Interviste

Nella perfida terra di Dio. Conversazione con Omar Di Monopoli

Conosco Omar Di Monopoli da dieci anni: da quando cioè ha esordito con Isbn col suo primo romanzo Uomini e cani. Adesso, dopo altri due romanzi e una raccolta di racconti, Omar è approdato a Adelphi con l’ultimo Nella perfida terra di Dio.
Posso dire di far parte della nutrita schiera di suoi lettori che ha esultato alla notizia del passaggio, qualche mese fa: per me Omar, che vive a dieci chilometri da dove vivo io, è stato un punto di riferimento costante, e la sua scrittura una sorta di sorella maggiore per la mia – per chi non l’avesse mai incontrata: bisogna immaginare il muro di una bellissima chiesa barocca però abbandonata, nelle cui crepe (di questo muro) crescono dei rigogliosi cespuglietti di malerba; oppure si provi a evocare il suono ubersaturato di chitarre collegate ad amplificatori per basso di certo stoner rock anni ’90 – altro esempio per dire, pure, che i romanzi di Omar andrebbero letti con orecchie interiori, oltre che con gli occhi: perché se gli occhi rimandano a paesaggi da gotico appulo-americano, la sonorità dell’italiano desueto di questo William Faulkner di Terra d’Otranto, che ingloba e rivomita lingue locali acide e senzadio, è un’avventura nell’avventura.
Di questo e altro abbiamo parlato con Omar nel corso della conversazione che potete leggere di seguito.

Inizierei dallo stupore di leggere le tue parole rivestite dal completo tipografico di Adelphi (un sobrio gessato, direi). Ti avevo lasciato bardato dal rossosangue dei dorsi Isbn, con quei caratteri secchi e puntuti, e ora sei tutto aggraziato e pulito. Il che rispecchia pure, se vogliamo, il passaggio dall’ultrapop Anni Zero di Massimo Coppola al classico dei classici e senzatempo di Roberto Calasso; passaggio in cui la tua opera non perde nulla, anzi, al contrario acquista un’identità, un’aura nuova – un po’ quello che è successo a M.P. Shiel con La nube purpurea, passato dal “genere” di Urania all’autorialità forte di Adelphi; Adelphi che peraltro ti ha collocato nella stessa collana, Fabula, in cui escono Bolaño e Carrère, tanto per fare i nomi di due autori che indagano il male da una prospettiva simile alla tua, forse. Come ti senti? È un sogno, è tutto vero? Come calzano questi panni nuovi?

Caro mio, non smetto di ripeterlo, in questi giorni, e quindi lo ribadirò anche qui: è ovviamente un salto quantico, una cosa che mi rende orgoglioso. Pure, sperando di non sembrare troppo presuntuoso, credo si tratti in fondo di uno sviluppo naturale (non dovuto, intendiamoci, ma naturale!) giacché la Isbn era, per lo meno agli esordi, una sorta di Adelphi in sedicesimo: una casa editrice insomma con un catalogo curato e vivo, con una sua precipua identità anche grafica oltre che filosofica (solo decisamente più pop rispetto alla monumentale casa in cui adesso ho l’onore di essere ospite). Poi le cose sono andate a ramengo ma è inutile stare a riparlarne: io so solo che probabilmente non sarei mai entrato nello studio di Calasso se prima non avessi incontrato l’entusiasmo di Papi, Coppola e Formenton in Isbn, coi quali sono cresciuto come autore. Il resto è cronaca, anche giudiziaria, e credo sull’argomento si sia detto abbastanza… Continua a leggere

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Microrec

XXI Secolo, Paolo Zardi

Tempo fa ho chiesto – chiedendolo soprattutto a me stesso, su Facebook – perché ci piacciano tanto le distopie.
La domanda era stata innescata da un’intervista a due scrittrici americane letta sul blog di SUR e da questo status dello scrittore Paolo Zardi:

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Quello stesso giorno, poi, la mia copia di XXI secolo è arrivata in libreria; data la coincidenza, ho deciso di darmi subito in pasto alla scrittura di Zardi.

