Storie

La trave nel mio occhio

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Pueblo chico, infierno grande. O anche: far finta di esser morti – nel giorno dei morti – per allungarsi la vita. Per non cortarsi il mambo da soli. E perciò: ritmo, sempre, ritmo – raccontare, raccontarsi, raccontare, raccontarsi… come flessioni di primo mattino.
Buona lettura.

§

Reggerà la trave?, mi chiedo. Certo: la vedo che si infila nel muro – ci sarà almeno un altro mezzo metro di legno che si inoltra nel muro di questa mia stanza.
E la corda? C’è un mio amico che ha un cappio bell’e pronto. Gli è avanzato da un cortometraggio in cui s’impiccava un codardo. Lo tiene in camera, sull’armadio, accanto alla corona d’alloro della laurea. Sua madre non si lamenta né protesta, a quanto pare.
Ma comunque: come glielo chiedo? Mi servirebbe il tuo cappio per…? Se mi conosce abbastanza, l’amico potrebbe insospettirsi. E poi tutti quegli indizi che ho lasciato in giro. La Soga Blanca di quel racconto in quel libretto rosso.
Ma più che la corda, è la scala. Come ci arrivo lassù? Ho amici elettricisti. Potrei chiedere a loro. Ma non ci entrerebbe mai una scala così alta, qui dentro. Scherzando dico che ho una casa a tre piani, ma è solo che si sviluppa in altezza, per il resto è troppo stretta e le scale da elettricisti non ci entrano.

E poi, da quando ho cominciato a guardare in alto? Certo, dico sempre a tutti che ogni tanto bisognerebbe sollevare il capo e fare il punto della situazione, o quanto meno risollevarsi il morale e la morale sollevando lo sguardo al cielo.
Ma io? Io guardo per terra. Un’impiccagione mi pare cosa poco coerente. Io guardo la strada, io sto per strada.
Penso a mia madre: Fa’ attenzione alla strada, dice sempre quella povera donna quando sgattaiolo via da casa dei miei come un adolescente.
Oh, ma’, la strada è l’unica certezza, da queste parti, insieme al deserto.

Ogni tanto ripenso all’unica grande scuola di vita che ho avuto. Rifondazione Comunista, inizio Duemila. Avrebbero dovuto metterci in guardia, laggiù: guardate che da questa parte c’è solo il deserto. Se prendete per di qua, se avete davvero intenzione di intraprendere questa strada, sappiate che andate incontro al vostro personalissimo deserto.
Che poi non è proprio vero: ogni tanto li incontro, la tipa più ideologizzata s’è fatta una balena, s’è sposata; l’unico operaio che c’era è diventato poverissimo e disoccupato e parla da solo, però ha tre bambini e una moglie piuttosto giovane, un po’ cagna; il ragazzino coi rasta studia, si droga e fa l’amore con donne più grandi di vent’anni, e così via.
Apparentemente non vedo alcun deserto, per loro. Per me sì, ma questa è un’altra storia e poi qui è tutto troppo verticale per pensare alla sabbia e al caldo. Il tetto è di legno, è spiovente, e i piccioni cercano disperatamente di farci il nido come se ci fosse la pietra barocca della chiesa all’angolo.
Scivolano, cascano, li sento di notte che annaspano. Fanno ridere quando li vedi arresi a dormire in piedi sul balcone di fronte.

Ad ogni modo poi ho cominciato a frequentare gente di destra.
Quando dico di destra intendo democristiani, perché in Italia ogni grande fervore ideologico si prosciuga sempre nel grande pantano scudocrociato. Soprattutto a destra, che poi restando in argomento quelli di destra sono quelli che non hanno mai davvero il suicidio in testa però lo mettono in atto, davvero, da un giorno all’altro, mentre quelli di sinistra ne parlano e ne parlano e poi non lo fanno mai e finiscono col diventare di destra. Ecco, per concludere il discorso: la vera destra in Italia è la sinistra, è la gente di sinistra che a un certo punto si mette sempre a fare cose di destra, dalla conservazione e l’uso spropositato del potere via via fino ad arrivare ad altri crimini maggiori o minori.
Non so perché dico tutto questo, forse perché la baita di montagna in cui vivo nel profondo e pianeggiante sud italiano mi confonde allo stesso modo della vita politica italiana.

Reggerà la trave, allora? Non peso nulla ma non ho una scala. Se chiedo la soga blanca al mio amico, capace che quello mi guarda in un certo modo, arrossisco e finisco con lo sciogliere il cappio spiegando che me la sono fatta dare per impedirgli di usarla lui, un giorno o l’altro.
Però il bigliettino l’ho approntato, qui sulla scrivania. C’è scritto: Al funerale voglio la banda che suona “St.James Infirmary” di Louis Armstrong. Ho un amico nella banda del paese e so che Louis Armstrong è nel repertorio. Giusto per vedere la reazione della gente: se non hai mai provato un brivido nero, profondo, ascoltando quel pezzo, allora non meriti di accompagnarmi alla tomba.
Devo parlarne con questo mio amico. Oh, a proposito, lui ha un nome che è impossibile accartocciare in un diminutivo proprio come per il protagonista del Barone Rampante, ed è uno strano incrocio tra Woody Allen, Serge Gainsbourg e Josh Hartnett. Nel momento in cui pochi hanno una casa propria, lui viene pagato per dormire in una villetta di campagna dove si occupa di una vecchia sola che neppure si accorge della sua presenza, e lì è libero di portare donne e alcol quando lo desidera. Uno di quei tizi picareschi che leggono John Fante e vogliono diventare come Bandini e non si accorgono invece di essere già dei personaggi da romanzo.

Quanto a me, so che l’ultima volontà del morto va sempre rispettata. Stiamo a vedere. Magari per il mio funerale avrò davvero la banda con quella canzone di Louis Armstrong. Lo dice la legge, che la volontà dei morti va rispettata, giusto? Ma sono i nostri desideri da vivi, che gridano vendetta.

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