Le storie degli altri

Iggy Pop: una fiamma ossidrica in versione sadomaso

lester-bangs-iggy-pop

Quello che segue è un articolo di Lester Bangs apparso sul Village Voice del 28 marzo 1977. In Italia è stato raccolto da minimumx fax nel volume Guida ragionevole al frastuono più atroce, con traduzione di Anna Mioni. Buona lettura.


Il concerto di Iggy Pop venerdì scorso al Palladium è stato un trionfo secondo gli standard consueti. Iggy era in ottima forma, e il pubblico era di un entusiasmo verace: avrebbe potuto fare tutti i bis che voleva. Ma Iggy non ha mai ritenuto importanti gli standard consueti: a partire dai primissimi tempi, quando gli Stooges salivano sul palco senza nemmeno saper suonare i propri strumenti, fino al presente, in cui sembra finalmente in procinto di diventare uno dei divi più strani che si siano mai visti. Chi mai proverebbe a sfondare tra i grandi del rock per la terza volta, e quindi la più importante, con un album intitolato The Idiot? Proprio lui, quello che in certi momenti aveva preso l’abitudine di buttarsi a capofitto dal bordo del palco in mezzo al suo pubblico, e che venerdì sera ha continuato a contorcere viso e corpo in maschere e gesti che simboleggiavano l’”idiozia”, il tormento e, soprattutto, il sadomasochismo. Continua a leggere

Standard
Fare Malesangue, Storie

Un errore imperdonabile che spero non commetterete mai più

lester bangs david foster wallace

A febbraio di quest’anno Malesangue ha compiuto cinque anni. Era il febbraio 2009 quando ho messo su questo baraccone. Cinque anni. Cinque anni! Potrebbero essere pochissimi in una vita oppure tanti se si considera una vita con blog annesso. “Malesangue” dalle mie parti significa qualcosa del tipo: sangue amaro, ma con più violenza. Allora mi diverte, quando qualcuno chiede cos’ho combinato negli ultimi cinque anni, rispondere: ho fatto malesangue.
Ad ogni modo, per festeggiare pubblico qui uno di quei pezzi lunghissimi e mostruosi che hanno fatto la vera fortuna di questo posto. Scritto qualche mese fa, lo pubblico oggi, 21 febbraio 2014, nel giorno del compleanno di David Foster Wallace.
Buona lettura.

§

Succede che da queste parti ultimamente si debba fare i conti con una pioggia infinita e con una strana crociata tutta personale che mi porta a starmene chiuso in casa di sabato sera. Allora finisce che mi metto a leggere libri che possano esser letti tutto d’un fiato. L’altra sera è toccato al fragile e a tratti delicato Io e te di Niccolò Ammaniti. Poi qualche pagina tradotta male di Hemingway, e infine – finalmente! – ecco David Foster Wallace con Una cosa divertente che non farò mai più.
Ho preso degli appunti mentali, mentre lo leggevo. E questi appunti possono essere sintetizzati grossomodo così: autentico, noioso, paranoico, noioso, noioso, letterario, disperato, divertente, disperato, ipnotico-sensoriale, disperante, paranoico, autentico, infelice, noioso, psicotico, infelice, disperato. A giorni di distanza, su quest’ultima lettura svolazza come un avvoltoio lo spirito di Lester Bangs [1], mentre (non so perché) non c’è alcuna traccia di quello di DFW. Quello che ho realmente da dire su Una cosa divertente che non farò mai più andrà in nota, nell’unico e sentito omaggio che sento di fare a DFW [2].
Una cosa divertente che mi è capitata durante la lettura, invece, è riuscire a scovare un tragico e imperdonabile errore di traduzione in una nota, la numero 75 (pagina 93 del capitolo 12), un errore così grossolano che mi domando a cosa serva avere due traduttori come Francesco Piccolo e Gabriella D’angelo, senza dimenticare tutta l’accolita di fan accaniti di DFW, se poi basta così poco perché il sottoscritto ricordi il libro in questione per uno stupido errore di traduzione. Ho detto che l’errore si trova in una nota, quindi in una sezione di testo le cui dimensioni (il font è il bellissimo Sabon di minimum fax) rendono difficile (ma non impossibile) la concentrazione. Ad ogni modo, in quella nota DFW descrive alcuni dei personaggi improbabili che animano la crociera extralusso che sta raccontando per conto di una rivista americana. Tra questi c’è il tipo borioso con gli occhi lessi che passa le sue giornate al casinò Mayfair puntando sul 21 “a ritmo da sub narcotizzato” e bevendo tè freddo Long Island.

