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Reflektor degli Arcade Fire è un album conservatore solo perché non puoi non ballarlo quando lo ascolti?

Pare chiaro che la differenza tra i media tradizionali e Internet è che i primi assumono un punto di vista maschile, mentre la Rete è donna. Anche se quello di quest’ultima appare come un punto di vista femminile che ha semplicemente incamerato (e fatto suo) quello maschile. Per dire, il facial è una fantasia puramente maschile che deve anche piacere alle donne. La stessa categorizzazione di ogni cosa, dai nostri appetiti sessuali fino ai nostri hobby, è tipicamente maschile.
Immagino che un punto di vista autenticamente femminile dovrebbe essere etereo, avere a che fare con niente in particolare, a niente ancorarsi, e comprendere tutto senza peso. La purezza a un passo dall’idiozia. È uno stare sul limite, quello della linea sottilissima tra purezza e idiozia, che ha qualcosa di sublime. Noi siamo donne quando siamo particolarmente avvolti da una luce estrema, che tutto abbraccia e scioglie, che ci fa simili a entità che prescindono dall’essere singoli individui. È un processo o uno stato d’animo che assomiglia alla musica. Forse questo è amare. Essere come musica. Riconoscere quella luce. Stare in quel particolare momento di estasi, di grazia e…
No. Amare è riuscire a compiere il passo successivo: restituire quella luce.
(Diversamente, si tratta solo di un riflesso.)
Lasciarsi accecare e al momento opportuno portare a sé qualcun altro e fare sì che anche lui venga avvolto da quella luce.
Stare sul limite tra purezza e idiozia.

§

Dice il mio amico Jack Faccia da Cane che Euridice rappresenta il futuro.
E allora il futuro ci è restato alle spalle, chiuso nel suo inferno.
Certamente il presente è degli infermi. Certi acciacchi mentali si diffondono oggi come l’AIDS vent’anni fa.
C’è una cosa che si dice a proposito di voi umani, un modo per dir male di alcuni di voi: Quello è tutto muscoli e niente cervello. Ma c’è troppa intelligenza, in giro, e poca sensibilità. Un’intelligenza frigida, incapace di entrare nel cuore delle cose, che accumula e dimentica, accumula e dimentica…
(Tutti che guardano e guardano e vogliono essere guardati, ma chi vuol sentire?)
E poi è solitudine e corsa dentro se stessi, fino a perdersi il resto.
(Allora meglio esser tutto muscoli – se tra quei muscoli c’è il cuore.)

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È anche vero che le guerre interiori producono vittime soprattutto fuori da noi. Nessun rito antico o moderno può riportare in vita le vittime delle nostre guerre interiori.
(Non Orfeo. Euridice c’est moi.)
Non siamo eterni.
Se volete dell’inferno, provate a guardarvi dentro.
La guerra fuori impone proprio quest’obbligo a guardarci solo dentro.
I riti allora si facciano da vivi.
Dopo – dopo è solo troppo tardi. Semplicemente troppo tardi, il danno è compiuto: muovi i piedi da quel pavimento bollente.
Ci vuole qualcuno che faccia ordine tra l’idiozia e il baccano di certi balli irregolari, improvvisati solo per attirare l’attenzione, e i balli organizzati per fecondare – a patto che ci sia ancora seme, e ancora fertilità – e altri ancora che portano alla grazia dei secoli nei secoli e amen.
Del resto siamo vivi solo quando siamo creduti. E per essere creduti ci vuole qualcuno che ci racconti.
(Non c’è Orfeo se non in morte di Euridice.)

§

Tutto è bene quel che finisce, dico sempre.
Ma sono belle le cose che non finiscono mai.
Non siamo eterni, ma certa musica non finisce certo quando il disco smette di girare.
(Orfeo frocio e sbranato dalle baccanti cui non ha voluto concedersi dopo la perdita di Euridice.)
Ci resta in testa finché ne abbiamo bisogno. Finché vogliamo sentirla.
Sarò ancora irlandese per te, allora. Farò attenzione alla differenza tra un punto messo in corsivo e uno senza corsivo. E terrò bene a mente quel limite –

§

(Adesso stringi il pugno cazzo dai ascoltami una buona volta stringi il pugno ecco vedi quello che stringi è tutto quello che hai dici non c’è niente dentro dici è solo aria dico: non hai bisogno d’altro, può contenere il tuo cuore) – il limite tra purezza e idiozia, giusto?

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