Fare Malesangue, Storie

Morte di un editore. Primaldo Malaverna

michael leonard

Primaldo Malaverna è morto l’altro giorno. È stato il mio primo editore, anche se non tutti lo sanno. È stato partigiano, elettricista e falegname, prima di pubblicare me e altri sconosciuti, una decina d’anni fa. In cucina aveva un busto di Mussolini con una gomma da masticare attaccata sulla punta del naso. Sul muro davanti casa sua c’erano delle brutte scritte (calcio, bestemmie, nazismo). Non le ha mai fatte rimuovere così come ha tenuto fino all’ultimo, da quel che so, il busto del Duce in cucina. Diceva che nulla dell’uomo andrebbe rimosso. Bisognerebbe salvare ogni indizio del passaggio umano su questa terra dal vuoto a cui tutti siamo destinati. Questo erano i libri per lui.

L’ultima volta che ho visto Primaldo è stato sette, otto anni fa. Ho saputo della sua morte da un amico comune. Quest’amico comune, come me, ha pubblicato sotto pseudonimo con Primaldo e poi con il suo vero nome con altri editori. C’era del pudore, almeno per me, nel pubblicare a vent’anni. Posso adesso rivelare che all’epoca mi facevo chiamare Ludovico Brachini e che quel mio primissimo libro, di cui pochi sanno, si chiamava Il pareggio. Se ripenso al contenuto di quelle pagine, in bilico tra la narrativa annoiata dell’epoca e il tono alla Camus de Lo straniero, provo ancora quel pudore iniziale; se ripenso all’indizio del mio passaggio su questa terra, sento al contrario di dover rispettare quel testo. Ma allora perché lo pseudonimo? L’amico comune ha pubblicato con editori importanti, in seguito, e non vuole che io riveli la sua identità né il suo pseudonimo dell’epoca. Dice che non è conveniente.

Tecnicamente Primaldo Malaverna era uno stampatore. Ma con me (e con gli altri, almeno fino a un certo punto) si è comportato da vero e proprio editore. Ha lavorato sul mio libro correggendo e limando, dandomi consigli che trovo tuttora validi. Non tanto sulla tecnica quanto sui contenuti, sui temi, sulla terra da riporto che costituisce il materiale anche umano alla base di un libro. Diceva: trova la voce e poi il tono. Nella tua scrittura, di qualsiasi cosa tu scriva, dev’esserci la tua pennata. Come se suonassi la chitarra. Uno ti ascolta e pensa: è lui, non un altro. Poi dimenticati di te stesso. La tecnica troverà te. A volte, diceva, ci concentriamo troppo sugli strumenti, sul come fare, e dimentichiamo cosa fare. Cosa vogliamo fare davvero.

Primaldo Malaverna era uno stampatore ma non ha mai chiesto soldi ai suoi scrittori. Quanti libri avrà pubblicato? Non ne ho idea. Per molto tempo è stato clandestino. L’ho conosciuto su Internet, attraverso il suo blog. Si chiamava Mal Sangue, un nome che ho omaggiato in seguito ogni volta che ho potuto. Lo contattai e gli feci leggere qualcosa di mio. Mi chiese di andare a trovarlo. Presi un treno e andai da lui. All’epoca aveva mollato la tipografia, faceva il falegname. Restaurava per lo più sedie e piccoli armadi, di quelli in cui si custodiscono i liquori per le occasioni speciali. Restai con lui una settimana. Per tre o quattro giorni mi raccontò della Resistenza e della Guerra. Per la prima volta mi sembrò che non fosse storia, ma che si trattasse di qualcosa di reale o addirittura presente. Ricordo che mi disse: il periodo più lungo che ho passato in mutande sono le due settimane dopo l’8 settembre. Non potevo indossare nessuna divisa, né l’una né l’altra, e non avevo altri vestiti con me o qualcuno che me ne prestasse.

Nei giorni successivi mi spiegò cos’avrebbe voluto fare coi libri. Aveva una comunità di cinquanta, cento lettori, forse di più. Disse che era gente fuori dall’editoria, dai salotti buoni del libro. Gente che leggeva tantissimo. Gente a cui non fregava niente che tu pubblicassi con questo o quell’editore. Queste persone volevano solo leggerti. Avrebbe pubblicato per loro. In quei giorni compresi che qualcosa di terribile e leggero animava Primaldo. Aveva un anello al dito ma non c’erano donne attorno a lui, benché fosse un uomo ancora affascinante e per certi versi giovanile. Quando chiesi qualcosa a proposito dell’anello, Primaldo disse che si trattava di una brutta storia di trent’anni prima. Non mi spinsi oltre. Mi guardò e spiegò che c’era una differenza importante tra me e lui, che non era legata all’età né a quel suo anello. Lui aveva fatto la guerra e aveva ucciso. Io no. A partire da quella differenza avremmo dovuto cominciare a confrontarci sui libri, sul mio libro da fare con lui.

