Le storie degli altri

La montagna Hemingway — George Saunders

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Foto: Peter Blackaert | Tiger Turtle Magi Mountain, Duisburg

Quando un giovane decide che vuole scrivere ecco che intorno gli sorgono svariate montagne che portano i nomi dei suoi eroi. La montagna Hemingway, ad esempio.
Comincia a scalarla, armato del suo amore per Hemingway.
A un certo punto inizia ad essere stanco. Stanco di imitare. Stanco del senso di claustrofobia che prova mentre cerca di esprimere la sua realtà con la voce di qualcun altro. Stanco, quando cerca di sembrare e pensare come qualcun altro, di falsificare: perché svende la sua esperienza di vita personale, perché omette cose che per lui sono vere e ne aggiunge altre che non lo sono.
Se ha la fortuna di rendersene conto, ridiscende la montagna Hemingway e ricomincia da capo.
Toh, guarda: la montagna Toni Morrison. Sembra più adatta.
E il ciclo si ripete.
Poi un giorno – magari c’è di mezzo l’età o qualche difficoltà che lo porta all’esasperazione – sbotta. Basta imitare. Fine. Qualcosa si spezza. Comincia a sembrare… se stesso. O almeno non sembra uguale a nessuno in particolare. È apparsa una nuova montagna; riesce a vederla, con sopra il suo nome.
Però, quanto è piccola.
Non è nemmeno una vera montagna. Sembra… sembra un mucchietto d’immondizia.
Va bene, va bene, pensa, poi prende e ci sale sopra.
Il lavoro che fa non è il lavoro dei suoi maestri. È inferiore, più modesto, più confuso. È piccolo e trascurabile.
Ma almeno è suo.
Ha mandato quel cane ammaestrato che è il suo talento a caccia di un fagiano bello grasso e ha riportato mezza bambola scassata.
E sia.
Meglio che essere bloccato per sempre.
Metterà insieme le mezze bambole scassate e ne farà un libro.
E infatti è un libro. Un libro è proprio questo: un tentativo fallito che, ciò nonostante, è sincero, sudato, ed emendato il più possibile, date le limitate capacità dell’autore, da ogni falsità e quindi imbevuto di una sorta di purezza.
Un libro non deve fare tutto, ricordo che mi dicevo a quei tempi, a mo’ di consolazione; deve solo fare qualcosa.


George Saunders | Dall’introduzione a Bengodi e altri racconti

 

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