Tè freddo Long Island.
Ripeto: tè freddo Long Island.
Non so se mi spiego.

Ci ho pensato un attimo, non di più. L’originale è evidentemente Long Island Iced Tea, che è il nome di uno dei miei cocktail preferiti. Nonché uno dei cocktail più famosi al mondo, la cui unica correlazione col tè freddo è il colorito – quel marrone diarrea canina, diciamo così, nel caso del cocktail ottenuto mescolando Coca, vodka, gin, rum bianco e triple sec.
Un errore imperdonabile, e io che l’ho scovato in quella nota non so ancora se l’averlo scovato con estrema facilità faccia di me un grande lettore, un potenziale traduttore per minimum fax o, più semplicemente, un affidabile alcolista.


[1] L’impressione, sia a proposito di Lester Bangs che di DFW, è che le cose non sarebbero potuto andare diversamente, per loro. Forse ci sono personalità in grado di sintetizzare nella propria biografia e nelle propria opera lo spirito del proprio tempo in modo così intenso che poi, quando quell’epoca sta passando, non possono far altro che morire. Forse. Di certo c’è che in quello che LB e DFW scrivevano c’era una disperazione autentica, dovuta probabilmente a questioni anche patologiche, nonché all’abuso di alcol e droghe (nel caso di LB) e di letteratura (nel caso di DFW). Come spiego nell’altra nota, trovo che non ci sia rappresentazione, per quanto capace di solleticare la libido dei lettori borghesi, che sia anche in grado di restituire davvero il dolore di questi autori. Trovo davvero che si tratti in un certo senso di vittime sacrificali per un pubblico incapace di sentire autenticamente quello che queste vittime provavano e che, per usare le parole dello stesso LB, ha bisogno di provare emozioni per interposta persona. È davvero terribile che quello che alcuni autori affrontano scrivendo in maniera disperata diventi semplicemente consolazione per altri. Funziona allo stesso modo con Alda Merini – a tutti piace citare estratti in cui la poetessa parla di pazzia, ma nessuno è realmente disposto a comprendere in quale grado di follia si trovi nella sua propria tristissima vita di schiavo e portatore d’acqua borghese. E non è un caso che spesso questa tipologia di esseri umani (preferisco definirli in questo modo, piuttosto che autori o artisti) arrivi prima o poi a comprendere lucidamente, al di là delle reazioni psicotiche, questi meccanismi. DFW lo diceva abbastanza chiaramente in alcune interviste, da vivo, e non so quanti suoi amici si siano realmente resi conto del buco nero in cui si trovava mentre diceva quelle cose. Lester Bangs lo fa nel 1981 con queste parole, tratte, anch’esse, da un libro minimum fax:
“La verità è che non sono davvero convinto che Lou Reed sia molto cattivo. Quando mi disse che una volta ero un bravo scrittore ma ora mi stavo buttando via in cavolate da esibizionista, mi aveva fatto un favore che il 99 per centro dei miei migliori amici reali non si era mai avvicinato neanche lontanamente a farmi e se qualcuno non mi avesse schioccato le dita davanti al naso dicendomi alcune parole ben piazzate, quel genere di autoparodia – per non dire di autodistruzione – in cui mi piccavo di specializzarmi, così da diventare Charles Bukowski junior o cose del genere, avrebbe finito per distruggermi sia come scrittore che come persona.
Spesso la regola della strada è incoraggiare nei giovani geni il peggior comportamento possibile o immaginabile. La stessa gente che mi incitava a fare quelle pagliacciate si sedeva in stanze d’albergo tutti i giorni e parlava di me come se non fossi nemmeno stato lì presente, ma fossi un tale idiot savant da non meritare nemmeno di far parte della razza umana. Ma sono stato fortunato. Circa nel periodo in cui Lou Reed mi disse quelle cose, l’impegno che profondevo in una disgustosa autopromozione protopunk alla Legs McNeil era circa quattro volte maggiore rispetto a quello che mettevo nel delineare i presunti argomenti di cui apparentemente dovevo scrivere ogni mese. Erano tutti articoli divertenti: anzi, molta gente ancora oggi pensa che quando ero a Creem ho scritto le cose migliori di sempre e che da quando mi sono trasferito a New York sono diventato un moralista scassapalle sempre più invelenito, un vecchio finito e sorpassato, che a volte è ancora spiritoso ma è sempre più acido. Che vadano affanculo. Sono stato fortunato: queste stronzate sono diventate la mia vita quando stavo al sicuro nell’ambiente relativamente piuttosto insignificante di Creem, così quando mi sono svegliato me la sono cavata e direi che, anche se ho le mie giornatacce proprio come chiunque altro, sono ancora convinto di avere un futuro.”
Lester Bangs è morto un anno dopo, il 30 marzo 1982.