Nel romanzo le cose stanno così: il mondo occidentale è semifinito, schiacciato da assetti geopolitici mutati (si intuiscono, come sole superpotenze rimaste, il Brasile, la Cina e una Russia neozarista). Il proverbiale ceto medio è impoverito del tutto, i migranti neppure prendono in considerazione l’ipotesi di raggiungere l’Europa (un vecchio sotto calde coperte che scruta il mondo dalle finestre di un ospizio, la definisce Zardi) e gli italiani, quando non si accoppano tra loro o con gli stranieri bloccati qui, tentano la fuga verso l’Austria (e qui Zardi anticipa qualcosa dei muri del Brennero, mentre per un istante sembra incrociare il suo romanzo con quello di Bruno Arpaia, Qualcosa là fuori, uscito però circa un anno dopo XXI secolo).

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Le storie degli altri

Nel sogno da cui si era svegliato — Cormac McCarthy

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Nel sogno da cui si era svegliato vagava in una caverna con il bambino che lo guidava tendendolo per mano. Il fascio di luce della torcia danzava sulle pareti umide piene di concrezioni calcaree. Come viandanti di una favola inghiottiti e persi nelle viscere di una bestia di granito. Profonde gole di pietra dove l’acqua sgocciolava e mormorava. I minuti della terra scanditi nel silenzio, le sue ore, i giorni, gli anni senza sosta. Poi si ritrovavano in una grande sala di pietra dove si apriva un lago nero e antico. E sulla sponda opposta una creatura che alzava le fauci grondanti da quel pozzo carsico e fissava la luce della torcia con occhi bianchissimi e ciechi come le uova dei ragni. Dondolava la testa appena sopra il pelo dell’acqua come per annusare ciò che non riusciva a vedere. Rannicchiata lì, pallida, nuda e traslucida, con le ossa opalescenti che proiettavano la loro ombra sulle rocce dietro di lei. Le sue viscere, il suo cuore vivo. Il cervello che pulsava in una campana di vetro opaco. Dondolava la testa da una parta all’altra, emetteva un mugolio profondo, si voltava e si allontanava fluida e silenziosa nell’oscurità.


Cormac McCarthy | La strada

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Microrec

Mad Max: Fury Road, George Miller

fury road
«Oh, what a day, what a lovely day!»

Per prima cosa diremo che Mad Max: Fury Road è una di quelle rare opere cinematografiche che sono all’altezza del proprio trailer. Perché è a questo che sono oggi condannati numerosi film d’azione, reboot, pellicole con supereroi o di genere: e cioè a confrontarsi con quella sintesi di tre minuti – una sintesi degna dei migliori videoclip musicali – che spesso finisce col dare già allo spettatore ciò che gli è sufficiente, con la netta e conseguente sensazione che l’opera, per intero, non sia che un’estensione noiosamente mortifera degli intenti iniziali di regista e produzione.

Questo per iniziare. Poi: certamente Mad Max è un film che dialoga. Con chi, con cosa? Con i film precedenti della saga di George Miller, è chiaro, e dunque con l’immaginario che lo stesso Miller ha creato sul finire del millennio scorso. Scenari post-apocalittici, violenza dell’uomo sul sub-uomo in cerca di risorse naturali, pacchiane superstizioni che, come per ogni religione, si fanno religione. Per cui la creatura di Miller ha gli stessi pregi di pochissime altre opere (si pensi al Cormac McCarthy che scrive La strada): ovvero il non dover spiegare, il non dover dire oltre misura. Pura azione, ma attenzione: di per sé non è sufficiente per poter affermare di aver scolpito nella pietra (come appunto accade con McCarthy). Cosa che invece Miller fa. E come lo fa? Con la cura dei dettagli, per dirne una.
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Storie

Cinque libri da non leggere in spiaggia

beach

Cinque libri da non leggere assolutamente in spiaggia. Anche perché quest’anno, fin qui, il caldo è stato poco e poco convinto. Ma non c’è manifestazione letteraria più sublime della vita vera che irrompe e impedisce la letteratura stessa.

