Le storie degli altri

Iggy Pop: una fiamma ossidrica in versione sadomaso

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Quello che segue è un articolo di Lester Bangs apparso sul Village Voice del 28 marzo 1977. In Italia è stato raccolto da minimumx fax nel volume Guida ragionevole al frastuono più atroce, con traduzione di Anna Mioni. Buona lettura.


Il concerto di Iggy Pop venerdì scorso al Palladium è stato un trionfo secondo gli standard consueti. Iggy era in ottima forma, e il pubblico era di un entusiasmo verace: avrebbe potuto fare tutti i bis che voleva. Ma Iggy non ha mai ritenuto importanti gli standard consueti: a partire dai primissimi tempi, quando gli Stooges salivano sul palco senza nemmeno saper suonare i propri strumenti, fino al presente, in cui sembra finalmente in procinto di diventare uno dei divi più strani che si siano mai visti. Chi mai proverebbe a sfondare tra i grandi del rock per la terza volta, e quindi la più importante, con un album intitolato The Idiot? Proprio lui, quello che in certi momenti aveva preso l’abitudine di buttarsi a capofitto dal bordo del palco in mezzo al suo pubblico, e che venerdì sera ha continuato a contorcere viso e corpo in maschere e gesti che simboleggiavano l’”idiozia”, il tormento e, soprattutto, il sadomasochismo. Continua a leggere

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Le storie degli altri

Mangiare Aldo Moro — Giorgio Vasta

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Torno a sedermi. In televisione ancora il lago e gli elicotteri. Abbasso lo sguardo sulla minestra, il mio lago di cenere chiara: tutta Italia cerca Aldo Moro e Aldo Moro giace sul fondo del mio piatto, il suo corpicino come un bruco scuro, di quelli che in estate vedo avvolgersi al rallentatore sui rami verdi sottili come tendini oscillanti allungati fuori dai cespugli della casa al mare, un lepidottero malinconico, larvale, vestito di nero e spettinato, e io guardo la crosta di olio e tuorlo, prendo il cucchiaio e lo faccio scivolare dal bordo del piatto verso il basso, la conca un ostacolo, un contatto, Aldo Moro intirizzito, le braccia piegate strette contro i fianchi, la testa chiusa tra le spalle, le ginocchia contro il petto, l’onorevole esibito, ostentato, innalzato nella sua culla di acciaio inox e offerto a nutrimento sacrificale, a ostia da prendere in bocca e ingoiare senza pensiero, tutta l’Italia e tutti gli italiani, mangiare il presidente della Democrazia Cristiana, fare la comunione, non masticare, deglutire, sentire dentro il sapore di quaresima e di grano, medicina, e poi guardarsi negli occhi e trovarli luminosi e senza angosce, gli sguardi pieni compatti e onorevoli degli italiani.
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Le storie degli altri

Proprio così

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Proseguì sulla Teallback a passo svelto, come quelle signore che camminavano ogni sera per dimagrire, solo che lei non era magra per niente, lo sapeva, come sapeva che la camminata veloce non si faceva in jeans e scarponi slacciati, ah ah. Mica era stupida. Faceva solo scelte sbagliate. Ricordò suor Lynette che diceva: «Callie, tu sei sveglia, ma tendi un po’ all’autolesionismo». Eh già, sorella, ci hai proprio preso, disse mentalmente alla suora. Al diavolo. Chi se ne importava. Appena si mettevano un po’ tranquilli coi soldi avrebbe comprato un paio di scarpe da ginnastica decenti per fare jogging e buttare giù qualche chilo. E si sarebbe iscritta a un corso serale. Con qualche chilo in meno. Magari tecnologia sanitaria. Non sarebbe mai stata proprio un’acciuga. Ma a Jimmy lei piaceva così. E lui le piaceva così. Forse l’amore era proprio questo: che uno ti piaceva così com’era e in più facevi delle cose per aiutarlo a migliorare.


George Saunders | Il cagnolino

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Storie

Quando eravamo prede, Carlo D’Amicis – Una recensione d’amore scritta a macchina

Quando eravamo prede

Quella quassù è una “recensione d’amore scritta a macchina” per Quando eravamo prede, romanzo di Carlo D’Amicis edito da minimum fax a giugno scorso.
La macchina in questione è una Olivetti Lettera 32 che mi assiste da qualche mese.
La recensione d’amore presenta qualche sbavatura qui e lì, ma mi piaceva l’idea di lasciarla così com’era venuta fuori il giorno in cui l’ho scritta – mi piace l’idea che la scrittura, specialmente a macchina, viva soprattutto nel momento in cui viene prodotta.
Qualcosa che sta tra l’artigianato e l’interpretazione di un vecchio attore navigato.

