Storie

La quarta persona

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Il motore di ricerca interno mi mette sotto il naso un breve video, durerà al massimo un minuto, forse meno, mi colpiscono subito i colori pastello del mare, forse anche del cielo, un cielo azzurro-bianco di mezzogiorno di giugno che si staglia all’orizzonte e piomba leggero, a volo di rondine, su un molo lontano come una nostalgia altrui, una nostalgia raccontata, insomma, e pure bene, certo, ma non vissuta, non in prima persona almeno, e allora apro il video e in primo piano, un primo piano che si allarga e ruba la scena allo sfondo di cielo e molo, in primo piano c’è la poppa di un’imbarcazione, un piccolo yacht di quelli che si usano per ciondolare indolenti nel Mediterraneo, e a poppa tre sdraio, tre ragazze in costume, abbronzate, che bevono qualcosa da bicchieri di plastica, il liquido è colorato e loro sorridono e sonnecchiano, mentre in primissimo piano, vicino al bordo dello yacht, su un asciugamano di tela blu, c’è un uomo, ha anche lui un bicchiere in mano ma sembra dormire, il volto non lo vedo, steso com’è verso poppa, e allora una delle ragazze si alza, è magra, capelli scuri fino al culo, un bel culo normale, bello perché normale, su quel corpo magro e formoso, comunque formoso come richiesto alle modelle secondo il gusto dell’epoca, la ragazza si è alzata e balla col bicchiere in mano, mi accorgo adesso che lei, a differenza delle altre due che adesso ridono e bevono, bevono e ridono, non ha gli occhiali da sole, per cui mentre balla girando su se stessa come una bambina che ha appena scoperto i capogiri, mentre balla a un metro dall’uomo sul telo da mare posso vedere che ha uno sguardo, semplicemente ne ha uno mentre gli altri attori, perché questo sono questi ragazzi o turisti o amanti nel breve spazio di questo video, gli altri attori no, per via degli occhiali o dell’ombra o della prospettiva, e la prospettiva cos’è, in fondo, la prospettiva, se non gettare ombra o luce su un certo fatto?, e la ragazza, il suo sguardo, il suo sguardo mi dice che ha vent’anni, al massimo ventitré, ed è in questa cosa, in questa vacanza con amici decisamente da adulti, perché è da adulti a vent’anni dire ai propri genitori guardate, io parto per il sud dell’Europa in barca, una piccola barca a noleggio o forse, perché no, di proprietà di questo ragazzone che sonnecchia sotto il sole, cullato dal mare, sorseggiando un Mojito o del rum, questo ragazzone che ci ha invitate, me e le mie amiche o forse no, forse non sono mie amiche, forse le ho conosciute qui, in viaggio, o poco prima di partire, grazie a quest’invito, grazie a questa vacanza che ha fatto storcere il naso alla mamma, forse persino a mia sorella, mia sorella che non si può certo dire non abbia mai fatto cose strane tipo quella volta in Svizzera, quando superò il confine di notte, in pieno inverno, a piedi, ubriaca e innamorata, per amore, o forse perché era pazza, solo pazza, ma questo non le impedisce di chiedermi se lo sto facendo sul serio, se davvero partirò con questo ragazzone conosciuto per caso e che per caso ha una barchetta con cui scorrazza felice per il Mediterraneo, ogni anno con una compagnia diversa, preferibilmente femminile, e allora è per questo che mi alzo e che ballo, così, dal nulla, m’è preso un raptus, per non pensare, la scia della poppa, più in basso, quella non la vedo ma vedo la mia, la scia di cose lasciate indietro, incluso il giudizio dei miei, di mia sorella, quella la vedo, la sento, mentre ballo, dal nulla, mi agito, ballo su una gamba sola e mi rivolgo a lui, al ragazzone che sonnecchia, i laccetti del costume che rimbalzano sulla mia pelle abbronzata, mi rivolgo a lui perché si svegli e mi noti, è una danza per lui, per la sua gentilezza, per il divertimento che ci regala, e così la guardo, guardo la ragazza che si è alzata e si ferma solo per lasciare il bicchiere da qualche parte e riprende a ballare, un ballo strano, su una gamba sola, gira su se stessa con le braccia al cielo, saltella, c’è armonia, forse è una ballerina o una della tv, con la ricerca interna non si sa mai ma non ho fatto caso alla descrizione del video, non m’interessa sapere chi sono questi quattro oltre quello che vedo, è così che funziona con gli attori, poco importa che sia un film o un banalissimo video, la ragazza balla, non si ferma, attira l’attenzione del tipo, finalmente c’è riuscita, leggermente accovacciata saltellando in avanti come se dovesse sedurre, lei gallo, lui gallina, e detto così potrebbe apparire pittoresco, molto pittoresco, ma è molto sexy, dio mio se lo è, e lo è, ne ho conferma quando vedo che lui è in piedi, senza bicchiere, un costume rosso ancora spiegazzato dalla posizione assunta quand’era disteso, un costume spiegazzato soprattutto davanti che fa pensare a un’erezione, non ci sarebbe da stupirsi, tutto è erezione se c’è meraviglia, meraviglia improvvisa, improvvisa come questa danza che è un di più, non richiesta affatto, del resto non c’era mica bisogno