*

Comiche, Gianni Celati
Scrittura manicomiale. Comicità da commedia slapstick in una lingua che dolorosa delinque. Gianni Celati prende appunti dagli appunti di quelli che un tempo si chiamavano pazzi, poi handicappati, poi borderline, infine diversamente abili, per finire come tutti gli altri, un giorno, per perdere il lume ma anche il nome.

Non è un paese per vecchi, Cormac McCarthy
Rispetto al film (non si paragonano film e libri) il killer non ha nulla di buffonesco. Di più. Non solo non conosciamo gli intenti più intimi, ma neppure il volto di Anton Chigurh (il male assoluto si manifesta senza occhi né giustificazioni). Il calore delle terre di McCarthy è quello del deserto (o dell’inferno), non certo quello di una spiaggia. E poi quello della fiamma finale, della fiaccola che induce, comunque, alla speranza racchiusa in un sogno.

Tre raccontiTommaso Landolfi
Landolfi scrive in una lingua sua, estinta anche nel momento in cui è viva. Questo è un complimento. Landolfi è un autore, non solo un narratore, e questo è un vizio o un dono per alcuni imperdonabile (spesso si maledice il dono per santificare il vizio). Curioso che queste storie siano sopravvissute al nome del creatore e siano rimaste nell’aria, conosciute anche da chi Landolfi non lo ha letto mai. Nello specifico, tre donne astruse, incomprese e inafferrabili si sostanziano in una quarta, nel fantasma del quarto personaggio.
Il filtro dell’assenza è la miccia di ogni racconto.

Palomar, Italo Calvino
Il meticoloso scomporre la realtà del signor Palomar mira a farne granelli di sabbia. Lo consiglio proprio perché non riuscii a leggerlo sulla spiaggia. Lo terminai un anno dopo, ma a novembre, quando si andava componendo l’autunno e la lente d’ingrandimento poltriva, inutile, nello zaino.

Ieri, Agota Kristof
Un bel libro che mi trova in disaccordo. Se Tobias smette di scrivere è perché impara una lingua nuova, che è quella della vita che fluisce e non ha bisogno di continue puntualizzazioni. Lui smette, ma io credo che non si smetta mai, neppure quando si smette davvero. Forse bisognerebbe indagare l’interruzione più che la dismissione, o almeno la differenza tra queste due condizioni. Che è forse ciò che più distingue la nostra quota di partecipazione al mondo. Se davvero fosse plausibile il finale di questo libro, del resto, non avremmo avuto questo stesso racconto.

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Storie

David Means

black swans

Scrivendo ho, soprattutto, imparato a leggere. Ci sono meccanismi interni alla scrittura che valgono anche per la lettura. Piccoli passaggi sotterranei che funzionano allo stesso modo. Qualcuno la chiama coautorialità. Per me è la possibilità di stupirmi o di accedere quanto meno al mistero dello stupore. Il piacere si affida spesso a una sequenza o combinazione di parole imprevista, che viene realizzata mentre si produce. Parole che lette o messe per iscritto rivelano qualcosa di preesistente in noi. Mentre scrivi sei il tuo primo lettore e mentre leggi qualcun altro lo stai anche scrivendo. È chimica, che opera un momento prima e un momento dopo la sospensione dell’incredulità.
Al tempo stesso la innesca.

Non bisogna tuttavia fare della materia quello che non è, ovvero una scienza dura. La scienza dura può operare in genere sia su puzzle che su enigmi. Il puzzle ha in sé la soluzione. I pezzi sono tutti lì, c’è solo da fare ordine. L’enigma conserva almeno un dato misterioso, un piccolo buco nero che consente tuttavia l’accesso alla luce. Una scienza molle come il racconto deve muoversi in questo spazio, quello dell’enigma, del mistero che schiude mondi sconosciuti.