L’espressione recensione d’amore scritta a macchina è un evidente omaggio a una canzone di Paolo Conte.

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Storie

David Means

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Scrivendo ho, soprattutto, imparato a leggere. Ci sono meccanismi interni alla scrittura che valgono anche per la lettura. Piccoli passaggi sotterranei che funzionano allo stesso modo. Qualcuno la chiama coautorialità. Per me è la possibilità di stupirmi o di accedere quanto meno al mistero dello stupore. Il piacere si affida spesso a una sequenza o combinazione di parole imprevista, che viene realizzata mentre si produce. Parole che lette o messe per iscritto rivelano qualcosa di preesistente in noi. Mentre scrivi sei il tuo primo lettore e mentre leggi qualcun altro lo stai anche scrivendo. È chimica, che opera un momento prima e un momento dopo la sospensione dell’incredulità.
Al tempo stesso la innesca.

Non bisogna tuttavia fare della materia quello che non è, ovvero una scienza dura. La scienza dura può operare in genere sia su puzzle che su enigmi. Il puzzle ha in sé la soluzione. I pezzi sono tutti lì, c’è solo da fare ordine. L’enigma conserva almeno un dato misterioso, un piccolo buco nero che consente tuttavia l’accesso alla luce. Una scienza molle come il racconto deve muoversi in questo spazio, quello dell’enigma, del mistero che schiude mondi sconosciuti.

David Means, nei racconti del suo Episodi incendiari assortiti, si occupa soprattutto di enigmi. A Means mi sono avvicinato per caso, incuriosito da una sua intervista. Spudorato, spiegava di essere un orgoglioso scrittore di racconti. Come Flannery O’Connor. Questa fierezza si rivela nei tredici Episodi di Means, che per compattezza e compiutezza ricordano effettivamente i testi della O’Connor. Con lo stesso gusto per l’imprevedibilità e il mistero della condizione umana. Qualcosa di affine alla preghiera, e perciò raro nella scrittura contemporanea, soprattutto occidentale. Molti viventi stanno raccontando un mondo in chiusura, e per farlo si affidano a racconti a loro volta esauriti. I personaggi vengono piazzati su un binario, unico, e fatti agire in un contesto che il lettore conosce a memoria. Azioni e reazioni prevedibili, pezzi del puzzle già noti, spesso neppure sparpagliati. Nessuno stupore, laddove per stupore non intendo qualcosa di squisitamente letterario ma anche, profondamente, umano. Chi vive in un racconto dovrebbe sempre essere capace di un guizzo imprevedibile, anche solo potenziale, proprio come capita con gli esseri umani.

La scrittura di David Means non si affloscia né si acquieta dunque sugli acciacchi di una società in declino. Presenta quello che potrebbe apparire come un puzzle con tanti e dettagliati pezzi, ma è ben consapevole di affrontare un enigma. Spesso anche di non poterlo risolvere, mentre si occupa di “cose precise concrete e inafferrabili”. Così funziona una scrittura antica, che racconta attorno al fuoco di un rito eterno e primordiale. Per essere antica, una narrazione deve essere capace di parlare a chi verrà dopo (impresa già ardua) quanto a chi è già stato. Eterna e retroattiva insieme, dunque.

L’impatto con la scrittura di Means arriva forte col primo racconto. Incidente ferroviario, agosto 1995 è un’immersione in questo sistema di cose precise concrete inafferrabili. Un uomo decide di non andare più al concerto dove pensava di recarsi. Finisce fuori città, in una grotta. Quattro vagabondi lo torturano e lo lasciano a morire sotto un treno. Il macchinista del treno che farà a pezzi l’uomo si interroga per settimane sulla vicenda. Means ce l’ha raccontata immergendoci in un mare di dettagli che sono, al tempo stesso, poco più che supposizioni. L’uomo ha evitato il concerto perché gli avrebbe ricordato la moglie morta. I quattro balordi ci sembra di conoscerli. Il macchinista è abituato a fare a pezzi i barboni che si addormentano sui binari con la sua locomotiva, eppure non si dà pace. Sa pure di essere un bravo lavoratore. Il punto di vista all’interno del racconto viaggia da un personaggio all’altro. Sfioriamo la soluzione, che conosciamo e non conosciamo insieme. Ci sono cose che sappiamo e altre che non sappiamo, e nella stessa misura giacciono sul fondo del nostro animo. Solo l’ultima frase del racconto ci fa, finalmente, sospirare, ma non sappiamo perché.

