Fare Malesangue, Storie

Un errore imperdonabile che spero non commetterete mai più

lester bangs david foster wallace

A febbraio di quest’anno Malesangue ha compiuto cinque anni. Era il febbraio 2009 quando ho messo su questo baraccone. Cinque anni. Cinque anni! Potrebbero essere pochissimi in una vita oppure tanti se si considera una vita con blog annesso. “Malesangue” dalle mie parti significa qualcosa del tipo: sangue amaro, ma con più violenza. Allora mi diverte, quando qualcuno chiede cos’ho combinato negli ultimi cinque anni, rispondere: ho fatto malesangue.
Ad ogni modo, per festeggiare pubblico qui uno di quei pezzi lunghissimi e mostruosi che hanno fatto la vera fortuna di questo posto. Scritto qualche mese fa, lo pubblico oggi, 21 febbraio 2014, nel giorno del compleanno di David Foster Wallace.
Buona lettura.

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Succede che da queste parti ultimamente si debba fare i conti con una pioggia infinita e con una strana crociata tutta personale che mi porta a starmene chiuso in casa di sabato sera. Allora finisce che mi metto a leggere libri che possano esser letti tutto d’un fiato. L’altra sera è toccato al fragile e a tratti delicato Io e te di Niccolò Ammaniti. Poi qualche pagina tradotta male di Hemingway, e infine – finalmente! – ecco David Foster Wallace con Una cosa divertente che non farò mai più.
Ho preso degli appunti mentali, mentre lo leggevo. E questi appunti possono essere sintetizzati grossomodo così: autentico, noioso, paranoico, noioso, noioso, letterario, disperato, divertente, disperato, ipnotico-sensoriale, disperante, paranoico, autentico, infelice, noioso, psicotico, infelice, disperato. A giorni di distanza, su quest’ultima lettura svolazza come un avvoltoio lo spirito di Lester Bangs [1], mentre (non so perché) non c’è alcuna traccia di quello di DFW. Quello che ho realmente da dire su Una cosa divertente che non farò mai più andrà in nota, nell’unico e sentito omaggio che sento di fare a DFW [2].
Una cosa divertente che mi è capitata durante la lettura, invece, è riuscire a scovare un tragico e imperdonabile errore di traduzione in una nota, la numero 75 (pagina 93 del capitolo 12), un errore così grossolano che mi domando a cosa serva avere due traduttori come Francesco Piccolo e Gabriella D’angelo, senza dimenticare tutta l’accolita di fan accaniti di DFW, se poi basta così poco perché il sottoscritto ricordi il libro in questione per uno stupido errore di traduzione. Ho detto che l’errore si trova in una nota, quindi in una sezione di testo le cui dimensioni (il font è il bellissimo Sabon di minimum fax) rendono difficile (ma non impossibile) la concentrazione. Ad ogni modo, in quella nota DFW descrive alcuni dei personaggi improbabili che animano la crociera extralusso che sta raccontando per conto di una rivista americana. Tra questi c’è il tipo borioso con gli occhi lessi che passa le sue giornate al casinò Mayfair puntando sul 21 “a ritmo da sub narcotizzato” e bevendo tè freddo Long Island.

Tè freddo Long Island.
Ripeto: tè freddo Long Island.
Non so se mi spiego.

Ci ho pensato un attimo, non di più. L’originale è evidentemente Long Island Iced Tea, che è il nome di uno dei miei cocktail preferiti. Nonché uno dei cocktail più famosi al mondo, la cui unica correlazione col tè freddo è il colorito – quel marrone diarrea canina, diciamo così, nel caso del cocktail ottenuto mescolando Coca, vodka, gin, rum bianco e triple sec.
Un errore imperdonabile, e io che l’ho scovato in quella nota non so ancora se l’averlo scovato con estrema facilità faccia di me un grande lettore, un potenziale traduttore per minimum fax o, più semplicemente, un affidabile alcolista.