[2] Nelle ultime pagine della mia edizione di Una cosa divertente che non farò mai più c’è un breve omaggio di Edorado Nesi a DFWallace. Nesi ammette candidamente di aver “imparato a vivere grazie a un suicida”. Nesi si spinge oltre, e ancora più candidamente ammette di aver imparato a rispettare la deformità, a riconoscere ogni forma di dipendenza, di disperazione e ad avere rispetto profondo per ogni essere umano grazie all’opera di DFW (che è cosa ben diversa dall’imparare dall’uomo o dalla vita di un uomo, distinzione di cui non tiene conto lo stesso Nesi). È davvero singolare che uno scrittore (e un uomo, un imprenditore, nonché parlamentare della Repubblica) come Edoardo Nesi – che pure si vanta e può vantarsi di aver portato l’opera di DFW in Italia – abbia dovuto imparare tutte queste cose dai libri. A contatto con questo genere di considerazioni, in genere, comincio a trovare terribilmente ingiusto che lo scrittore Nesi sia vivo mentre lo scrittore DFW sia morto, per di più suicida. Ma soprattutto a questo punto mi è chiaro perché leggo DFW molto raramente e cosa mi blocca: ovvero, ogni volta che si parla di DFW si parla della deferenza con cui si dovrebbe parlare di DFW e dell’aura di santità con cui i fedeli lettori e – peggio – epigoni lo hanno coperto, fino a farne un’iconcina innocua non meno di un’edicola votiva nel centro storico di un paese lucano abbandonato da secoli.
Scorrendo le pagine di Una cosa divertente che non farò mai più, al contrario, ho avuto impressioni che andavano in tutt’altra direzione. Dopo aver letto Lester Bangs o il Robert Louis Stevenson di Viaggio su un somaro nelle Cevenne è difficile che un reportage in lingua anglofona possa stupirmi per ferocia o leggerezza (che a volte coincidono, e per fortuna questo accade anche in DFW). Ma è soprattutto la lettura della cultura pop da parte di Lester Bangs il punto. Anche in lui c’è dell’umorismo, c’è dell’ironia che, se si fa feroce, cerca di colpire prima di tutto l’autore stesso e dunque l’origine di quell’ironia. Anche in lui c’è un senso di colpa piuttosto evidente – che per Bangs si poteva curare col casino del rock’n’roll – e che DFW non fa che associare e intrecciare con qualsiasi cosa accada a bordo della nave da crociera su cui è stato inviato dalla rivista Harper’s. Ecco, credo che il reportage di DFW sia un lungo articolo che parla di democrazia, dolore, disperazione, solitudine e letteratura, e che sia a tratti molto fine, e anche divertente, disperato e noioso. E che sia scritto da un paranoico e talentuoso scrittore occidentale che come ogni scrittore occidentale è perennemente alle prese con quel senso di colpa – per essere, appunto, occidentale, bianco, americano o anche solo estremamente sensibile – e che non a caso spiegava che scrivere, per lui, era un modo per toccare gli altri e che invece finisce per allontanare gli altri, guarda un po’, proprio quando si mette a giocare con la scrittura, a fare il DFW che tutti si aspettano (con quei virtuosismi che ancora fanno sbavare i suoi lettori postumi e che – proprio come il prog per il rock’n’roll – allontanano invece l’autore dal suo pubblico). La stessa ironia di alcune pagine di Una cosa divertente che non farò mai più, a vent’anni di distanza, è del tutto innocua. Niente che non si sia visto nei Simpson e che lo stesso DFW, a un certo punto, giudicò inadeguato e triste. La parte finale del libro, il capitolo 13, è molto noiosa e sembra scritta controvoglia. Non a caso è quella in cui ci sono più virtuosismi (e se hai letto Melville non è che ti impressionino più di tanto), non a caso il cuore emerge in due sole occasioni: quando DFW racconta, con estrema passione, delle partite di ping pong contro Winston 3p e ancora nelle ultimissime pagine, quando parla dell’involontario regalo di trascendenza da parte dell’ipnotizzatore Nigel Ellery come di una grande metafora dell’intera crociera e, se vogliamo, della letteratura. Il cuore di DFW è proprio quando racconta da scrittore autentico e uomo paranoico, depresso e ossessionato, e descrive in modo chiaro, e senza troppi giri di parole, cos’è la disperazione. Ed è allora – ovvero nella prima parte del libro – che è in grado di descrivere con estrema precisione l’angoscia e l’imbarazzo che ciascuno di noi proverebbe prima dell’imbarco su una nave di crociera extralusso – nonostante, appunto, si tratti di una crociera extralusso. È allora che DFW è realmente disperato e vicino non solo all’umanità deforme che descrive, ma anche a me. In quei momenti DFW stava chiedendo aiuto come qualsiasi psicotico che abbia avuto in dono la capacità di scrivere del proprio esser psicotico. In quei momenti io non vorrei mai che DFW fosse morto e preferirei che non avesse scritto una sola riga, se questo avesse potuto in qualche modo salvarlo. È allora, in altri termini, che ho l’impressione di avere a che fare con un uomo e non con Lo Scrittore. Ed è allora che più che venerarlo da lettore borghese, che necessita di leggere del senso di colpa altrui per riconoscere le proprie deformità, o che ha bisogno, in fin dei conti, che Lo Scrittore si trasformi prima in Pagliaccio di Se Stesso – l’idea di mandare in giro da vivo DFW a scrivere reportage in cui DFW interpreta DFW – e poi in Cristo, e cioè che in un certo senso debba morire per noi, perché anche noi lettori borghesi si possa comprendere qualcosa che, non essendo depressi né disperati né dipendenti da alcunché e neppure in grado di riconoscerci come tali, non saremmo mai in grado di comprendere; è allora, insomma, che più che santificare una persona che non tornerà più indietro dal Sistema di Scarico ad Alto Tiraggio Esistenziale che lo ha risucchiato, avrei voglia semplicemente di abbracciare DFW, ma come mio simile, o di sfidarlo a ping pong, se questo fosse ancora possibile.