Lo stesso accade con Quello che fecero, il terzo racconto della raccolta. Una bambina muore inghiottita dalla terra mentre sta giocando in cortile. Il terreno ha ceduto. C’è un’inchiesta: chi ha costruito e come, su quei terreni? Means ci sommerge con una serie di dettagli tecnici da ingegnere edile. Nel frattempo conosciamo il dolore dei genitori della piccola. Soffochiamo allo stesso modo, sommersi dalla lettura, piano piano, come la bimba dal fango. La spiegazione tecnica del dramma non è una soluzione, eppure ci appigliamo ad essa, come se potesse restituirci qualcosa.

La scrittura antica di David Means si nutre soprattutto della nostra epoca, dei suoi drammi. Ma il delirio borghese diventa un travaglio più profondo, umano. In quest’ottica Means si serve di alcuni personaggi, soprattutto dei barboni, che per comodità chiamerò ultimi. A queste vite Means affida il compito di essere le scatole nere di interi racconti. Senza alcuna retorica. È il caso del barbone che viaggia per chilometri nel deserto attaccato a un treno nel racconto La presa. Quando sta per cedere, lo tiene saldo al vagone il ricordo vivido di sua madre, che gli appare come una figura religiosa. Nel triste ricevimento di matrimonio in L’interruzione, invece, il vecchio Roy è l’ultimo, buffo e malandato, la cui apparizione improvvisa rincuora i ricchi astanti. Quando Roy arriva vicino al buffet pisciandosi addosso, sbronzo e ferito, gli invitati al matrimonio vivono quell’episodio come una consolazione. Lui è oggettivamente peggiore di loro. Non a caso, il dj – che potrebbe essere David Means – fa suonare in sala un disco di Karen Carpenter. Anche lei ultima, morta per aver vissuto fino in fondo gli affanni che cantava, è un semplice intrattenimento per borghesi.

Allo stesso modo il camionista di Tahorah non solo muore, ma addirittura vive comparendo nel racconto solo per dare nuova luce alle vicende – comunque tragiche – di una famiglia ebrea. La storia è quella del ricongiungimento tra due fratelli che hanno smesso di parlarsi da decenni. Sono entrambi in ospedale, uno dei due è al capezzale della figlia che sta morendo dopo un incidente d’auto. Nel frattempo Means sta raccontando la storia del camionista che si trova nella camera accanto per un infarto. Gli è insopportabile la preghiera e il cianciare della famiglia ebrea nel corridoio. Così a un certo punto si stacca dai macchinari ed esce a insultare i familiari della ragazza. Qualche ora dopo, quell’agitazione gli sarà fatale. Qualche giorno dopo, al funerale della ragazza, il ricordo di quello strano episodio farà apparire un sorriso sul volto di uno dei due fratelli ebrei. L’altro, il padre della giovane defunta, ritroverà lo stesso sorriso che conosceva da bambino e abbraccerà il fratello. La grazia di questo ricongiungimento e di tutta la storia sta nel montaggio, che mischia e alterna le vicende dei personaggi, i loro intenti e le loro fortune. Fino all’ultimo ci chiediamo cosa ci facesse il camionista in quella stanza d’ospedale, e dunque nel racconto.