di mettersi in piedi e ballare per avermi, per chiedermi d’avermi, per quest’atto burocratico che è la danza maschio/femmina coi ruoli sovvertiti tra preda e cacciatore, ecco cosa mi attira, mi stuzzica, che tu vuoi cacciare me, ragazzina, soprattutto perché non ce n’è bisogno, perché stamattina dovevamo sonnecchiare, riposare, dopo il casino di ieri sera, e ricaricarci, perché stasera altro casino, altra cena di tutto rispetto e bevuta colossale e balli fino alle quattro o le cinque del mattino, in Grecia o in Albania, e invece no, vuoi esercitare un diritto di prelazione, vuoi arroventare il vantaggio che hai comunque sulle altre, e allora eccomi, eccomi in piedi ad accontentarti, ragazzina, ma t’assicuro che ti lascio fare, e se ti lascio fare ancora, accovacciata come se covassi un uovo di carne, è solo per impormi, impormi in un secondo momento, per imporre la mia danza da cacciatore, per questo ti guardo, ti seguo soltanto muovendo solo i miei lunghi piedi mentre tu punti uno dei tuoi, una mano sul ginocchio, e scarichi tutta l’elettricità della danza sull’altra gamba, che si muove epilettica, regolare, è un ballo che abbiamo fatto ieri sera, ora ricordo, te l’ho insegnato io, ti faceva ridere e faceva ridere le altre, che ridono ancora, tutte tranne la quarta persona, quella non vista, quella fuori campo, la più importante, loro ridono e io no, io no dietro i miei occhiali da sole con la montatura arancio, dici che ti fanno pensare ai colori accesi dei volti dei pagliacci, alla tua paura dei sorrisi dei pagliacci da bambina, tu e questa tua sorella di cui parli, questa sorella che inviteremo l’anno prossimo, anche lei, perché no, non ti scandalizza la cosa, questo mi piace, di te, ragazzina, che non ti tiri mai indietro perché come me sai che si fanno solo passi avanti, anche quando sei immobile, anche quando vuoi solo arretrare perché hai la paura che ti si ficca in gola come un ghiacciolo, e allora balliamo, ragazzina, ma adesso avanzo io, mentre il suo piede epilettico è in primissimo piano e il ragazzone imita quegli stessi passi, per un attimo sono coordinati, la ragazza e il ragazzone, il ragazzone coi capelli bianchi o forse ossigenati, capelli, in ogni caso, che non passano inosservati, specie se davvero bianchi, per uno di quell’età, per uno con quei muscoli, gonfi e asciutti insieme, c’è del buon gusto a gonfiarsi così, in questo modo comunque sobrio, che si nota solo nell’esibizione della nudità e non gonfia, sformandolo, il vestito da sera, e il ragazzone balla, deciso, erezione o meno è il cacciatore, adesso lui, e le ragazze sullo sfondo ridono, ma più piano, come imbarazzate da quel ristabilirsi di ruoli, lui di nuovo cacciatore, lei meno che preda, già avuta, divorata, che sorride ripresa al corso degli eventi, sorride a se stessa, di se stessa, un sorriso che in via del tutto teorica non ammetterebbe quello delle due sullo sfondo, perché da sorridere non ci sarebbe un bel niente, e non a caso lui no, il ragazzone mica sorride, è serio e prosegue nella sua danza, accovacciato col piede puntato e l’altro che batte per terra anche lui, è un gioco tra loro, al massimo a tre, cos’avete da sorridere voi due, tu che hai sollevato gli occhiali, tu che giochi con la cannuccia tra i denti, voi due ancelle, voi due che ballate e invidiate, ma solo di notte, quando ci fermiamo, negli alberghi e nei ristoranti, cosa siete venute a fare, non è voi che vuole, anche quando vi ha, quando vi prende, quando vi chiede di chiudersi in camera o sottocoperta insieme, non è un caso, non è un caso che con voi ci va insieme e con lei o con me da solo, non è un caso, pensateci, cosa siete venute a fare?, ma se non foste venute non sarebbe stato lo stesso, è per differenza e sottrazione che lui si eccita, danza, sceglie lei e non voi, ma se non ci foste non sarebbe ammissibile, non potrebbe scegliere, né lei né me, e così si lascia andare, la travolge a distanza, indietreggia verso il bordo della barca, salta sulla balaustra, in equilibrio su quel filo di ferro luccicante che lo separa dal mare, se ne infischia di tutto, come fosse stanco di voi tutte, non di me, agita un braccio, una mano, e si tuffa all’indietro con una capriola nell’aria, e sparisce nel blu del Mediterraneo mentre voi tutte ridete, lei pure ancora in piedi con la danza che si arresta sfumando nei talloni, lei che lo ha svegliato, voluto, cacciato e allora si gira verso di me, senza più sorriso né enfasi e chiede, chiede col tono di voce, quello basso e calmo di sempre quando sa che è in vantaggio su di me o sugli altri, su una sorella maggiore o sul resto del mondo quando sua sorella non è che un pixel tra i tanti del resto del mondo, chiede se ho ripreso, se ho filmato tutto, dall’inizio o a metà, se c’è lei che si alza, che balla, le due ancelle che ridono, lui eccitato, lei preda, lui che si tuffa per rimandare la scelta tra quattro, io al di qua del piccolo schermo, l’anno prossimo, quando avrò accettato l’invito.

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