca e allora non smetterà di agire e di essere agita: solo non sarà accaduta di una certa intensità agli occhi degli altri, che in quell’epoca non erano ancora nati.
Per il nostro, quindi, l’ubiquità nel tempo è questione immortale.

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Dizionario Immaginario: Solitudine

C’è un tipo di solitudine che non si può raccontare, un tipo di solitudine ricercata con pazienza, che non rende infelici, questo no, ma che ha comunque a che fare con la paura (o col timore, che è una modulazione solo qualche tono più in alto della paura). Questa solitudine non può esser detta per un fatto tecnico, prima di tutto, poiché funziona con lo stesso meccanismo che regola le ore e i minuti e i secondi dei segreti: un segreto esiste solo se sta tra due parentesi ben chiuse; questo tipo di solitudine, puntando in qualche modo ad esser autentica, è viva solo se appartiene a una sola persona. In altri termini, se uno ha da raccontarla, supponendo così di aver qualcun altro per le mani: che razza di solitudine è?

C’è dell’altro. Questo tipo di solitudine ha a che fare con le tombe abusive e provvisorie dei morti ammazzati d’incidente stradale che, come pietre miliari, segnano la via che porta al mare, soprattutto d’inverno.
Chi prega, laggiù?

Ha un passo così svelto, da milonga, questa solitudine quando s’accompagna alla paura. La paura: del resto – come il timore – non è il modo con cui la esplicitiamo (non: la affrontiamo, non m’interessa), a caratterizzarci più di ogni altra cosa? Non è forse l’esistenza stessa di una qualche nostra paura a presupporre che si possa sbarazzarsene?
C’è tutto un diritto della paura che andrebbe messo a norma, formalizzato – ma no, ma no: meglio di no, finisce che quelle due o tre regole che conosco di questa materia, nel farsi memoria, si fanno anche legge, e così si farà di tutto per aggirarla.
Quanto a quella mia amica che voleva scrivere una favola per raccontare la personificazione della paura in una dinastia di sovrani… perché non l’hai ancora fatto? L’aspetto: è una misura appropriata e tu sei piccola abbastanza per farlo.
Quanto a me che parlo di solitudine (e poi con chi?), sciupandola: mi darò del dissociato.

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Dizionario Immaginario: Sesso

Sarò sincero: mi piace il nostro sesso. Cammino sempre così, pensando all’ingranaggio – meglio, o peggio, a come incepparlo. Capisci bene, mia signora, che è un fatto d’incastri, l’ingranaggio, e non è che faccia male, ma neppure bene. Il rumore è sordo, lo stacco completo, inoltre – movimento innaturale – io ricerco l’inceppamento, lo stop, l’alt, il congelamento. A noi, invece, è dato il liquefarci: così è il nostro sesso.
E poi giunti al punto di fusione noi evaporiamo, sappiamo già come finisce: ci asciugheremo l’un sull’altra, insozzati, inzuppati. Nel frattempo è budino, tempesta, yogurt: siamo noi, ed è un miracolo. Sì, io amo proprio: nel sapere già che sarò ancora curioso di ascelle, ginocchia, padiglioni auricolari. Nell’infilarmi: che non è inceppare. Siamo noi orizzonte, mia signora: perciò orizzontali. Non c’è strappo, non c’è imbroglio. Non c’è stacco. Un’illusione, forse, un po’ circense: e senza rete.
Nell’incontro fra noi due io ho visto onde.
Dopo, non più io vedevo: ma noi.

Assaggia della sabbia, mia signora. Perché è questa che incepperà. Senti com’è dura, tutta insieme: non scende, soffoca. Ora immagina me, sempre uguale, sempre sabbia, a cercare il dente giusto: ecco i miei lividi sul costato, da santo immaginato. Ora osserva i miei baci sul tuo collo, da oste innamorato: alla malora, mia signora, è questo il nostro sesso: argilla, cotonfioc, panbagnato e vinbrulé: da brodaglia, senz’imbroglio, siam più vicini alla terra, te l’assicuro.