Tornai a casa e cominciai a lavorarci. Il pareggio era un racconto lungo che avevo già pronto. Dovevo solo riscriverlo e allungarlo. Di tanto in tanto gli mandavo alcune parti del testo. Primaldo non interveniva più di tanto. Diceva che la cosa migliore in fatto di editing era lasciar fare e che anch’io dovevo limitarmi a eliminare la fatica, la mia, ancora ben visibile nel racconto. In altri termini, al lettore non deve arrivare la fatica dell’autore. Non deve neppure arrivare l’autore, o meglio, il lettore deve illudersi di essere egli stesso l’autore di ciò che sta leggendo. Primaldo Malaverna voleva salvaguardare il mio passaggio sulla terra e al tempo stesso aveva ben presente cos’era appartenere alla storia, contribuirvi scomparendo in essa. Una strana contraddizione che lui spiegava con il tramandarsi della parola amarcord e, più in generale, con il funzionamento e il tramandarsi delle parole e delle espressioni di uso comune.

All’epoca c’era una certa confusione, in giro, e se ci penso ora ritengo che fosse una confusione molto triste. Quella di oggi mi pare così divertente. Ad ogni modo, Primaldo non aveva figli e spesso ripeteva che era quello il motivo per cui si era dedicato ai libri, ai personaggi, alle storie (non pronunciava mai la parola “letteratura”, diceva che troppe persone cominciano con la letteratura e ripiegano sull’editoria). A un certo punto hai bisogno di passare qualcosa della tua energia a qualcun altro, spiegava. È un fatto biologico. Così diceva e aggiungeva che la natura non si affatica, fa ciò che è necessario, e che in questo sta la bellezza, che non è mai orpello. Diceva: prendi la parola amarcord. La usano tutti, da cinquant’anni a questa parte, per via del film, probabilmente, eppure nessuno sa da dove viene, nessuno sa che sta dicendo “Io mi ricordo” in un particolare dialetto quando la pronuncia, eppure è così comune e necessaria per molte persone, e così dovrebbe essere per ogni gesto umano, tramandarsi ed evolversi apparentemente dimenticando la propria origine, o meglio: in quel tramandarsi anonimo c’è comunque la traccia di un fantasma, di qualcuno che è stato qui, adesso, mentre io ripeto questo gesto senza conoscerne l’inventore, il suo primo autore.
A queste sue parole, in genere, seguiva una carezza.

Dieci o dodici anni fa non avrei mai potuto immaginare quanto sarebbe stato difficile essere padre (o madre) per una persona della mia generazione. Ero più interessato al concetto di primogenitura che a quello di paternità, che non a caso per me sarebbe rimasto legato più a questioni di libri che ad altre biologiche. Con me Primaldo affermò il concetto di paternità fino in fondo. Fu un padre per me e per la mia opera finché non vendette tutte le copie andate in stampa. Poi mi allontanò, mi disse di “andare per il mondo” e di affrancarmi anch’io, per un po’, da quel libro. Si scusò per la banalità delle sue espressioni e ripeté più volte, quando lo cercai ancora, che se davvero rivendichi la paternità di qualcosa poi devi esser pronto a lasciarla andare, a fare in modo che appartenga anche agli altri.

Allora per qualche anno ho osservato da lontano la vita e le opere pubblicate da Primaldo Malaverna. Credo che per un certo periodo abbia lavorato per una comunità di autori e lettori felici. Pubblicava libri che venivano scritti, pubblicati, venduti e letti. Chi scriveva e leggeva quei libri ne aveva bisogno. A posteriori credo che l’intuizione di Primaldo sia stata proprio aver introdotto la questione della felicità in un ambiente che sembra tuttora impermeabile a questo tipo di sentimento. Quando ho saputo della morte di Primaldo ho pensato, per un attimo, che non fosse mai esistito, che la sua esistenza afferisse più al sogno che alla memoria, al pari del Ludovico Brachini del Pareggio. Allora ho buttato giù queste righe, che potessero essere un omaggio e insieme l’indizio del passaggio di un uomo su questa nostra terra, appena prima del vuoto.

Nota del 10 dicembre 2014. A un certo punto ho compreso che questa storia proseguiva nel futuro, nell’inframondo dei maya e nello spazio più profondo e ghiacciato, e più precisamente QUI.

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