Standard
Fare Malesangue, Storie

You know it’s called: bad luck (la veglia per Lou Reed)

§

28 ottobre 2013, ore 6.08

Be’, che dire. Senza Lou Reed non avrei mai iniziato a scrivere. E se non avessi scritto, non avrei amato, per cui penso che tutte le persone che ho amato – e che si sono sentite amate da me – dovrebbero essere un po’ grate a Lou Reed. Il quale mi ha pure insegnato che l’amore, in fondo, non è altro che: You made me forget myself, I thoutgh I was someone else, someone good.
Credo anche che Lou Reed fosse comunque un po’ stronzo, e infatti in cuor mio non gli ho mai perdonato di esser sopravvissuto a uno come Lester Bangs. Ma Lou Reed mi ha insegnato anche che se riesci a trovare della bellezza nella merda pura, allora quella è bellezza vera. Mi ha insegnato a quale altezza guardare – e non da quale, per fortuna. E che la poesia non è per forza in versi, e che l’amore può prendere diverse forme. E mi ha insegnato anche, con Heroin, che la dipendenza è un fatto mentale, è quel desiderio di dormire per mille anni e svegliarsi altrove, e che alla fine dei giochi, comunque, la sensazione sarà quella di non averci capito un bel niente. E che è umano ammetterlo.
Ma soprattutto, Lou, mi hai insegnato che a contatto con uno strumento, con un’altra persona o con quel che vuoi, ognuno ha il suo suono. Il suo proprio suono, unico e inimitabile, e che ognuno di noi è invischiato in questa battaglia fatale per trovare la propria voce. E allora forse ho fatto bene, nel 2003 o giù di lì, a non venire a sentirti a Otranto per preferirti, quella stessa sera, la mia prima volta alle prese con una chitarra. E capitolare poi nel 2011, come un omaggio per quel che mi avevi insegnato, guardandoti vecchio, comunque stralunato e nobile sul palco dell’Italia Wave, a Lecce. In quella stessa edizione del festival avrei presentato il mio primo libro, giusto il giorno dopo la tua esibizione.
E allora ho fatto bene, sì.
Sappi infine, Lou, che il tuo vecchio disco, che ho rubato ai miei genitori, suona benissimo nella mia nuova casa.

