Storie

In risposta a Jack, ammantato di nero e mistero

ville anderson

Tempo fa ho pubblicato una lettera d’amore del mio amico Jack Facciadacane. La donna misteriosa cui era indirizzata ha risposto qualche giorno addietro con una mail, che pubblico di seguito; è proprio vero che a volte basta mettersi seduti comodi ad aspettare ed ecco che le risposte arrivano. Chissà cosa ne penserà il mio amico Jack.

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Caro Jack,
è profondo, è profondo il pozzo da cui ti scrivo. Non so bene ancora se sono io a scriverti dal fondo di questo pozzo o se è lo spirito della donna che tu hai lanciato nel mondo, nel piccolo mondo che sento di avere addosso come una seconda o terza pelle. Ho letto la tua lettera, hai detto tu al tuo amico di pubblicarla, e sulle prime, sulle prime davvero ho sentito come una lama neppure troppo affilata che risaliva il petto e mi si fermava, mi si fermava in gola. Non so se puoi capire. Ma poi è passata anche questa sensazione come passano molte cose in vita, dico in vita perché se le cose passano è perché si è vivi, in fondo, in fondo si è ancora vivi.

È passata anche la sensazione o consapevolezza (a volte sono la stessa cosa) di stupidità, di stupidità profonda che ho avvertito nel leggere tutta quella solfa sull’automobilista che abbandona l’auto nel bel mezzo del traffico e se ne va, se ne va altrove, e sulle cause che muovono quell’automobilista, le cause profonde mi pare di capire, che io avrei dovuto comprendere e gestire molto più del senso d’abbandono che ho provato quando sei andato. Ma la questione, la questione è che tu sei andato via e non un automobilista qualsiasi. Non m’importava del mondo prima di conoscerti, né delle cause o dei fili che lo muovono, e non so se debba importarmene ora, e perché poi? La verità, caro Jack, la verità è che tu hai prodotto in me, in me soltanto, per quel che mi riguarda, una frattura, la separazione dal mondo, e di questo io ti sono grata. Non è forse vero che nasciamo tutti, per il sol fatto di nascere, in comunione col mondo, con la natura? E che forse, per i più fortunati, quella separazione che è necessaria alla vita, come un’autodifesa, si produce da sé in adolescenza, che è un’età dolorosa proprio per questo, dolorosa proprio perché si comprende infine (anche se non è la fine, ma l’inizio) che noi non siamo nostra madre o nostro padre, e neppure i nostri fratelli e neppure la strada nella quale abbiamo giocato e che ci ha visti crescere? Ebbene io, io non avevo ancora visto produrre in me quella separazione o consapevolezza, e forse è stato grazie a te che questa è accaduta. Di questo e di poco altro posso esserti grata.

Ma allora cos’è questa lama che sento crescere dozzinale nel collo, squarciarmelo per non avere, comunque, nulla da gridare e neppure da dire a nessuno? È stato forse quel tuo richiamo attraverso una lettera divenuta pubblica per tua responsabilità indiretta, quel tuo ultimo chiamare come Euridice, e come Euridice essere colpevole per metà della tua discesa e permanenza eterna negli inferi? E non eri tu, non eri proprio tu, scherzando, a dire che tu eri Euridice e io, con la mia vanità borghese, io a cantare come Orfeo? Non eri tu, non eri tu che scherzando dicevi la verità a proposito, soprattutto, di te stesso, e non ero io che dovevo proteggermi dai tuoi futuri e insperati (a dirla tutta) richiami? A quanti e quali pali ho dovuto legarmi, e quanto cerume accumulare nelle orecchie, per non ascoltarti, per non ascoltarti più. E la cosa, ti dico, la cosa che più ha colpito come quella lama è stata l’intensità del richiamo, un’intensità così bassa e frivola, forse un po’ meschina, con cui hai voluto affermare alcune regole generali sul tuo modo di vivere piuttosto che dare un senso, anche vago e trasversale, al tuo abbandono.