[1] L’impressione, sia a proposito di Lester Bangs che di DFW, è che le cose non sarebbero potuto andare diversamente, per loro. Forse ci sono personalità in grado di sintetizzare nella propria biografia e nelle propria opera lo spirito del proprio tempo in modo così intenso che poi, quando quell’epoca sta passando, non possono far altro che morire. Forse. Di certo c’è che in quello che LB e DFW scrivevano c’era una disperazione autentica, dovuta probabilmente a questioni anche patologiche, nonché all’abuso di alcol e droghe (nel caso di LB) e di letteratura (nel caso di DFW). Come spiego nell’altra nota, trovo che non ci sia rappresentazione, per quanto capace di solleticare la libido dei lettori borghesi, che sia anche in grado di restituire davvero il dolore di questi autori. Trovo davvero che si tratti in un certo senso di vittime sacrificali per un pubblico incapace di sentire autenticamente quello che queste vittime provavano e che, per usare le parole dello stesso LB, ha bisogno di provare emozioni per interposta persona. È davvero terribile che quello che alcuni autori affrontano scrivendo in maniera disperata diventi semplicemente consolazione per altri. Funziona allo stesso modo con Alda Merini – a tutti piace citare estratti in cui la poetessa parla di pazzia, ma nessuno è realmente disposto a comprendere in quale grado di follia si trovi nella sua propria tristissima vita di schiavo e portatore d’acqua borghese. E non è un caso che spesso questa tipologia di esseri umani (preferisco definirli in questo modo, piuttosto che autori o artisti) arrivi prima o poi a comprendere lucidamente, al di là delle reazioni psicotiche, questi meccanismi. DFW lo diceva abbastanza chiaramente in alcune interviste, da vivo, e non so quanti suoi amici si siano realmente resi conto del buco nero in cui si trovava mentre diceva quelle cose. Lester Bangs lo fa nel 1981 con queste parole, tratte, anch’esse, da un libro minimum fax:
“La verità è che non sono davvero convinto che Lou Reed sia molto cattivo. Quando mi disse che una volta ero un bravo scrittore ma ora mi stavo buttando via in cavolate da esibizionista, mi aveva fatto un favore che il 99 per centro dei miei migliori amici reali non si era mai avvicinato neanche lontanamente a farmi e se qualcuno non mi avesse schioccato le dita davanti al naso dicendomi alcune parole ben piazzate, quel genere di autoparodia – per non dire di autodistruzione – in cui mi piccavo di specializzarmi, così da diventare Charles Bukowski junior o cose del genere, avrebbe finito per distruggermi sia come scrittore che come persona.
Spesso la regola della strada è incoraggiare nei giovani geni il peggior comportamento possibile o immaginabile. La stessa gente che mi incitava a fare quelle pagliacciate si sedeva in stanze d’albergo tutti i giorni e parlava di me come se non fossi nemmeno stato lì presente, ma fossi un tale idiot savant da non meritare nemmeno di far parte della razza umana. Ma sono stato fortunato. Circa nel periodo in cui Lou Reed mi disse quelle cose, l’impegno che profondevo in una disgustosa autopromozione protopunk alla Legs McNeil era circa quattro volte maggiore rispetto a quello che mettevo nel delineare i presunti argomenti di cui apparentemente dovevo scrivere ogni mese. Erano tutti articoli divertenti: anzi, molta gente ancora oggi pensa che quando ero a Creem ho scritto le cose migliori di sempre e che da quando mi sono trasferito a New York sono diventato un moralista scassapalle sempre più invelenito, un vecchio finito e sorpassato, che a volte è ancora spiritoso ma è sempre più acido. Che vadano affanculo. Sono stato fortunato: queste stronzate sono diventate la mia vita quando stavo al sicuro nell’ambiente relativamente piuttosto insignificante di Creem, così quando mi sono svegliato me la sono cavata e direi che, anche se ho le mie giornatacce proprio come chiunque altro, sono ancora convinto di avere un futuro.”
Lester Bangs è morto un anno dopo, il 30 marzo 1982.