§

(E devi sapere che ti abbiamo fatto pure il consolo, con gli amici del bar che chiudeva per sempre proprio la sera della tua morte. Il consolo, lu cunsulo, che ha a che fare con la consolazione, quando porti da mangiare per i parenti che fanno la veglia al defunto. Siccome eri lontano, però, ce lo siamo fatti da noi, siamo saliti nella berlina del barista, ci siamo sistemati nel portabagagli insieme ai succhi, alla Nutella, al tonno e agli alcolici avanzati dal locale, e ce ne siamo andati a fare colazione in un altro bar, e tu lo sai, vero?, che il bar in cui si fa colazione da queste parti si chiama: Manhattan.)

Standard
Fare Malesangue, Interviste, Storie

Finché regge il corpo, finché regge la carta. In costume da bagno all’Italia Wave

Non sono credente; ma credo ci sia un punto in cui ognuno deve saper restituire ciò che ha avuto di inatteso. Dà fastidio la bellezza quand’è sprecata; detesto sprecarla in prima persona. Questo proprio non mi so perdonare. Dalla vita non mi aspettavo molto ma per psicologia inversa: per dieci anni, ho pensato, è stata lei ad aspettarsi troppo da me. Così ho pensato che mi sarebbero bastato: un’auto con cui girare in un lungo e in largo una terra troppo stretta e lunga; e andarmene in giro in costume da bagno. I libri che ho fatto e i posti in cui mi hanno portato li ho considerati guadagno inatteso, perciò puro: e così tutte le persone che ho incontrato. Per dire che scrivo queste righe nei giorni seguenti all’Italia Wave Love Festival di Lecce; i giorni delle polemiche tutte politiche, che non capisco oppure capisco fin troppo bene e dico: basta; i giorni in cui non si placa pure l’eventite, malattia tutta pugliese, di cui non voglio più parlare. Voglio dire che mi ha portato all’Italia Wave uno dei miei libri, Sono un ragazzo fortunato, e fortunato mi ritengo davvero, perché davvero non mi aspettavo più di quel che ho detto sopra. E perché sì, all’Italia Wave ci sono finito percorrendo questa terra da un mare all’altro (non ci vuole poi molto, solo un buon motivo) e sì, l’ho fatto in costume da bagno.

Continua a leggere

Standard
Interviste

Tutti i miei amici sono fascisti. Chiacchierata notturna con lo spirito di Lester C. Bangs

Lester Bangs intervista inedita
Due cose mancano da un po’ nella mia vita: un ampli Eko 15/30 watt e gli scritti di Lester Conway Bangs. L’ampli è sparito dal mio garage da un giorno all’altro. Così è finita la mia carriera di chitarrista. Quanto a Lester Bangs, invece. Ho letto i suoi testi per anni. Una vera Bibbia. E sì, ero davvero convinto che fosse il più grande scrittore americano. Solo che scriveva di musica ed era un umorista. Qualche mese fa ho pensato di riprendere in mano il suo Guida ragionevole al frastuono più atroce. L’ho portato in bagno. Ne ho sfogliato qualche pagina al giorno. Finché non ho deciso di rileggerlo per intero di notte, nella vasca. Il fatto è che mi sono addormentato col libro aperto sul naso. Quello che segue è il risultato di quella nottata in vasca da bagno.

