Storie

Dio e la carta

Se all’epoca degli Antichi avessimo avuto già luce e gas, Prometeo non avrebbe rubato il fuoco e forse gli dèi non si sarebbero mai palesati all’uomo. Oppure chissà, magari avrebbero implorato un po’ di attenzione da parte nostra. Di certo, noi non avremmo avuto la più grande scoperta scientifica di tutti i tempi: e cioè la divinità stessa.

Oggi infatti adoriamo la tecnica e la scienza ignorandone completamente il funzionamento, la loro vita interiore. Facendone metafisica. Adorando questo dio che balbetta e stenta a rivelarsi, come dice Walter Siti, e soprattutto non si dà un nome (come del resto dovrebbe fare ogni divinità che si rispetti).

Ad ogni modo. Ieri sono stato a teatro a seguire uno spettacolo su un celebre romanziere cileno. Nel frattempo arrivavano gli sconfortanti dati sulla lettura di libri di carta in Italia. Mettendo insieme le due cose, in nottata ero arrivato a queste conclusioni.
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Le storie degli altri

Però quella non è Holt — Kent Haruf

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Una domenica mattina stavano bevendo il caffè seduti al tavolo della cucina. Sul Post c’era una pubblicità della stagione teatrale del Denver Center for the Performing Arts. Addie disse, Hai visto che danno uno spettacolo tratto dall’ultimo di quei libri sulla contea di Holt? Quello con il vecchio che sta morendo e il predicatore.
Come hanno fatto i primi due, suppongo possano fare anche questo, disse Louis.
Gli altri li hai visti?
Li ho visti. Ma non riesco proprio a immaginare due vecchi allevatori che accolgono in casa loro una ragazza incinta.
Può succedere, disse lei. La gente può fare cose imprevedibili.
Non so, disse Louis. Si è inventato tutto lui. I dettagli li ha presi da Holt, i nomi delle strade e le descrizioni della campagna e la posizione dei luoghi, però quella non è Holt. E i personaggi non esistono. Se li è inventati tutti. Conosci dei vecchi fratelli che somiglino a quei due? Quelle storie sono successe qui?
Che io sappia, no. Nemmeno per sentito dire.
Si è inventato tutto.
Potrebbe scrivere un libro su di noi. Ti piacerebbe?
Non mi va di finire in un libro, rispose Louis.
La nostra storia non è più improbabile di quella dei due vecchi allevatori di bestiame.
Però è un’altra cosa.
In che senso? chiese Addie.
Be’, siamo noi. Non siamo improbabili, non mi sembra.
All’inizio però lo pensavi.
Non sapevo cosa pensare. Mi avevi colto di sorpresa.
Be’, adesso non sei contento?
Sì, è stata una bella sorpresa, non dico di no. Ma ancora non capisco come ti sia venuto in mente di chiedermelo.
Te l’ho detto. Solitudine. Voglia di qualcuno con cui parlare di notte.
Sei stata coraggiosa. Hai corso un rischio.
Sì. In ogni caso, se non avesse funzionato non credo mi sarei sentita peggio. Se non per l’umiliazione di venire respinta. Ma ho immaginato che non saresti andato in giro a raccontarlo, se mi avessi rifiutata l’avremmo saputo solo tu e io. Però ora lo sanno tutti. Lo sanno da mesi. Siamo una notizia vecchia.
Non siamo una notizia vecchia. Non facciamo proprio notizia, di nessun tipo, né vecchia né nuova, disse Louis.
E tu vorresti fare notizia?
No, diamine. Voglio soltanto vivere tranquillo, badare alle cose di ogni giorno. E di notte venire a letto con te.
Be’, è proprio quello che stiamo facendo. Chi si sarebbe aspettato che a questo punto delle nostre vite potesse capitare una cosa del genere. Chi l’avrebbe mai detto? Per noi le novità e le emozioni non sono finite. Non siamo diventati aridi nel corpo e nello spirito.
E non stiamo nemmeno facendo quello che pensa la gente.
A te andrebbe? chiese Addie.
Dipende solo da te.


Kent Haruf | Le nostre anime di notte

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Le storie degli altri

Patire e sapere che non è reale — Julio Cortázar

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Parlo sempre del poeta, disse Andrés. Sospetto che il poeta sia l’uomo per il quale, in ultima istanza, il dolore non esiste. Gli inglesi hanno detto che i poeti imparano soffrendo ciò che insegneranno agli altri cantando; ma questo malessere il poeta non l’accetterà mai come reale, e la prova è che lo trasforma, gli dà un senso diverso, ed è proprio questa la cosa peggiore: patire e sapere che non è reale, che non ha potestà sul poeta poiché lui lo manipola e ne fa poesia, e in più nel farlo, gode come se stesse giocando con un gatto che gli graffia le mani. Il dolore è reale solo per chi lo soffre come una fatalità o una contingenza, dandogli diritto di cittadinanza, ammettendolo nella sua anima. In fondo il poeta non ammette più il patimento: soffre ma allo stesso tempo è quell’altro che lo guarda soffrire fermo ai piedi del letto, pensando che fuori c’è il sole.