Anche ne I travagli della vedova è soprattutto il montaggio a porre il racconto nella prospettiva dell’enigma. La vicenda ruota attorno a un unico dilemma: può una vedova superare il suo lutto “a furia di scopate”? La memoria del matrimonio, comunque fallito, è affidata a una vecchia videocassetta. Si tratta di un porno amatoriale che la vedova e il defunto compagno hanno girato durante la prima notte di nozze. È il raccordo tra la vecchia vita, andata, di lei, e quella nuova, potenzialmente ancora sensuale. La vedova guarda e riguarda il filmato. Intanto fantastica di andare a letto con un geologo. È lui che si occupa di “cose precise concrete e inafferrabili”, come i vulcani islandesi, mentre studia i comportamenti della vedova. Finché, nel racconto, la vedova e il geologo non vanno a letto insieme. La relazione carnale tra i due è descritta come fosse reale, con tanto di paragoni tra l’ex marito, morto e perdente, e il geologo. Ma gradualmente Means ci fa capire che la relazione è solo immaginata dalla vedova. Non si tratta di un flashforward, come inizialmente potrebbe apparire. È un montaggio quasi invisibile. Nulla più che una possibilità o una supposizione. Le cose sono andate in un altro modo. La sera del primo appuntamento, la vedova ha mostrato il porno amatoriale, sgraziato e irruvidito dal tempo, al geologo. Il quale non si è scomposto e ha compreso. La donna appartiene ancora al suo passato. Il lutto è ancora lì, tutto da vivere, la memoria le impedisce l’azione. E la memoria è tutta in una strana videocassetta. Un feticcio a un passo dall’essere nient’altro che un pessimo prodotto di fiction. Come capita a volte proprio coi ricordi.

Sulla perfezione mortifera della fitcion si interroga Il cacciatore di gesti. Un uomo è intrappolato in un ricordo: un gesto particolare di suo figlio piccolo, morto poi in Vietnam. L’uomo batte le strade della sua città alla ricerca di gesti puri, all’altezza di quelli di suo figlio. Gente colta nell’attimo, in flagrante, mentre si annoda i lacci delle scarpe o lecca un gelato. In tutta la sua vita l’uomo ne ha visti pochissimi e anche quel giorno non sembra trovarne traccia, almeno finché non incappa nell’abbraccio di un uomo e una donna fuori da un’onoranze funebri. In quella commozione l’uomo ritrova la tenerezza che protegge dal dolore del lutto. Ma poi scopre che quel gesto purissimo è frutto della messinscena – nel quartiere, quel giorno, si sta girando un film. Quel gesto è finto, esattamente come le emozioni che uno scrittore può attivare attraverso il racconto. Allo stesso modo della fiction letteraria, però, quel gesto non è falso: resta puro, chiuso e perfetto in quell’istante di finzione. L’uomo se lo porta dentro al pari di quello di suo figlio piccolo. Ciononostante, non gli resta che uccidere il regista del film che si gira quel pomeriggio.

Sul rapporto tra narratore e materia prima (la memoria, il racconto), non è azzardato dire che nel racconto Episodi incendiari assortiti si parla tanto di strani e feroci piromani quanto anche di scrittori. “Attraverso il fuoco, verso la luce”, cantava Lou Reed. Così le storie di Means hanno da un lato la stessa forza antica di avventure raccontate attorno al fuoco, destinate a tramandarsi come la fiaccola portata da padre e figlio ne La strada di Cormac McCarthy (e nel sogno che chiude Non è un paese per vecchi). E da un altro sono anche narrate da chi attraverso quel fuoco è passato, e nel restituire la luce e il calore è anche sopravvissuto, un po’ buffo, pittoresco o, in ultima analisi, anche solo sfigurato. Proprio come il clown che chiude Episodi incendiari.

Ancora altre misure tecniche adottate da Means pongono i suoi testi in questa prospettiva che, come detto, è votata al racconto di un enigma più che alla ricomposizione di un puzzle. L’accuratezza dei dettagli si accompagna a improvvise aperture.  Accanto alla già citata ingegneria edile di Quello che fecero convive sia la minuziosa descrizione dell’interno del videoregistratore penetrato dalla cassetta col porno amatoriale ne I travagli della vedova ma anche la marcia dei profughi nel deserto dell’Africa. E ancora, questo tipo di accostamento (ancora ne I travagli): “Una cosa sono le leggende – i Sioux del White River credono nel Takuskanskan, il potere del gesto, uno spirito che sottintende ogni movimento – e un’altra è il nostro fiacco mito del rapporto sessuale, l’idea che le anime possano in qualche modo trasfigurarsi in quell’atto; che tutto quel dimenarsi, scivolare, e grugnire possa rigenerarci”.

