Storie

La gabbia del santo

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Avresti sentito dei fischi e delle urla sporadiche ma terribili, amico mio, se fossi stato vicino alla gabbia in cui fui rinchiuso coi miei piccoli e indicibili demoni. Sulla gabbia c’era un telo rosso, perciò non avresti potuto vedere nulla di quanto accadeva all’interno. Ma posso assicurarti che non sarebbe stato piacevole, per nulla, amico mio.
Mi fu proposto di entrare nella gabbia con la promessa che, una volta uscito, avrei trovato il regno di Dio in terra. Accettai di buon grado, perché – capisci bene, amico mio – mi fu anche detto che quella era la mia gabbia. Costruita appositamente per me. Difficile sfuggire a una proposta del genere.
Oh, ma devo anche spendere due parole circa l’uomo che mi offrì il posto in quella gabbia. Si chiamava W, lo incontrai due volte: la prima si presentò nei panni di un nano, cieco, con delle ridicole sovrascarpe sui piedi nudi e pelosi; la seconda era un uomo smilzo, indossava un gessato nero che gli conferiva un’aria distinta; c’era da fidarsi, amico mio, avresti dovuto sentirlo mentre parlava della gabbia. Il punto è che quando si compra qualcosa, si compra anche una piccola parte dell’uomo che sta cercando di vendertela.

Passai i primi giorni al buio a pensare all’inferno, pensando di meritarlo, anche se non era ancora accaduto nulla. Circa l’inferno, amico mio, devo dire che quanto più intensamente pensi di meritarlo, tanto più concretamente esso si manifesterà, e tanto più penserai di meritare in seguito il Regno dei Cieli. Quando si manifestarono i primi demoni, dei quali tuttavia non riferirò, il mio cuore cominciò a cedere; era una battaglia quotidiana, fatta di vomito e diarree, era ogni giorno un’ultima, infinita guerra persa a un passo dal confine.

Ma non vi è teologia che non contempli pure l’abitudine come rituale, amico mio. Ed è qui, in questo senso, che io mi proclamo un senza dio e peccatore imperituro. È per questo, forse, che tuttora sono sconfitto. Perché anche in quella gabbia che, ripeto, avresti davvero dovuto vedere, sia pur dall’esterno, ecco, persino in quella rappresentazione del mio interno, persino laggiù finii con l’abituarmi. In tutto quello che avveniva nella gabbia, il sangue, i morti, i brandelli della mia carne sulle sbarre, io ero dimentico del regno di Dio, cominciavo a guardarmi da fuori, com’è tipico per chi frequenta l’abitudine. Da fuori vedevo il telo rosso, sotto cui c’era la mia gabbia. Un bel giorno, sforzandomi di ignorare i fischi e le urla, mi avvicinai, certo di trovare me stesso dissanguato, all’interno; sollevato il telo, ecco che scoprii nient’altro che alcuni polli col collo spezzato; correvano all’impazzata, quasi esausti, dimentichi di ogni affronto passato.

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