David Means, nei racconti del suo Episodi incendiari assortiti, si occupa soprattutto di enigmi. A Means mi sono avvicinato per caso, incuriosito da una sua intervista. Spudorato, spiegava di essere un orgoglioso scrittore di racconti. Come Flannery O’Connor. Questa fierezza si rivela nei tredici Episodi di Means, che per compattezza e compiutezza ricordano effettivamente i testi della O’Connor. Con lo stesso gusto per l’imprevedibilità e il mistero della condizione umana. Qualcosa di affine alla preghiera, e perciò raro nella scrittura contemporanea, soprattutto occidentale. Molti viventi stanno raccontando un mondo in chiusura, e per farlo si affidano a racconti a loro volta esauriti. I personaggi vengono piazzati su un binario, unico, e fatti agire in un contesto che il lettore conosce a memoria. Azioni e reazioni prevedibili, pezzi del puzzle già noti, spesso neppure sparpagliati. Nessuno stupore, laddove per stupore non intendo qualcosa di squisitamente letterario ma anche, profondamente, umano. Chi vive in un racconto dovrebbe sempre essere capace di un guizzo imprevedibile, anche solo potenziale, proprio come capita con gli esseri umani.

La scrittura di David Means non si affloscia né si acquieta dunque sugli acciacchi di una società in declino. Presenta quello che potrebbe apparire come un puzzle con tanti e dettagliati pezzi, ma è ben consapevole di affrontare un enigma. Spesso anche di non poterlo risolvere, mentre si occupa di “cose precise concrete e inafferrabili”. Così funziona una scrittura antica, che racconta attorno al fuoco di un rito eterno e primordiale. Per essere antica, una narrazione deve essere capace di parlare a chi verrà dopo (impresa già ardua) quanto a chi è già stato. Eterna e retroattiva insieme, dunque.

L’impatto con la scrittura di Means arriva forte col primo racconto. Incidente ferroviario, agosto 1995 è un’immersione in questo sistema di cose precise concrete inafferrabili. Un uomo decide di non andare più al concerto dove pensava di recarsi. Finisce fuori città, in una grotta. Quattro vagabondi lo torturano e lo lasciano a morire sotto un treno. Il macchinista del treno che farà a pezzi l’uomo si interroga per settimane sulla vicenda. Means ce l’ha raccontata immergendoci in un mare di dettagli che sono, al tempo stesso, poco più che supposizioni. L’uomo ha evitato il concerto perché gli avrebbe ricordato la moglie morta. I quattro balordi ci sembra di conoscerli. Il macchinista è abituato a fare a pezzi i barboni che si addormentano sui binari con la sua locomotiva, eppure non si dà pace. Sa pure di essere un bravo lavoratore. Il punto di vista all’interno del racconto viaggia da un personaggio all’altro. Sfioriamo la soluzione, che conosciamo e non conosciamo insieme. Ci sono cose che sappiamo e altre che non sappiamo, e nella stessa misura giacciono sul fondo del nostro animo. Solo l’ultima frase del racconto ci fa, finalmente, sospirare, ma non sappiamo perché.

Lo stesso accade con Quello che fecero, il terzo racconto della raccolta. Una bambina muore inghiottita dalla terra mentre sta giocando in cortile. Il terreno ha ceduto. C’è un’inchiesta: chi ha costruito e come, su quei terreni? Means ci sommerge con una serie di dettagli tecnici da ingegnere edile. Nel frattempo conosciamo il dolore dei genitori della piccola. Soffochiamo allo stesso modo, sommersi dalla lettura, piano piano, come la bimba dal fango. La spiegazione tecnica del dramma non è una soluzione, eppure ci appigliamo ad essa, come se potesse restituirci qualcosa.