Ci sono poi accorgimenti minori, forse, che però rafforzano quel senso di coautorialità della lettura di cui parlavo all’inizio. Nell’incipit de La reazione si racconta dall’interno una reazione allergica nella gola del dottor Sloan. Si parla di carne, sangue, pus. Il passaggio successivo, cioè la descrizione dell’esterno (l’isolato in cui vive Sloan) è questo: “Il tramonto sanguinava sugli alberi del suo giardino”, che crea il raccordo con l’abisso della gola prima descritta.

Infine due racconti brevissimi, Quello che spero e Il taglialegna. Il primo è una dolce, spudorata e forse un po’ autoironica dichiarazione d’intenti o manifesto circa quello che David Means vuol fare con la sua scrittura: non limitarsi ad abbandonare i suoi personaggi su una dolorosa spiaggia spazzata dai fantasmi di occasioni mancate.
Il secondo rafforza il senso dell’operare su scienze molli. Il taglialegna si suicida, non sappiamo bene perché. Potrebbe essere perché è pazzo, o per questioni di soldi, oppure perché ha abbattuto tutti gli alberi che gli era consentito abbattere. Si muore perché non si può più costruire con quel che amiamo e neppure distruggerlo, e noi, a pensarci bene, siamo alle prese, tutti quanti, con questo stesso enigma.

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Fare Malesangue, Storie

Un errore imperdonabile che spero non commetterete mai più

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A febbraio di quest’anno Malesangue ha compiuto cinque anni. Era il febbraio 2009 quando ho messo su questo baraccone. Cinque anni. Cinque anni! Potrebbero essere pochissimi in una vita oppure tanti se si considera una vita con blog annesso. “Malesangue” dalle mie parti significa qualcosa del tipo: sangue amaro, ma con più violenza. Allora mi diverte, quando qualcuno chiede cos’ho combinato negli ultimi cinque anni, rispondere: ho fatto malesangue.
Ad ogni modo, per festeggiare pubblico qui uno di quei pezzi lunghissimi e mostruosi che hanno fatto la vera fortuna di questo posto. Scritto qualche mese fa, lo pubblico oggi, 21 febbraio 2014, nel giorno del compleanno di David Foster Wallace.
Buona lettura.

§

Succede che da queste parti ultimamente si debba fare i conti con una pioggia infinita e con una strana crociata tutta personale che mi porta a starmene chiuso in casa di sabato sera. Allora finisce che mi metto a leggere libri che possano esser letti tutto d’un fiato. L’altra sera è toccato al fragile e a tratti delicato Io e te di Niccolò Ammaniti. Poi qualche pagina tradotta male di Hemingway, e infine – finalmente! – ecco David Foster Wallace con Una cosa divertente che non farò mai più.
Ho preso degli appunti mentali, mentre lo leggevo. E questi appunti possono essere sintetizzati grossomodo così: autentico, noioso, paranoico, noioso, noioso, letterario, disperato, divertente, disperato, ipnotico-sensoriale, disperante, paranoico, autentico, infelice, noioso, psicotico, infelice, disperato. A giorni di distanza, su quest’ultima lettura svolazza come un avvoltoio lo spirito di Lester Bangs [1], mentre (non so perché) non c’è alcuna traccia di quello di DFW. Quello che ho realmente da dire su Una cosa divertente che non farò mai più andrà in nota, nell’unico e sentito omaggio che sento di fare a DFW [2].
Una cosa divertente che mi è capitata durante la lettura, invece, è riuscire a scovare un tragico e imperdonabile errore di traduzione in una nota, la numero 75 (pagina 93 del capitolo 12), un errore così grossolano che mi domando a cosa serva avere due traduttori come Francesco Piccolo e Gabriella D’angelo, senza dimenticare tutta l’accolita di fan accaniti di DFW, se poi basta così poco perché il sottoscritto ricordi il libro in questione per uno stupido errore di traduzione. Ho detto che l’errore si trova in una nota, quindi in una sezione di testo le cui dimensioni (il font è il bellissimo Sabon di minimum fax) rendono difficile (ma non impossibile) la concentrazione. Ad ogni modo, in quella nota DFW descrive alcuni dei personaggi improbabili che animano la crociera extralusso che sta raccontando per conto di una rivista americana. Tra questi c’è il tipo borioso con gli occhi lessi che passa le sue giornate al casinò Mayfair puntando sul 21 “a ritmo da sub narcotizzato” e bevendo tè freddo Long Island.

Tè freddo Long Island.
Ripeto: tè freddo Long Island.
Non so se mi spiego.