Lester…
Aspetta, amico. Una domanda te la faccio prima io. Che diavolo ci fai nudo?

Continua a leggere

Standard
Storie

I Nobraino, la boxe e il nazionalpopolare. [O anche: Kruger contro Montanaro, secondo round]

[Siamo quasi a Natale ed io non so cosa postare. Però. Non scrivo quasi più di musica anche perché i risultati sono spesso tra l’immorale e l’imbarazzante; tuttavia, quello che segue è un articolo che dovevo scrivere, dato che il mensile Coolclub aveva deciso di dedicare un numero intero alla rinascita della musica indierockpop italiana; potevo forse esimermi dal parlare dei Nobraino, i quali sono l’unico gruppo serio in giro in Italia, o quantomeno l’unico gruppo che non si perde dietro a cappellate indie/autocompiaciute/malinconicodepressive? Poteva forse non gettarsi nella mischia il vostro fido intervistatore da strapazzo? No. Certo l’articolo non è stato mai pubblicato. Ci sentiamo a fine articolo per alcune delucidazioni.]

«Se il narcisismo fosse un handicap, qui tutti avrebbero il parcheggio assicurato anche in città.»
Nobraino, Narcisisti misti

Prendete le teorie di Lester Bangs su Iggy Pop: tra le altre, lo sfondamento della quarta parete – lo schermo tra pubblico e band sul palco, diciamo – e applicatele a qualcosa di poco meno violento, a tratti tenero, sicuramente più consapevole. Avrete così una vaga idea di uno show dei Nobraino, band romagnola con misteriosi trascorsi cestistici.
Continua a leggere

Standard
Interviste, Storie

Il ritorno di Pesca alla trota in America. Rifugio per l’autunno con intervista


L’ultima trota a Milano
Ero in giro per la campagna alla ricerca di un buon incipit per un pezzo su Pesca alla trota in America, il romanzo di Richard Brautigan che viene ripubblicato adesso da Isbn Edizioni dopo la (s)fortunata avventura con Marcos y Marcos. Ero lì a passare al setaccio tronchi di lecci e ulivi, annusando ogni fascio d’erba e analizzando ogni pallottola di merda di pecora e ogni ruga del viso dei pastori affiliati alla Sacra Corona Unita, quando ho realizzato che l’incipit lo avevo sempre avuto sotto il naso. La copertina di Pesca alla trota in America, per la miseria. Tutto ha inizio da lì. Anche nel romanzo. C’è il buon vecchio Richard ritratto assieme alla sua musa dell’epoca, Michaela Clarke LeGrand, sullo sfondo di Washington Square a San Francisco, dove c’è la statua di Benjamin Franklin. Un romanzo che inizia facendo riferimento alla propria copertina è una cosa che dovrebbe aver già destato l’attenzione dei miei due o tre lettori, a questo punto. Adesso devo stare attento a non sciuparla. L’attenzione dei lettori è un massaggio fatto con cura da polpastrelli orientali. Devi starci attento. Non puoi sprecarla. Allora aggiungo subito che la Crociata per i Diritti di Richard Brautigan, che avevo iniziato proprio su questo blog con un’intervista all’illustratore Marco Petrella e un’altra al traduttore brautiganiano Enrico Monti, è poi proseguita con un commento minaccioso rilasciato dal sottoscritto sul blog di Isbn, in cui annunciavo di esser pronto a organizzare la lotta armata se la casa editrice in questione non avesse ristampato immediatamente Pesca alla trota. Perché vedete, il libro che negli anni ’60 ha dato il successo al buon vecchio Richard, a un certo punto della sua storia editoriale italiana è diventato introvabile, forse addirittura messo all’indice. Una sorte ben peggiore di quella riservata ai manoscritti protagonisti di un altro romanzo di Brautigan, La casa dei libri. Pare che alla Marcos y Marcos pensassero che Pesca alla trota in America contenesse troppi riferimenti alla cultura americana per esser compreso appieno in Italia. Io non so se questa è la verità. Però ho fatto in tempo a sguinzagliare un mio cugino a Milano, il quale si è intrufolato in casa editrice ed è riuscito a rintracciare «l’ultima trota a Milano», come documentato dalla foto qui sotto. Continua a leggere

Standard