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Dizionario Immaginario: Sei

Sicuro: non puoi andare a letto alle sei e sperare di sopravvivere a quello che non sei. Qui, tutto è cronaca e, al contrario, si sospendono le ferie per lavorare. Lascia perdere Johnny. E quegli altri: fatti in serie. Dell’interrogarsi attorno a un orario non è rimasto che l’intento, sfuso, sfuse le ore: una alla volta le cogli, le soppesi, ne ricerchi il senso. Si può immaginare, non so, l’una senza le tre? Le diciassette di un sabato pomeriggio senza le quattro della notte in cui sei nato? Le ore sono come le spille. Gli spilloni di sicurezza dei giovani del ‘77 ma anche quelle piccole, alla moda, che indossano gli adolescenti di oggi. Le devi appuntare. Le appunti tutte addosso, sul corpo nudo, di modo che la prossima conoscenza possa conoscere il tuo tempo in anticipo.
Bel tempo di merda.
Dico, se lo conosci in anticipo.
A noi tutti è dedicato un tempo solo; se ci si declina secondo altri orari, sono brandelli di pelle e carne che si strappa. Poco male se vivi in una grande città – macelleria urbana, si sa – danno irreparabile quaggiù tra i terrestri. Ogni minuto si dilata fino a gonfiare il petto su quello successivo. Gli urla nelle orecchie: fatti da parte, di qui non si passa mica in due! E lo stesso fa quell’altro. Le ore – dunque, le ore – si gonfiano l’una sull’altra; piscine gonfiabili al caldo di campagna. Dentro ci sei tu che nuoti pensando all’oceano.

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Dizionario Immaginario: Scrittori

Sto ammucchiando alcuni libri di Antonio Tabucchi qui intorno a me. Prima o poi ne inizierò uno e non so per quale motivo penso che si tireranno dietro l’un con l’altro fin quando non li avrò letti tutti. Ma la verità è un’altra. Li sto accumulando inutilmente e loro mi svolazzano attorno come avvoltoi. Ricordandomi che è lì dov’è Antonio che finiremo tutti.
(Qualche giorno fa ho detto a qualcuno che le parole che uso, ultimamente, svolazzano attorno ai concetti che vorrei esprimere proprio come avvoltoi; mi muovo per bozze, che nessun editor correggerà, attorno ai miei concetti, concetti, evidentemente, già morti.)
Ma non è il dove, è il come. Che un po’ mi atterrisce. Siamo lontani dalle grandi morti che interrompono grandi vite. C’è gente che muore così com’è vissuta. Morte normale per una vita normale, tutta tradotta in una scrittura normale, fatta da uomo a uomo. Una vita così può far paura, da qui.

Antonio, come Roberto (Bolaño), Richard (Brautigan), Herman (Melville) e Guido (Morselli), io non l’ho conosciuto se non attraverso quei tre o quattro libri suoi che ho letto. E dietro alle sue parole ho trovato subito l’uomo. Non è così per tutte le scritture, ci sono scritture meravigliose che per essere necessitano tuttavia di mettere distanza tra autore e lettore. Per cui è come se lo avessi conosciuto di persona, Antonio, come se mi fosse arrivato, sottopelle, quel suo modo di stare al mondo strettamente legato al suo scrivere. Certo potrebbe anche essere che io mi sbagli.
Ci sono questi tipi di scrittori, che non posso dire di aver (solo) amato. Forse è che li ho conosciuti. In fondo non riesco neppure a ricordare particolari dettagli dei loro libri. Mi rimane l’atmosfera, lo stile, la voce, il ritmo – non è tutto questo, l’esistere?; e guarda caso poi me li ritrovo in quello che scrivo. Rileggendomi, mesi o anni dopo, penso: Qui ero Tabucchi, qui ero Bolaño. Qui Brautigan. Qui Melville o Morselli. Ma lo so solo io, sono fantasmi di altre scritture apparentemente irriconoscibili: non si tratta solo di semplice imitazione, non di citazioni inconsapevoli e neppure di semplice cleptomnesia. Mi si sono calcificati. Suppongo che, per riuscire in questo intento involontario, debbano essere stati scrittori e, soprattutto, uomini straordinari: che dico, molto più semplicemente: autentici.

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Dizionario Immaginario: Roulette Russa

Sono riuscito, per un istante, a immaginare una scrittura assolutamente intima, privata, solo per me. Una scrittura in grado di negarsi. Con cui e in cui dire al riparo dagli occhi del mondo. In cui realtà oggettiva e soggettiva si fondono. In cui non c’è spazio che per me. Quello che ho provato immaginando questo tipo di scrittura è quello che stai leggendo in questo momento. Ho fatto ruotare il tamburo della pistola, ho beccato l’unico proiettile che avevo inserito ed eccolo qui, pubblicato da qualche parte in giro per il mondo.

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