Ci ho pensato un attimo, non di più. L’originale è evidentemente Long Island Iced Tea, che è il nome di uno dei miei cocktail preferiti. Nonché uno dei cocktail più famosi al mondo, la cui unica correlazione col tè freddo è il colorito – quel marrone diarrea canina, diciamo così, nel caso del cocktail ottenuto mescolando Coca, vodka, gin, rum bianco e triple sec.
Un errore imperdonabile, e io che l’ho scovato in quella nota non so ancora se l’averlo scovato con estrema facilità faccia di me un grande lettore, un potenziale traduttore per minimum fax o, più semplicemente, un affidabile alcolista.


[1] L’impressione, sia a proposito di Lester Bangs che di DFW, è che le cose non sarebbero potuto andare diversamente, per loro. Forse ci sono personalità in grado di sintetizzare nella propria biografia e nelle propria opera lo spirito del proprio tempo in modo così intenso che poi, quando quell’epoca sta passando, non possono far altro che morire. Forse. Di certo c’è che in quello che LB e DFW scrivevano c’era una disperazione autentica, dovuta probabilmente a questioni anche patologiche, nonché all’abuso di alcol e droghe (nel caso di LB) e di letteratura (nel caso di DFW). Come spiego nell’altra nota, trovo che non ci sia rappresentazione, per quanto capace di solleticare la libido dei lettori borghesi, che sia anche in grado di restituire davvero il dolore di questi autori. Trovo davvero che si tratti in un certo senso di vittime sacrificali per un pubblico incapace di sentire autenticamente quello che queste vittime provavano e che, per usare le parole dello stesso LB, ha bisogno di provare emozioni per interposta persona. È davvero terribile che quello che alcuni autori affrontano scrivendo in maniera disperata diventi semplicemente consolazione per altri. Funziona allo stesso modo con Alda Merini – a tutti piace citare estratti in cui la poetessa parla di pazzia, ma nessuno è realmente disposto a comprendere in quale grado di follia si trovi nella sua propria tristissima vita di schiavo e portatore d’acqua borghese. E non è un caso che spesso questa tipologia di esseri umani (preferisco definirli in questo modo, piuttosto che autori o artisti) arrivi prima o poi a comprendere lucidamente, al di là delle reazioni psicotiche, questi meccanismi. DFW lo diceva abbastanza chiaramente in alcune interviste, da vivo, e non so quanti suoi amici si siano realmente resi conto del buco nero in cui si trovava mentre diceva quelle cose. Lester Bangs lo fa nel 1981 con queste parole, tratte, anch’esse, da un libro minimum fax:
“La verità è che non sono davvero convinto che Lou Reed sia molto cattivo. Quando mi disse che una volta ero un bravo scrittore ma ora mi stavo buttando via in cavolate da esibizionista, mi aveva fatto un favore che il 99 per centro dei miei migliori amici reali non si era mai avvicinato neanche lontanamente a farmi e se qualcuno non mi avesse schioccato le dita davanti al naso dicendomi alcune parole ben piazzate, quel genere di autoparodia – per non dire di autodistruzione – in cui mi piccavo di specializzarmi, così da diventare Charles Bukowski junior o cose del genere, avrebbe finito per distruggermi sia come scrittore che come persona.
Spesso la regola della strada è incoraggiare nei giovani geni il peggior comportamento possibile o immaginabile. La stessa gente che mi incitava a fare quelle pagliacciate si sedeva in stanze d’albergo tutti i giorni e parlava di me come se non fossi nemmeno stato lì presente, ma fossi un tale idiot savant da non meritare nemmeno di far parte della razza umana. Ma sono stato fortunato. Circa nel periodo in cui Lou Reed mi disse quelle cose, l’impegno che profondevo in una disgustosa autopromozione protopunk alla Legs McNeil era circa quattro volte maggiore rispetto a quello che mettevo nel delineare i presunti argomenti di cui apparentemente dovevo scrivere ogni mese. Erano tutti articoli divertenti: anzi, molta gente ancora oggi pensa che quando ero a Creem ho scritto le cose migliori di sempre e che da quando mi sono trasferito a New York sono diventato un moralista scassapalle sempre più invelenito, un vecchio finito e sorpassato, che a volte è ancora spiritoso ma è sempre più acido. Che vadano affanculo. Sono stato fortunato: queste stronzate sono diventate la mia vita quando stavo al sicuro nell’ambiente relativamente piuttosto insignificante di Creem, così quando mi sono svegliato me la sono cavata e direi che, anche se ho le mie giornatacce proprio come chiunque altro, sono ancora convinto di avere un futuro.”
Lester Bangs è morto un anno dopo, il 30 marzo 1982.