Julio Cortázar | L’esame

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Le storie degli altri

Cadenza e intensità — Ricardo Piglia

Solo nei film di Hollywood è sbagliato raccontare il soggetto; nei romanzi invece la trama è soltanto una guida, o meglio la mappa di un territorio che si va trasformando mano a mano che procediamo. Quando diciamo che non possiamo smettere di leggere un romanzo è perché vogliamo continuare ad ascoltare la voce narrante. Ben oltre l’intrigo e le peripezie, c’è un tono, che definisce il modo in cui la storia si muove, fluisce. Non si tratta tanto dello stile, dell’eleganza nella disposizione delle parole, quanto della cadenza e dell’intensità della narrazione. In definitiva il tono determina la relazione emotiva che il narratore intrattiene con la storia che sta raccontando.

*

Regola d’oro per gli scrittori debuttanti: se l’immaginazione scarseggia, occorre essere fedeli ai particolari.


Ricardo Piglia, 9 febbraio 2012

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Storie

La visione di Sara Taylor

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Non era abbastanza grande per essere il dente di una mucca. Probabilmente era appartenuto a un cervo che era stato aggredito dai coyote. Oppure era da poco morto di vecchiaia, sotto quel cielo, con il vento che si portava via la sua anima e i piedi delle Blue Ridge a fare da contorno alla scena. Non un brutto posto per morire, tutto considerato.

C’è un punto, più o meno a metà di Tutto il nostro sangue, in cui il lettore potrebbe sentirsi smarrito, abbandonato dall’autrice Sara Taylor tra le paludi e le sabbie e i sentieri di gusci d’ostrica delle Shore. Dopo cinque o sei capitoli in cui si susseguono stupri, fughe ed evirazioni notturne si è un po’ frastornati, e la domanda è la seguente: dove ci sta portando Sara Taylor? Siamo sicuri che si tratti di un romanzo, e non di una semplice raccolta di racconti?

Per quanto legittima, la domanda è anche fuorviante, così come il ricorso a classificazioni e generi che servono a rassicurare più certe direzioni marketing che i lettori – soprattutto, poi, quando si è alle prese con una generazione di scrittori, quella a cui appartiene la stessa Taylor, in grado di gestire temi e soluzioni formali tra i più disparati (la tradizione, direbbe qualcuno) in un’unica opera. Con un po’ di pazienza, dunque – la stessa che si mette nella ricostruzione e nelle ricerche imbastite a partire da un albero genealogico, ad esempio – il lettore si schiarirà le idee e pian piano vedrà riannodarsi i fili del racconto. Non tutti, però.

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Storie

La nostalgia rigorosa di Annie Ernaux

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È storia di qualche settimana fa: Il posto di Annie Ernaux torna in classifica, a due anni dall’uscita per L’Orma Editore, grazie all’iniziativa popolare di Modus Legendi. Circostanza singolare, non tanto per la qualità dell’opera quanto perché quella della Ernaux, pur non essendo particolarmente complessa, è tutt’altro che una scrittura piacevole o accomodante – ancor meno da classifica. Nel corso della sua vita – più che della sua carriera, è il caso di dire – la scrittrice francese ha sempre attinto alla sua biografia. A partire dalla morte del padre di cui si legge proprio ne Il posto, la Ernaux ha parlato di un aborto, di un cancro, della morte prematura di una sorellina, fino al tentativo di fondere insieme, ne Gli anni (2008, nella cinquina del Premio Strega Europeo), la storia collettiva del Novecento francese con quella personale.

In generale, nessun desiderio letterario sembra attivare la scrittura della Ernaux quanto, piuttosto, la necessità di comprendere, di mettere a fuoco senza farsi troppe illusioni circa il risultato finale. Nella sua opera manca del tutto l’artificio, il trucco, la codina bitorzoluta dell’autore che voglia a tutti i costi compiacere o portare dalla sua il lettore. Solo ne Gli anni troviamo dei sussulti stilistici che ne fanno forse il testo più contemporaneo di una scrittrice che resta, comunque, fortemente novecentesca: l’alternarsi della prima persona plurale col punto di vista, alla terza singolare, del personaggio-narratrice; l’uso, quasi virtuosistico, degli elenchi; e infine un certo intersecarsi dei piani temporali, quasi a sussurrare che il tempo non scorra affatto come siamo abituati a pensare.

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