Della tua intensità ho fatto allora dei brani, pezzettini irrisori. Ho operato sulla mia. Ho dovuto farlo. Il mio cuore, come il motore di un’auto vecchia ma ancora perfettamente in sesto, ha girato a ritmi più bassi. Ho raffreddato la temperatura del mio corpo. Questa è stata la parte più dura. Disarmata, ho dovuto disarmare, disarmare me stessa prima di tutto e dedicarmi al disamore. Ho dovuto smettere d’amare ogni cosa, piano piano, poco alla volta, allontanarmi da tutto quello che avrebbe richiesto un’intensità pari a quella che tu richiedevi e non mi restituivi, perché sarebbe stato, sarebbe stato, semplicemente, aberrante per me riprovarci. A poco a poco ho smesso d’appassionarmi, cinica e divertita insieme, per sentirmi al sicuro, lontano da te, da me, da quel che per te io richiedevo a me stessa.
La O iniziale a cui tutti, poco elastici, torniamo, così tu la chiami nella tua lettera: quella lettera, la tua missiva e la O iniziale, per me non esistono, semplicemente non esistono più, perché prima di te io non esistevo.

Ed è tanto, e forse poco insieme, che io non abbia smesso d’amare me stessa. Tutto ho smesso, tutta la casa che io avrei voluto essere per te, ho smobilitato. Tutti i mobili ho portato fuori, in giardino, lasciandoli a disposizione di chi, ancora accorato o anche solo più giovane, avrebbe potuto immaginarci dei muri intorno; tutto, poco alla volta, fino a che non è restata la radice, la radice di me che io sono per me come ognuno lo è per se stesso e nessun altro, e negli altri solo si moltiplica; tutto ho spento, tutte le lampadine ho lasciato che si fulminassero fino all’ultima, di cui ho avuto cura come fosse un uovo appena deposto, e che ho portato in giro per il mondo non tanto per dimenticare te quanto per ricordare quanto di me tu e la vita con te avevano attivato. Hai immesso in me la nostalgia, Jack, quest’affanno che prima non conoscevo, mi hai rimesso al mondo con questa nostalgia di te, e per questo sei stato anche padre, oltre che amante.

E questo mio viaggio mi ha portato infine al pozzo da cui ti scrivo, un pozzo il cui fondo non conosco perché al fondo di questo pozzo, davvero, al fondo di questo pozzo io ancora non trovo me stessa, per cui niente avrò da dirti di definitivo al contrario delle tue teorie su chi tutto lascia per partire. Partita, partita sono partita e sono finita in questo paese vivo e per metà disabitato, uno di quei paesi che con te e nessun altro avrei voluto visitare; un paese medievale e sbiadito insieme, spento da una nebbiolina all’alba e riscaldato a sera da lampioni che sembrano alimentati ancora ad olio; in cui si narra una leggenda, si narra una leggenda di donne in attesa a un crocicchio, mentre i futuri sposi erano al fronte e nulla si sapeva di loro. E queste donne, a notte fonda, andavano al crocicchio mentre il paese dormiva e lì stavano ferme come in preghiera, un rito che dà troppo dolore proprio come per un amore abbandonare, e lì ferme a un certo punto della notte interrogavano lo spirito di una monaca per sapere se il futuro sposo fosse vivo, se avesse peccato in guerra e se sarebbe tornato, e la monaca, la monaca rispondeva in forma di vento o di randagio che abbaia, o di gatto in calore o di cartaccia di giornale portata dalla tramontana; e come queste donne io ho domandato, al crocicchio io ho domandato nel cuore della notte e quella notte e nessun’altra era così ferma, ed eterna, e nulla si muoveva, nessuna risposta, nessun randagio né oggetto in movimento, e così ha avuto termine il mio viaggio, Jack, quando per certo ho saputo, ho saputo di doverti esser grata per avermi lasciata, come diceva quel tuo bel poeta, nell’essenza tipica dell’umanità, quell’essenza che da sempre ha forma di enigma.

Sei un’eredità, Jack, sei un’eredità e di questo dovrai farti carico, ovunque tu sia.
Con singolare affetto,

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