[2] Nelle ultime pagine della mia edizione di Una cosa divertente che non farò mai più c’è un breve omaggio di Edorado Nesi a DFWallace. Nesi ammette candidamente di aver “imparato a vivere grazie a un suicida”. Nesi si spinge oltre, e ancora più candidamente ammette di aver imparato a rispettare la deformità, a riconoscere ogni forma di dipendenza, di disperazione e ad avere rispetto profondo per ogni essere umano grazie all’opera di DFW (che è cosa ben diversa dall’imparare dall’uomo o dalla vita di un uomo, distinzione di cui non tiene conto lo stesso Nesi). È davvero singolare che uno scrittore (e un uomo, un imprenditore, nonché parlamentare della Repubblica) come Edoardo Nesi – che pure si vanta e può vantarsi di aver portato l’opera di DFW in Italia – abbia dovuto imparare tutte queste cose dai libri. A contatto con questo genere di considerazioni, in genere, comincio a trovare terribilmente ingiusto che lo scrittore Nesi sia vivo mentre lo scrittore DFW sia morto, per di più suicida. Ma soprattutto a questo punto mi è chiaro perché leggo DFW molto raramente e cosa mi blocca: ovvero, ogni volta che si parla di DFW si parla della deferenza con cui si dovrebbe parlare di DFW e dell’aura di santità con cui i fedeli lettori e – peggio – epigoni lo hanno coperto, fino a farne un’iconcina innocua non meno di un’edicola votiva nel centro storico di un paese lucano abbandonato da secoli.
Scorrendo le pagine di Una cosa divertente che non farò mai più, al contrario, ho avuto impressioni che andavano in tutt’altra direzione. Dopo aver letto Lester Bangs o il Robert Louis Stevenson di Viaggio su un somaro nelle Cevenne è difficile che un reportage in lingua anglofona possa stupirmi per ferocia o leggerezza (che a volte coincidono, e per fortuna questo accade anche in DFW). Ma è soprattutto la lettura della cultura pop da parte di Lester Bangs il punto. Anche in lui c’è dell’umorismo, c’è dell’ironia che, se si fa feroce, cerca di colpire prima di tutto l’autore stesso e dunque l’origine di quell’ironia. Anche in lui c’è un senso di colpa piuttosto evidente – che per Bangs si poteva curare col casino del rock’n’roll – e che DFW non fa che associare e intrecciare con qualsiasi cosa accada a bordo della nave da crociera su cui è stato inviato dalla rivista Harper’s. Ecco, credo che il reportage di DFW sia un lungo articolo che parla di democrazia, dolore, disperazione, solitudine e letteratura, e che sia a tratti molto fine, e anche divertente, disperato e noioso. E che sia scritto da un paranoico e talentuoso scrittore occidentale che come ogni scrittore occidentale è perennemente alle prese con quel senso di colpa – per essere, appunto, occidentale, bianco, americano o anche solo estremamente sensibile – e che non a caso spiegava che scrivere, per lui, era un modo per toccare gli altri e che invece finisce per allontanare gli altri, guarda un po’, proprio quando si mette a giocare con la scrittura, a fare il DFW che tutti si aspettano (con quei virtuosismi che ancora fanno sbavare i suoi lettori postumi e che – proprio come il prog per il rock’n’roll – allontanano invece l’autore dal suo pubblico). La stessa ironia di alcune pagine di Una cosa divertente che non farò mai più, a vent’anni di distanza, è del tutto innocua. Niente che non si sia visto nei Simpson e che lo stesso DFW, a un certo punto, giudicò inadeguato e triste. La parte finale del libro, il capitolo 13, è molto noiosa e sembra scritta controvoglia. Non a caso è quella in cui ci sono più virtuosismi (e se hai letto Melville non è che ti impressionino più di tanto), non a caso il cuore emerge in due sole occasioni: quando DFW racconta, con estrema passione, delle partite di ping pong contro Winston 3p e ancora nelle ultimissime pagine, quando parla dell’involontario regalo di trascendenza da parte dell’ipnotizzatore Nigel Ellery come di una grande metafora dell’intera crociera e, se vogliamo, della letteratura. Il cuore di DFW è proprio quando racconta da scrittore autentico e uomo paranoico, depresso e ossessionato, e descrive in modo chiaro, e senza troppi giri di parole, cos’è la disperazione. Ed è allora – ovvero nella prima parte del libro – che è in grado di descrivere con estrema precisione l’angoscia e l’imbarazzo che ciascuno di noi proverebbe prima dell’imbarco su una nave di crociera extralusso – nonostante, appunto, si tratti di una crociera extralusso. È allora che DFW è realmente disperato e vicino non solo all’umanità deforme che descrive, ma anche a me. In quei momenti DFW stava chiedendo aiuto come qualsiasi psicotico che abbia avuto in dono la capacità di scrivere del proprio esser psicotico. In quei momenti io non vorrei mai che DFW fosse morto e preferirei che non avesse scritto una sola riga, se questo avesse potuto in qualche modo salvarlo. È allora, in altri termini, che ho l’impressione di avere a che fare con un uomo e non con Lo Scrittore. Ed è allora che più che venerarlo da lettore borghese, che necessita di leggere del senso di colpa altrui per riconoscere le proprie deformità, o che ha bisogno, in fin dei conti, che Lo Scrittore si trasformi prima in Pagliaccio di Se Stesso – l’idea di mandare in giro da vivo DFW a scrivere reportage in cui DFW interpreta DFW – e poi in Cristo, e cioè che in un certo senso debba morire per noi, perché anche noi lettori borghesi si possa comprendere qualcosa che, non essendo depressi né disperati né dipendenti da alcunché e neppure in grado di riconoscerci come tali, non saremmo mai in grado di comprendere; è allora, insomma, che più che santificare una persona che non tornerà più indietro dal Sistema di Scarico ad Alto Tiraggio Esistenziale che lo ha risucchiato, avrei voglia semplicemente di abbracciare DFW, ma come mio simile, o di sfidarlo a ping pong, se questo fosse ancora possibile.

