Le storie degli altri

Numero tredici

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Quando parlo di agio intossicante intendo anche una forma di sottile censura: quella di ottenere tutto, di ricevere dal potere pubblico o privato (che nella lungimirante Svizzera già coincidevano) l’oggetto di qualunque rivendicazione, qualunque desiderio pubblicamente espresso. Non si dava il tempo di organizzare politicamente una domanda di felicità che subito veniva esaudita, quindi neutralizzata. Quando arrivai a Ginevra la prima volta, nei primi anni Ottanta, seppi che nel lago c’era una nave a disposizione dei tossici.

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Nella mia vita ho scoperto abbastanza presto che, anche nel dolore e nella disperazione, mi ha sempre accompagnato qualcos’altro di uguale potenza, se addirittura non maggiore, ovvero il desiderio di scrivere per dire la verità. Quando coincide con l’arrendersi, questo desiderio si chiama confessione. […]
Devo a quelle piccole grandi morti, a quelle rese, alcuni dei momenti più belli e sereni della mia vita. Ore passate seduto sulle scale di una casa aspettando il fabbro, indifferente allo sguardo dei vicini. Su una panchina. Ma anche su un sasso, su un guard rail, su un prato, su un muretto, ad aspettare soccorsi. Quando il bar che in altri momenti avrei trovato squallido, in un’isolata stazione di campagna, diviene il centro del mondo, il dolcissimo ombelico della terra. Ore di naufragio fuori dal tempo in cui quello che conta è trovare una nicchia confortevole adesso, e magari un pezzo di carta e una penna per testimoniare i pensieri più liberi dell’esistenza. Momenti di puro presente, di pura intensità: i colori, le sfumature, i cinguettii, i fili d’erba, i fili d’aria. La luce e la polvere. Nuovi anche i ricordi, venuti da chissà dove. A volte semplicemente il respiro. Momenti liberi, in cui non c’è niente da perdere.
Questo è quello che intendo per scrivere la verità, inseparabile dalla disperazione, dalle sue diradate speranze. Epifania dell’infinito, che è sempre informe. Quando, scomparsa ogni aspettativa e ogni desiderio residuo, c’è solo la perfezione e lo shining di quello che c’è, e questo ci appaga. Scoprire che le cose stanno così come sono davanti agli occhi. E che non c’è nient’altro.

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Allora sorrisi, perché capii. Ero diventato fantasma. Era stato questo a darmi voglia di scrivere? Scrivere, si sa, è una cosa che fanno i fantasmi.
Qualche segno c’era stato: quell’idea di scrivere sulle panchine, il tempo senza tempo di chi ci sta tutto il giorno sopra e intorno. Stare in panchina non è già una cosa da fantasmi?


Beppe Sebaste | Panchine – Come uscire dal mondo senza uscirne

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