La scrittura antica di David Means si nutre soprattutto della nostra epoca, dei suoi drammi. Ma il delirio borghese diventa un travaglio più profondo, umano. In quest’ottica Means si serve di alcuni personaggi, soprattutto dei barboni, che per comodità chiamerò ultimi. A queste vite Means affida il compito di essere le scatole nere di interi racconti. Senza alcuna retorica. È il caso del barbone che viaggia per chilometri nel deserto attaccato a un treno nel racconto La presa. Quando sta per cedere, lo tiene saldo al vagone il ricordo vivido di sua madre, che gli appare come una figura religiosa. Nel triste ricevimento di matrimonio in L’interruzione, invece, il vecchio Roy è l’ultimo, buffo e malandato, la cui apparizione improvvisa rincuora i ricchi astanti. Quando Roy arriva vicino al buffet pisciandosi addosso, sbronzo e ferito, gli invitati al matrimonio vivono quell’episodio come una consolazione. Lui è oggettivamente peggiore di loro. Non a caso, il dj – che potrebbe essere David Means – fa suonare in sala un disco di Karen Carpenter. Anche lei ultima, morta per aver vissuto fino in fondo gli affanni che cantava, è un semplice intrattenimento per borghesi.

Allo stesso modo il camionista di Tahorah non solo muore, ma addirittura vive comparendo nel racconto solo per dare nuova luce alle vicende – comunque tragiche – di una famiglia ebrea. La storia è quella del ricongiungimento tra due fratelli che hanno smesso di parlarsi da decenni. Sono entrambi in ospedale, uno dei due è al capezzale della figlia che sta morendo dopo un incidente d’auto. Nel frattempo Means sta raccontando la storia del camionista che si trova nella camera accanto per un infarto. Gli è insopportabile la preghiera e il cianciare della famiglia ebrea nel corridoio. Così a un certo punto si stacca dai macchinari ed esce a insultare i familiari della ragazza. Qualche ora dopo, quell’agitazione gli sarà fatale. Qualche giorno dopo, al funerale della ragazza, il ricordo di quello strano episodio farà apparire un sorriso sul volto di uno dei due fratelli ebrei. L’altro, il padre della giovane defunta, ritroverà lo stesso sorriso che conosceva da bambino e abbraccerà il fratello. La grazia di questo ricongiungimento e di tutta la storia sta nel montaggio, che mischia e alterna le vicende dei personaggi, i loro intenti e le loro fortune. Fino all’ultimo ci chiediamo cosa ci facesse il camionista in quella stanza d’ospedale, e dunque nel racconto.

Anche ne I travagli della vedova è soprattutto il montaggio a porre il racconto nella prospettiva dell’enigma. La vicenda ruota attorno a un unico dilemma: può una vedova superare il suo lutto “a furia di scopate”? La memoria del matrimonio, comunque fallito, è affidata a una vecchia videocassetta. Si tratta di un porno amatoriale che la vedova e il defunto compagno hanno girato durante la prima notte di nozze. È il raccordo tra la vecchia vita, andata, di lei, e quella nuova, potenzialmente ancora sensuale. La vedova guarda e riguarda il filmato. Intanto fantastica di andare a letto con un geologo. È lui che si occupa di “cose precise concrete e inafferrabili”, come i vulcani islandesi, mentre studia i comportamenti della vedova. Finché, nel racconto, la vedova e il geologo non vanno a letto insieme. La relazione carnale tra i due è descritta come fosse reale, con tanto di paragoni tra l’ex marito, morto e perdente, e il geologo. Ma gradualmente Means ci fa capire che la relazione è solo immaginata dalla vedova. Non si tratta di un flashforward, come inizialmente potrebbe apparire. È un montaggio quasi invisibile. Nulla più che una possibilità o una supposizione. Le cose sono andate in un altro modo. La sera del primo appuntamento, la vedova ha mostrato il porno amatoriale, sgraziato e irruvidito dal tempo, al geologo. Il quale non si è scomposto e ha compreso. La donna appartiene ancora al suo passato. Il lutto è ancora lì, tutto da vivere, la memoria le impedisce l’azione. E la memoria è tutta in una strana videocassetta. Un feticcio a un passo dall’essere nient’altro che un pessimo prodotto di fiction. Come capita a volte proprio coi ricordi.

