Microrec

XXI Secolo, Paolo Zardi

Tempo fa ho chiesto – chiedendolo soprattutto a me stesso, su Facebook – perché ci piacciano tanto le distopie.
La domanda era stata innescata da un’intervista a due scrittrici americane letta sul blog di SUR e da questo status dello scrittore Paolo Zardi:

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Quello stesso giorno, poi, la mia copia di XXI secolo è arrivata in libreria; data la coincidenza, ho deciso di darmi subito in pasto alla scrittura di Zardi.

Nel romanzo le cose stanno così: il mondo occidentale è semifinito, schiacciato da assetti geopolitici mutati (si intuiscono, come sole superpotenze rimaste, il Brasile, la Cina e una Russia neozarista). Il proverbiale ceto medio è impoverito del tutto, i migranti neppure prendono in considerazione l’ipotesi di raggiungere l’Europa (un vecchio sotto calde coperte che scruta il mondo dalle finestre di un ospizio, la definisce Zardi) e gli italiani, quando non si accoppano tra loro o con gli stranieri bloccati qui, tentano la fuga verso l’Austria (e qui Zardi anticipa qualcosa dei muri del Brennero, mentre per un istante sembra incrociare il suo romanzo con quello di Bruno Arpaia, Qualcosa là fuori, uscito però circa un anno dopo XXI secolo).

Sopravvivono sacche di apparente normalità pronta comunque a cadere, come nel caso del protagonista – senza nome, un po’ come gli eroi, ad alto potenziale di immedesimazione, del fumettista Vittorio Giardino, che per questo ne definiva poco i tratti somatici rispetto ai caratteri negativi.

A quest’uomo senza nome capita di doversi occupare di quel che resta della moglie Eleonore, in coma dopo un ictus, e di scoprire, rovistando tra le foto di un misterioso telefono, che la stessa aveva una vita segreta con amante annesso.

Sono sufficienti poche pagine per capire che in XXI secolo, nonostante le premesse, non ci troviamo al cospetto di una vera e propria distopia (e neppure di un’ucronia compiuta), quanto di uno slittamento leggero verso un futuro che per molti versi percepiamo come già presente – cui Zardi guarda, non a caso, con la stessa ironia o con lo stesso disgusto del paradosso che destiniamo in genere alla rappresentazione di alcuni avvenimenti e comportamenti, anche individuali, tipici di questi anni.

Un paio d’esempi: l’ironico cinismo con cui Zardi descrive il personaggio di Gregorio (cognato del protagonista), lettore del Fatto Quotidiano pronto a manifestare e a esultare per la caduta di qualsiasi governo, quale che sia; e poi l’apprensione, al limite dell’ossessione, dell’opinione pubblica per la salute di un animale, in questo caso SheHorse, cavallo trans reduce da un brutto incidente nel corso di una gara.

Avanzando nel romanzo, questo slittamento leggero finisce col costituire lo sfondo per quello che definirei il cuore vero dell’opera di Zardi, tutto nella vicenda personale del protagonista che si configura, in fin dei conti, come una storia d’amore o una storia sull’amore. (La donna che attraversa in coma tutto il romanzo potrebbe, questo sì, far d’allegoria per qualcos’altro, ma tutto sommato questa mi pare un’ipotesi un po’ forzata, per quanto suggestiva.)

È dunque soprattutto l’amore, la domanda su cosa-tiene-tutto-insieme, a muovere il protagonista; venditore di sistemi di depurazione, è pronto a difendere coi denti quel che resta di casa, lavoro, famiglia (Eleonore e i due figli) nonostante la crisi. Non gli interessa altro. Così attraversa il XXI secolo, così tenta di superare il coma e la scoperta circa sua moglie, evento che lo trasformerà in una sorta di detective dell’interiorità sua (cui è poco interessato) e della vita di Eleonore.

Dico che qui sta, soprattutto, il cuore di XXI secolo, perché è qui che la scrittura si rende più intensa.
Senza farsi inutilmente psicologico, Zardi avanza con una prosa robustissima, che si appoggia su una cura del dettaglio pressoché insaziabile; noto come scrittore di racconti, in XXI secolo Zardi assume il passo deciso del romanziere puro. Anche perché – e non a caso, in un’intervista, cita Kundera – qui e lì dà l’impressione di divertirsi come accade ai migliori tra i romanzieri, di innescare il lato più ludico dell’atto del narrare – che va ovviamente ben oltre l’ironia o la satira leggera del futuro/presente cui si è fatto riferimento in precedenza.

Detto questo: sfrondato da certe continue riflessioni che rallentano il passo, XXI secolo – che ho letto, famelico, in pochissime ore, e non certo solo per la sua brevità – sarebbe stato secco al punto giusto tanto da poter rappresentare la controparte nostrana de La strada del buon vecchio Cormac McCarthy; o addirittura, del tutto depurato da ogni coordinata geopolitica, avrebbe potuto configurarsi come il racconto della pura meccanica dell’uomo contemporaneo, cui pure Zardi sembra interessato – proprio come Kafka fece con il suo K, insomma.
Così non è, e per il momento Paolo Zardi è solo se stesso, certamente pronto ad affermarsi tra i narratori italiani più interessanti di qui a vent’anni (ne ha quarantasei), e XXI secolo una lettura saporita, con un finale inaspettato soprattutto nel tono.

In conclusione, tornando alla domanda iniziale e dunque alla distopia: in generale, e in parte anche per via di questo romanzo, ho l’impressione, sempre più solida, di goderne come si gode di uno tra i tanti, infiniti intrattenimenti a disposizione di un maschio bianco occidentale. La fine dell’umanità è quasi sempre la fine della nostra parte di umanità: a partire dal remake de La guerra dei mondi di Spielberg fino alle ultime apocalissi di X-Men e altri supereroi*, tendo ad assorbire questi prodotti – che tali restano, il tempo ci dirà se si è trattato di opere d’arte – con lo stesso desiderio di innocuo scuotimento, valido per una sera, che in genere si ricerca nell’horror o nel thriller.

Il futuro, così come un presente davvero alternativo in termini linguistici, emotivi e drammaturgici, sembra non esistere ancora, non ancora concepito dalla nostra fantasticanza occidentale (per dirla con Gianni Celati): questo credo, molto banalmente, e se ci spostiamo più a sud o più a est, troveremo che certe descrizioni di città in fumo altro non sono che quello che già accade (e non certo da oggi) in posti non troppo lontani da noi: si dia un’occhiata, ad esempio, alle cartoline da Tripoli del giovane regista Khaliba Abo Khraisse su Internazionale, per scoprire che il XXI secolo è già lì (dunque: qui); la vita quotidiana, questa creatura media, rassicurante, a tratti innocua o assassina, da quelle parti è già scesa a patti con la guerriglia, col mercato nero, col ricatto costante di una povertà generalizzata e famelica almeno quanto il nostro desiderio di storie.

Quanto a noi: stiamo forse esaurendo il carburante di certe atmosfere non solo distopiche (e non solo letterarie o cinematografiche) in attesa di ricongiungerci con quello che siamo – o che potremmo essere profondamente – nel cuore del ventunesimo secolo di questa vecchia Europa; la quale, come il romanzo, continua a morire – per non morire mai.

 

* Supereroi tra i quali inserirei anche Michel Houellebecq, concepito – perché no – da un Frank Miller infreddolito e assonnato nel corso di una notte di Natale passata in solitudine.

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