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Fare Malesangue

Ritorno a Oz

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Su minima&moralia, blog dell’editore minimum fax, è uscito un articolo del sottoscritto che si chiama Ritorno a Oz. Nel pezzo frullo insieme la misteriosa biografia di L. Frank Baum, il prossimo film Disney su Oz (in uscita il 13 marzo), il mito del vecchio mago, Omero, Tim Burton e altri simpatici giocattolini. Ecco un estratto:

Allevatore di polli, pubblicitario, allestitore di vetrine di porcellane, venditore porta a porta di oli lubrificanti, giornalista e infine poliedrico scrittore, L. Frank Baum è dunque orfano di una biografia degna di nota e così si consegna al mito insieme alla sua opera principale. Fu, tra le altre cose, proprietario squattrinato di una serie di teatri, regista e attore di “stravaganze” e musical primitivi, scrittore di novelle e romanzi sotto pseudonimi vari (e femminili). Sull’arte di allevare polli – specialità Amburgo – pubblicò anche un manuale, così anche su come allestire vetrine in modo appropriato e, dunque, su come veicolare le merci attraverso la pubblicità, laddove quest’ultima doveva servirsi dell’arte per affascinare il lettore – pardon, il consumatore. Non stupisce dunque che nell’introduzione al primo libro di Oz Baum parlasse esplicitamente di voler divertire i bambini.
La sua fiaba moderna escludeva gli aspetti morali e quelli spaventosi delle fiabe classiche – specificando che questi ultimi, in genere, avevano la funzione di rafforzare la presenza dei primi. Baum voleva solo intrattenere il suo pubblico e non fece altro per tutta la durata della sua carriera, affascinato egli stesso dal circo e dalla White City di Chicago, città finta e luccicante costruita sul finire dell’800 per la prima grande esposizione internazionale a stelle e strisce. Era l’America che viveva il passaggio definitivo, forse, dalle grandi zone di campagna alle città, l’America che scopriva le grandi vetrine dei negozi a New York (con i manichini Spaventapasseri e Uomini di Latta), i parchi divertimento, il tempo libero – per consumare? – e che a breve si sarebbe innamorata del grande schermo-cornice del cinema.

Il pezzo integrale si trova qui. Buona lettura.

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