Sulla perfezione mortifera della fitcion si interroga Il cacciatore di gesti. Un uomo è intrappolato in un ricordo: un gesto particolare di suo figlio piccolo, morto poi in Vietnam. L’uomo batte le strade della sua città alla ricerca di gesti puri, all’altezza di quelli di suo figlio. Gente colta nell’attimo, in flagrante, mentre si annoda i lacci delle scarpe o lecca un gelato. In tutta la sua vita l’uomo ne ha visti pochissimi e anche quel giorno non sembra trovarne traccia, almeno finché non incappa nell’abbraccio di un uomo e una donna fuori da un’onoranze funebri. In quella commozione l’uomo ritrova la tenerezza che protegge dal dolore del lutto. Ma poi scopre che quel gesto purissimo è frutto della messinscena – nel quartiere, quel giorno, si sta girando un film. Quel gesto è finto, esattamente come le emozioni che uno scrittore può attivare attraverso il racconto. Allo stesso modo della fiction letteraria, però, quel gesto non è falso: resta puro, chiuso e perfetto in quell’istante di finzione. L’uomo se lo porta dentro al pari di quello di suo figlio piccolo. Ciononostante, non gli resta che uccidere il regista del film che si gira quel pomeriggio.

Sul rapporto tra narratore e materia prima (la memoria, il racconto), non è azzardato dire che nel racconto Episodi incendiari assortiti si parla tanto di strani e feroci piromani quanto anche di scrittori. “Attraverso il fuoco, verso la luce”, cantava Lou Reed. Così le storie di Means hanno da un lato la stessa forza antica di avventure raccontate attorno al fuoco, destinate a tramandarsi come la fiaccola portata da padre e figlio ne La strada di Cormac McCarthy (e nel sogno che chiude Non è un paese per vecchi). E da un altro sono anche narrate da chi attraverso quel fuoco è passato, e nel restituire la luce e il calore è anche sopravvissuto, un po’ buffo, pittoresco o, in ultima analisi, anche solo sfigurato. Proprio come il clown che chiude Episodi incendiari.

Ancora altre misure tecniche adottate da Means pongono i suoi testi in questa prospettiva che, come detto, è votata al racconto di un enigma più che alla ricomposizione di un puzzle. L’accuratezza dei dettagli si accompagna a improvvise aperture.  Accanto alla già citata ingegneria edile di Quello che fecero convive sia la minuziosa descrizione dell’interno del videoregistratore penetrato dalla cassetta col porno amatoriale ne I travagli della vedova ma anche la marcia dei profughi nel deserto dell’Africa. E ancora, questo tipo di accostamento (ancora ne I travagli): “Una cosa sono le leggende – i Sioux del White River credono nel Takuskanskan, il potere del gesto, uno spirito che sottintende ogni movimento – e un’altra è il nostro fiacco mito del rapporto sessuale, l’idea che le anime possano in qualche modo trasfigurarsi in quell’atto; che tutto quel dimenarsi, scivolare, e grugnire possa rigenerarci”.

Ci sono poi accorgimenti minori, forse, che però rafforzano quel senso di coautorialità della lettura di cui parlavo all’inizio. Nell’incipit de La reazione si racconta dall’interno una reazione allergica nella gola del dottor Sloan. Si parla di carne, sangue, pus. Il passaggio successivo, cioè la descrizione dell’esterno (l’isolato in cui vive Sloan) è questo: “Il tramonto sanguinava sugli alberi del suo giardino”, che crea il raccordo con l’abisso della gola prima descritta.

