Dizionario Immaginario

Dizionario Immaginario: Missiva

Mia Cara X,
(ma anche Y, Z, W, tutto ma non K; K mi sembra da incontro occasionale e nessun incontro lo è mai per davvero)
Cercherò di essere, soprattutto, efficace, poiché nelle lettere si finisce sempre col non esserlo. Anzi, c’è da dire che le lettere vivono e soprattutto sopravvivono nel tempo per la loro inefficacia; tuttavia, prima di spiegarmi, devo chiarire subito un punto: vivo con un compare, che poi è il mio doppio, che in questo periodo dorme tutto il giorno e russa di continuo, impedendomi la migliore concentrazione, e come lei saprà le lettere dovrebbero sempre essere un concentrato di ipotesi, probabilità, possibilità, sono succhi d’amore potenziale, le lettere, e hanno decisamente a che fare con la balistica. Infatti preferisco chiamarle missive, perché mi viene in mente il proiettile più preciso al mondo – solo perché più grosso – e cioè il missile; e poi perché “missiva” richiama quel verbo inglese che indica il mancare, l’assenza, e allora una lettera, una missiva, si scrive sempre a partire da un’assenza e, soprattutto, a partire dalle motivazioni di quell’assenza – e cioè, sempre a proposito di balistica, la misura che mancheremo nell’avvicinarci all’altro.
Diciamocela tutta: le lettere si scrivono per la formalità tipica della prima e per la solennità dell’addio che impregna l’ultima. Nel mezzo una paccottiglia di soprusi, malintesi e ciance da bambini, inutili agitazioni per cui se fossimo paguri torneremmo nella conchiglia e se fossimo struzzi ce ne staremmo con la testa sottoterra. Si scrive per la prima e per l’ultima volta, ecco tutto. Nella prima, come in questo caso, ci si dà del lei; si indovinano i movimenti dell’arco sopraccigliare dell’altra persona nel leggere quanto si sta scrivendo; si adoperano gentilezze e accortezze in uso nel secolo prima in attesa di passare al tu (se solo ci penso adesso, che piacevole turbamento, che ipotesi allettante e primaverile, l’avere, in futuro, confidenza con te!). E così nell’ultima si utilizzerà un tu – dopo che lo si è vilipeso in ogni modo – che vorrebbe in verità tornare a essere un lei. Nell’ultima missiva chi scrive è il codardo che si mostra invincibile, col coraggio di tentare l’ultima parola; e chi legge è in verità il vero audace, perché in qualche modo riceve l’ultima, non richiesta, parte d’attenzione; e dovrà scegliere se sciuparla o meno. E così l’addio è solenne, l’augurio è finto, il saluto è lacrima e chi s’è visto s’è visto.
Vedi, Mio Amore, nel mezzo noi avremo fatto l’amore – tanto! come tutti gli amanti – stupendoci d’averlo fatto; e poi annoiandoci d’averlo fatto; e poi vergognandoci d’averlo fatto; tu, da un giorno all’altro, mi troverai solo pittoresco e così le mie camicie; io ti accuserò senz’accusarti e non sopporterò i tuoi silenzi a domande solo mentali; in breve ci tireremo addosso piatti e stoviglie e parole (nel senso che a volte potremmo scrivere le parole “piatti e stoviglie” su un foglio di carta, appallottolarlo e lanciarcelo in testa), dopo esserci promessi e poi minacciati l’un l’altra con quell’illusorio “fare bambini” (bambini che avrebbero avuto la tua superbia e il mio naso, c’è da scommetterci). In breve, soprattutto, Mio Amore, ti sto già dando del tu mentre il russare del mio compare mi fa salire nelle narici il profumo della tua fessura improvvisamente asciutta dopo che ci ho ficcato l’intera capoccia mia insieme alla lingua (altro che madeleine! è che non ho mai letto Proust).
Dunque ti amo, Mia Cara, perché ti ho già amata, come non ho mai amato in vita mia, eppure devo abbandonarti perché è giusto così (è vero, confermi?). E così dovrebbe terminare ogni missiva d’addio, mentre sono io il codardo, il vile, il non adatto alla vita amorosa e dunque lavorativa: alla vita in genere. Ti amo e intanto che mi ami anche tu, mentre non ci amiamo più, stiamo utilizzando queste nostre storie ammaccate per avvicinare altri uomini e altre donne sull’eterno terreno di caccia, terribilmente angosciante, che è la seduzione (e poi li allontaneremo, dicendo che ci pensiamo ancora io e te, reciprocamente, anche se in millenni diversi, e perciò non ci è possibile, al momento, avere altre relazioni).
E così chiudo questa missiva, nel tempo in cui siamo già stati plurale, e poi il plurale di noi è stato né due né uno ma zero e poi ancora numeri negativi; e chiudendo le comunico che non verrò a trovarla come da lei richiestomi in quanto certo che, nel tempo del tragitto verso di lei che certamente percorrerei in auto, l’autoradio manderebbe talune canzoni tristi che già mi farebbero pensare a un’altra per cui verserei lacrime per tutto il suddetto tragitto – quest’altra che poi è sempre e già lei, lei a cui ho dato del tu mentre tutto finiva.
Le auguro tutto il bene di questo mondo,
Suo

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