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La lettera d’amore di Jack Facciadacane

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Pubblico una lettera di Jack Facciadacane. A quanto pare tempo fa il mio vecchio amico s’è innamorato, ha scritto questa lettera e non l’ha mai consegnata. L’ha data a me dicendomi che è spesso l’amore degli altri, un certo tipo d’amore che riceviamo dagli altri, a renderci davvero randagi. Ha detto che potevo farne quel che volevo.
Buona lettura.

§

Cara,
Il fatto è che mi sono innamorato. Credevo fosse molto più chiaro a te che a me, sin da subito, anche se tutta la nostra relazione, vista da qui e ora, era in fondo nient’altro che un “subito”. Subito avremmo dovuto incontrarci, e in fin dei conti l’abbiamo fatto, e subito avremmo dovuto viverci. Questo, ad esempio, non è accaduto.
La questione è anche un’altra. Hai opposto resistenza. E il tuo opporre resistenza non ha fatto che dirmi una sola cosa: che ero davvero innamorato e che avrei potuto esserlo ancora e ancora.
A quel punto non potevo certo restare.
Sarà capitato anche a te – è accaduto a tutti, almeno una volta nella vita, per quel che ne so – di trovare un’automobile abbandonata nel bel mezzo della strada. Se ne sta lì, in balìa dei clacson degli automobilisti che piano si raccolgono nell’ostinata e infruttuosa fila dietro quella singola auto lasciata a poltrire per l’eternità sull’asfalto umido di una città che si avvia al crepuscolo. So per certo che quando accade, la causa di quell’abbandono e di quel blocco è un automobilista insofferente non tanto, com’è ovvio, verso la sua esistenza da automobilista, quanto verso una serie di circostanze che lo hanno portato lì in quel preciso momento. È il suo grado di disordine interiore complessivo che lo ha portato lì in quel preciso istante, e per istante intendo il momento esatto in cui questo automobilista decide di fare quello che ha in mente, suppongo, da un bel po’. So per certo che spesso le cose vanno in questo modo: l’uomo al volante realizza in un sol colpo la propria dimensione e decide di mollare tutto, a partire dall’auto. Sa bene che la sua decisione è da irresponsabile e che congestionerà il traffico e che accelererà a sua volta la frustrazione e la consapevolezza di questa frustrazione da parte di altri uomini che vestono i panni di semplici automobilisti in quei minuti, i quali a loro volta saranno tentati di mollare la propria auto nel bel mezzo del traffico cittadino e, allo stesso modo di quel primo disertore, di non tornare più alle proprie abitazioni, ai propri lavori, alle proprie famiglie per il resto dei propri giorni. So altrettanto per certo che quel tipo d’uomo molla l’auto e di conseguenza molla tutto il resto, se ne va, sparisce, lascia la città, il paese, il continente, e la sua auto resterà lì per qualche ora a bloccare il suo vecchio mondo per quello che era, mentre lui è già altrove. Mentre lui, in altre parole, ha rifiutato le responsabilità immorali che gli erano piovute addosso. Sono immorali le responsabilità di cui non ci siamo fatti carico da soli, i crediti e i debiti contratti non con noi stessi in esclusiva ma con gli altri. Da tutto questo l’automobilista è fuggito. Per quel che ne so è molto probabile che stia già commettendo gli stessi errori, se così vogliamo chiamarli, dall’altra parte della terra, è molto probabile cioè che si stia caricando di nuove responsabilità immorali in un altro emisfero, ma questo conta poco ai fini del nostro discorso.
Quello che sto cercando di dirti, mia cara, è che spesso noi restiamo fermi nel traffico a strombazzare col clacson dietro quell’auto abbandonata. Accade che lasciamo la nostra, in alcuni casi, e procediamo a piedi per qualche metro per comprendere quale sia la causa del blocco, e quando la vediamo lì abbandonata e inerme non facciamo che accanirci contro di lei, ci uniamo al coro degli altri automobilisti che hanno abbandonato le loro auto per avvicinarsi a quella che blocca il nostro piccolo mondo per inveirle contro; e ci dimentichiamo dell’automobilista, un uomo del tutto simile a noi, che lì l’ha abbandonata; peggio ancora, ci disinteressiamo delle cause di quel suo gesto, che pure ci riguardano; la tragedia, poi, si rivela per quello che è quando persino quel fuggiasco non fa che pensare alla sua auto abbandonata nel mezzo della sua vecchia vita invece di concentrarsi sul nuovo viaggio che l’attende (possibilmente a piedi) o, tutt’al più, sulle cause che l’hanno portato a quel gesto estremo.
Quello che non ti chiedo, mia cara, è di concentrarti sull’automobilista in fuga, e neppure sulle motivazioni di questa fuga. So bene che è un tipo di pensiero che costa fatica e che è più facile concentrarsi con rabbia e furore sul veicolo che ostruisce il passaggio. Quello che ti chiedo, però, è proprio questo. Se non puoi proprio pensare al fuggitivo e a quel che lo ha mosso, ti chiedo almeno di lasciar perdere l’auto abbandonata. Non passerà molto che qualcuno venga a rimuoverla, che si tratti di qualche altro automobilista imbottigliato e stanco e abbastanza nerboruto da spostare una vecchia auto indifesa con la sola forza delle sue braccia o di un semplice carro attrezzi pagato dal Comune. È una cosa stupida e facile. Non farla. Non perderci tempo, se non puoi fare di meglio con quello stesso tempo.
Del resto, mia cara, ce lo siamo detti subito. Siamo elastici. Possiamo tirarci e allungarci fino allo stremo, fino allo spasmo. Ma prima o poi torniamo sempre a quella O iniziale, di dimensioni piuttosto contenute, che poi sono sempre le sole dimensioni che ci appartengono davvero.
Ti abbraccio.

Jack

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