Microrec

Mad Max: Fury Road, George Miller

fury road
«Oh, what a day, what a lovely day!»

Per prima cosa diremo che Mad Max: Fury Road è una di quelle rare opere cinematografiche che sono all’altezza del proprio trailer. Perché è a questo che sono oggi condannati numerosi film d’azione, reboot, pellicole con supereroi o di genere: e cioè a confrontarsi con quella sintesi di tre minuti – una sintesi degna dei migliori videoclip musicali – che spesso finisce col dare già allo spettatore ciò che gli è sufficiente, con la netta e conseguente sensazione che l’opera, per intero, non sia che un’estensione noiosamente mortifera degli intenti iniziali di regista e produzione.

Questo per iniziare. Poi: certamente Mad Max è un film che dialoga. Con chi, con cosa? Con i film precedenti della saga di George Miller, è chiaro, e dunque con l’immaginario che lo stesso Miller ha creato sul finire del millennio scorso. Scenari post-apocalittici, violenza dell’uomo sul sub-uomo in cerca di risorse naturali, pacchiane superstizioni che, come per ogni religione, si fanno religione. Per cui la creatura di Miller ha gli stessi pregi di pochissime altre opere (si pensi al Cormac McCarthy che scrive La strada): ovvero il non dover spiegare, il non dover dire oltre misura. Pura azione, ma attenzione: di per sé non è sufficiente per poter affermare di aver scolpito nella pietra (come appunto accade con McCarthy). Cosa che invece Miller fa. E come lo fa? Con la cura dei dettagli, per dirne una.

Non c’è nulla, qui, che sfugga al caso. Ogni abiezione è mostrata (sì, mostrata!) con estrema e appassionata mania di perfezionismo, col desiderio di creare un ambiente che duri oltre la durata del film. Dalla blindocisterna e gli altri mezzi che corrono per la Via della Furia fino alle deformazioni dei mongoloidi esseri umani che l’abitano; dagli ambienti desertici a quelli notturni e decrepiti; dalla recitazione dei sontuosi e impauriti e rassegnati Tom Hardy e Charlize Theron fino a quella di ogni singolo figlio della guerra o di ciascuna delle cinque mogli di Immortan Joe; dalla sostanziale assenza di dialoghi ai meravigliosi dialoghi deliranti, che non avrebbero alcuna credibilità se non fossero inseriti in questo contesto; fino, pure, alle scene d’azione (ovvero il 90% del film): che hanno la loro logica delirante com’è giusto che sia: qui lo spettatore non è crudelmente portato a sospendere la sospensione dell’incredulità di fronte agli ingenui cambi di fronte o azioni rocambolesche di tanto altro cinema simile; qui ci si crede fino in fondo, anche se è incredibile (poiché è incredibile e documentato, come direbbe Ezio Comparoni).
Qui si è immersi in un mondo con un suo sistema di valori (i kamipazzi!, il mangiauomini!), un mondo che ha le sue leggi fisiche, chimiche e biologiche: tutte devotamente rispettate.

Che poi, e torniamo al dialogo, questo mondo abbia in fondo ancora più credibilità perché assomiglia al nostro (il monologo di Max in apertura, grossomodo: «Il mondo era finito, e ognuno a modo suo era a pezzi…»), è chiaro che la questione sposta il confine di questa microrecensione dal film d’evasione a quello d’invasione, dalla costruzione di un immaginario, quello di Mad Max tutto, al suo interpolare la realtà, quella degli spettatori, in cui viene visto e fruito. Gli ibridi auto-moto-camion nel deserto della Fury Road, con quegli uomini vestiti di nero che imbracciano armi, ma in fondo anche i kamipazzi che inseguono la morte in guerra per approdare al Valhalla, cosa ci ricordano, se non la strana epoca tribale in cui ci sembra di esser stati catapultati da un giorno all’altro? Tanto più se sullo sfondo si lotta per gas e acqua. Tanto più, soprattutto, se ci viene naturale ricreare e ricomporre le notizie dal mondo in un mondo già disegnato a suo tempo da Miller.

Ma in fondo, alla fine della proiezione, si potrebbe concludere che avremo assistito a una meravigliosa messinscena della vita su un pianeta che, fuori dalla pellicola, è molto più immerso nel pulp e nel gore di quanto non sia nella mente di George Miller. E anche più cinico. Non c’è mezza scena di violenza, qui, che non sia necessaria; nulla è gratuito (se non l’idea stessa di partorire un immaginario del genere!) e tutto è teso verso la conclusione – è paradossale, se ci pensate bene, che mentre la vita ci sfugge per di qua, per di là e per tribù, Mad Max: Fury Road abbia, tutto sommato, un suo coerente happy ending.

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