Infine due racconti brevissimi, Quello che spero e Il taglialegna. Il primo è una dolce, spudorata e forse un po’ autoironica dichiarazione d’intenti o manifesto circa quello che David Means vuol fare con la sua scrittura: non limitarsi ad abbandonare i suoi personaggi su una dolorosa spiaggia spazzata dai fantasmi di occasioni mancate.
Il secondo rafforza il senso dell’operare su scienze molli. Il taglialegna si suicida, non sappiamo bene perché. Potrebbe essere perché è pazzo, o per questioni di soldi, oppure perché ha abbattuto tutti gli alberi che gli era consentito abbattere. Si muore perché non si può più costruire con quel che amiamo e neppure distruggerlo, e noi, a pensarci bene, siamo alle prese, tutti quanti, con questo stesso enigma.

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Storie

Chiedi la polvere!

lucapoli

Avete mai letto Bandini? C’è un tizio che vuole scrivere e alla fine ci riesce, ma…

[L’oro e l’orrore della scrittura, dello scriverne: l’amore assoluto per il mondo fuori, la compassione che proviene dal segno sul foglio, fino a volerlo riscrivere, il mondo fuori, per salvarlo; l’intuizione dell’immortalità, attraverso la traccia del nostro passaggio su questa terra; ma Camilla non la salvi coi dollari del primo libro; e di contro quel Sammy, da solo nel deserto, resta un pessimo scrittore e un uomo ancora più detestabile; il senso di colpa, l’atteggiamento e il punto di vista mutevoli, perché cattolici oltre ogni più ottuso ateismo – o perché capaci di comprendere ogni cosa; concentrarsi sul mare in tempesta mentre quello ti sta inghiottendo per meglio descrivere il momento in cui stai affondando (“evitando eccessi descrittivi”) e puntualmente affondare; fino al terremoto, causato dall’adulterio del piccolo Bandini (“Che fare, allora? Alzerò la faccia al cielo, balbettando e farfugliando con voce impaurita? Mi scoprirò il petto e lo percuoterò come un tamburo per attirare l’attenzione del mio Cristo? O non è forse più ragionevole che io mi ricopra e continui il mio cammino? Ci saranno momenti di confusione e momenti di desiderio, e altri in cui la mia solitudine verrà alleviata solo dalle lacrime che, come uccellini bagnati, cadranno ad ammorbidire le mie labbra aride. Ma ci sarà consolazione e ci sarà bellezza, come l’amore di qualche fanciulla morta. Ci saranno risate soffocate e la quieta attesa della notte e una tenue paura dell’abbraccio avvolgente e derisorio della morte. E la notte verrà, e con essa i dolci oli delle mie marine, versati su di me da chi ho abbandonato per inseguire i sogni della mia gioventù. E io sarò perdonato, per questo e per altro, per Vera Rivken e per l’incessante battere d’ali di Voltaire, affascinante uccello, e perché mi sono fermato a osservarlo e a sentirne il canto. Tutto mi sarà perdonato, quando farò ritorno alla mia terra sul mare.”); e poi cresce, il piccolo Bandini, è adulto perché sa che non si può salvare scrivendo chi ami se chi ami non si ama da sé, è adulto Bandini che getta il suo libro nel deserto-mare iniziale che sempre è la pagina bianca da cui tutti siamo partiti (“Diventare un uomo migliore: sempre quella era l’idea di Arturo Bandini, di diventare un grand’uomo, di scrollarsi la polvere della strada, di amare uomini e bestie nello stesso modo. Di andare, e non peccare più.”); diventare un brav’uomo e un bravo mago, non come Oz, ammettere con dignità e orgoglio che la letteratura, o meglio il racconto, il pezzo di carta di carne che può passare di mano in mano nei secoli dei secoli come il fuoco di Cormac McCarthy, nasce nel momento esatto del passaggio tra il prologo cantato di Chiedi alla polvere e lo humour razionale dell’incipit del romanzo.]

…ma niente, c’è un tizio che vuole scrivere, e alla fine ci riesce.

(foto: Luca Poli)

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