[2] Nelle ultime pagine della mia edizione di Una cosa divertente che non farò mai più c’è un breve omaggio di Edorado Nesi a DFWallace. Nesi ammette candidamente di aver “imparato a vivere grazie a un suicida”. Nesi si spinge oltre, e ancora più candidamente ammette di aver imparato a rispettare la deformità, a riconoscere ogni forma di dipendenza, di disperazione e ad avere rispetto profondo per ogni essere umano grazie all’opera di DFW (che è cosa ben diversa dall’imparare dall’uomo o dalla vita di un uomo, distinzione di cui non tiene conto lo stesso Nesi). È davvero singolare che uno scrittore (e un uomo, un imprenditore, nonché parlamentare della Repubblica) come Edoardo Nesi – che pure si vanta e può vantarsi di aver portato l’opera di DFW in Italia – abbia dovuto imparare tutte queste cose dai libri. A contatto con questo genere di considerazioni, in genere, comincio a trovare terribilmente ingiusto che lo scrittore Nesi sia vivo mentre lo scrittore DFW sia morto, per di più suicida. Ma soprattutto a questo punto mi è chiaro perché leggo DFW molto raramente e cosa mi blocca: ovvero, ogni volta che si parla di DFW si parla della deferenza con cui si dovrebbe parlare di DFW e dell’aura di santità con cui i fedeli lettori e – peggio – epigoni lo hanno coperto, fino a farne un’iconcina innocua non meno di un’edicola votiva nel centro storico di un paese lucano abbandonato da secoli.
Scorrendo le pagine di Una cosa divertente che non farò mai più, al contrario, ho avuto impressioni che andavano in tutt’altra direzione. Dopo aver letto Lester Bangs o il Robert Louis Stevenson di Viaggio su un somaro nelle Cevenne è difficile che un reportage in lingua anglofona possa stupirmi per ferocia o leggerezza (che a volte coincidono, e per fortuna questo accade anche in DFW). Ma è soprattutto la lettura della cultura pop da parte di Lester Bangs il punto. Anche in lui c’è dell’umorismo, c’è dell’ironia che, se si fa feroce, cerca di colpire prima di tutto l’autore stesso e dunque l’origine di quell’ironia. Anche in lui c’è un senso di colpa piuttosto evidente – che per Bangs si poteva curare col casino del rock’n’roll – e che DFW non fa che associare e intrecciare con qualsiasi cosa accada a bordo della nave da crociera su cui è stato inviato dalla rivista Harper’s. Ecco, credo che il reportage di DFW sia un lungo articolo che parla di democrazia, dolore, disperazione, solitudine e letteratura, e che sia a tratti molto fine, e anche divertente, disperato e noioso. E che sia scritto da un paranoico e talentuoso scrittore occidentale che come ogni scrittore occidentale è perennemente alle prese con quel senso di colpa – per essere, appunto, occidentale, bianco, americano o anche solo estremamente sensibile – e che non a caso spiegava che scrivere, per lui, era un modo per toccare gli altri e che invece finisce per allontanare gli altri, guarda un po’, proprio quando si mette a giocare con la scrittura, a fare il DFW che tutti si aspettano (con quei virtuosismi che ancora fanno sbavare i suoi lettori postumi e che – proprio come il prog per il rock’n’roll – allontanano invece l’autore dal suo pubblico). La stessa ironia di alcune pagine di Una cosa divertente che non farò mai più, a vent’anni di distanza, è del tutto innocua. Niente che non si sia visto nei Simpson e che lo stesso DFW, a un certo punto, giudicò inadeguato e triste. La parte finale del libro, il capitolo 13, è molto noiosa e sembra scritta controvoglia. Non a caso è quella in cui ci sono più virtuosismi (e se hai letto Melville non è che ti impressionino più di tanto), non a caso il cuore emerge in due sole occasioni: quando DFW racconta, con estrema passione, delle partite di ping pong contro Winston 3p e ancora nelle ultimissime pagine, quando parla dell’involontario regalo di trascendenza da parte dell’ipnotizzatore Nigel Ellery come di una grande metafora dell’intera crociera e, se vogliamo, della letteratura. Il cuore di DFW è proprio quando racconta da scrittore autentico e uomo paranoico, depresso e ossessionato, e descrive in modo chiaro, e senza troppi giri di parole, cos’è la disperazione. Ed è allora – ovvero nella prima parte del libro – che è in grado di descrivere con estrema precisione l’angoscia e l’imbarazzo che ciascuno di noi proverebbe prima dell’imbarco su una nave di crociera extralusso – nonostante, appunto, si tratti di una crociera extralusso. È allora che DFW è realmente disperato e vicino non solo all’umanità deforme che descrive, ma anche a me. In quei momenti DFW stava chiedendo aiuto come qualsiasi psicotico che abbia avuto in dono la capacità di scrivere del proprio esser psicotico. In quei momenti io non vorrei mai che DFW fosse morto e preferirei che non avesse scritto una sola riga, se questo avesse potuto in qualche modo salvarlo. È allora, in altri termini, che ho l’impressione di avere a che fare con un uomo e non con Lo Scrittore. Ed è allora che più che venerarlo da lettore borghese, che necessita di leggere del senso di colpa altrui per riconoscere le proprie deformità, o che ha bisogno, in fin dei conti, che Lo Scrittore si trasformi prima in Pagliaccio di Se Stesso – l’idea di mandare in giro da vivo DFW a scrivere reportage in cui DFW interpreta DFW – e poi in Cristo, e cioè che in un certo senso debba morire per noi, perché anche noi lettori borghesi si possa comprendere qualcosa che, non essendo depressi né disperati né dipendenti da alcunché e neppure in grado di riconoscerci come tali, non saremmo mai in grado di comprendere; è allora, insomma, che più che santificare una persona che non tornerà più indietro dal Sistema di Scarico ad Alto Tiraggio Esistenziale che lo ha risucchiato, avrei voglia semplicemente di abbracciare DFW, ma come mio simile, o di sfidarlo a ping pong, se questo fosse ancora possibile.

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