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Rogue One — A Star Wars story

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«I have a baaaaaad feeling about this.»

Bisogna guardarlo tutto, fino al doppio schiaffo finale, Rogue One, per capire che è un finto spin-off di Star Wars, e che invece si tratta del meraviglioso anello mancante tra Episodio III e Episodio IV.
Un doppio schiaffo che forse neppure L’Impero colpisce ancora seppe regalare nell’epoca d’oro della saga di George Lucas.

Oppure: concentratevi sulla colonna sonora di Michael Giacchino, per capire quanto Rogue One sia un vero ritorno a casa molto più di quanto non fosse Episodio VII. Giacchino sostituisce John Williams accarezzando i suoi leitmotiv, rielaborandoli appena e poi allontanandosene a velocità luce come una fregata imperiale nell’iperspazio – e fate caso, invece, a quanto certi passaggi elettronici o certe chitarrine distorte a zanzara nella serie Clone Wars stridano con l’estetica di Star Wars.

Perché in fondo Star Wars è proprio questo: un blockbuster epico e fiabesco, a volte sci-fi altre fantasy, e poi geopolitica – dunque guerra, e Rogue One è un film di guerra – e ancora, soprattutto: estetica.

Quanto al blockbuster: è riuscito, ed è il caso di Rogue One, quando non è inferiore al suo trailer e quando hai voglia di restare seduto, a visione ultimata, per riguardarlo daccapo: significa che il film ha ritmo, che le scene d’azione sono ben congeniate e che i dialoghi sono semplici* al punto giusto.

E siamo all’estetica.
Il punto di forza del lavoro originale di George Lucas e soci – su tutti Ralph McQuarrie – era tutto nell’aver disegnato modelli e scenografie per una fantasticanza che non sarebbe invecchiata mai: un’estetica vicina, da un lato, nelle uniformi, nelle armature e nelle astronavi imperiali, al design pulito e gelidamente sexy di 2001: Odissea nello spazio (cui ancora guardano film come Interstellar, per fare un esempio), e da un altro più sporca – qui l’innovazione della Lucasfilm, probabilmente – se pensiamo alla ruggine degli hangar, delle basi e dei veicoli ribelli.

Forse anche per questo la saga, a differenza di altre mitologie contemporanee – quelle dei supereroi Marvel e DC, altro esempio – ha avuto, fin qui, prequel e sequel ma mai alcun reboot compulsivo; perché semplicemente non ce n’è bisogno, al di là di qualche piccolo aggiornamento.
Come accade appunto in Rogue One.

mcquarrie

Ralph McQuarrie

Fedele alla visione di George Lucas, Rogue One accorda l’estetica della trilogia originale – anche perché ad essa cronologicamente più che prossima – con un sentire più contemporaneo. Dunque abbiamo ritmi più scanditi e un’atmosfera leggermente dark, meno manichea del solito, soprattutto a sinistra, per cui i ribelli sono un po’ meno buoni del solito – mentre da sempre i cattivi di Star Wars sono personaggi più profondi, a partire ovviamente da Anakin/Darth Vader (quasi raffinato, proprio in Rogue One, il suo mettere in guardia dall’ambizione l’arrivista Crennic) fino a Kylo Ren e, perché no, persino Palpatine: per quanto sadico e doppiogiochista, i fan di Star Wars dovrebbero sapere quanto l’allora cancelliere avesse ragione nella sua analisi dottrinale di Lato Oscuro e Lato Chiaro come elementi inscindibili della Forza.

Proprio l’assenza della Forza, invece, dà forse una mano in questo piccolo aggiornamento contemporaneo da parte di Rogue One; tra Episodio III e IV, infatti, i Jedi sono sterminati o quasi e la dottrina ridotta a superstizione, come ricordano gli ufficiali dell’Impero a un Darth Vader ancora sotto tono: e così per Gareth Edwards e sceneggiatori è decisamente meno arduo tratteggiare una serie di personaggi che prescindono da qualsiasi tipo di spiritualità o vi ricorrono, al massimo, nello scetticismo di chi gli sta attorno – è il caso del monaco cieco Chirrut, ma anche il nostro, cioè di un pubblico contemporaneo di bianchi occidentali piuttosto materialisti, lontani da uno degli aspetti forse più kitsch di tutta la saga (tanto che negli Episodi I, II e III si era tentato di dare alla Forza addirittura qualche fondamento scientifico con l’introduzione dei Midi-chlorian, poi subito accantonati)**.

Ma la nuova accordatura di Rogue One, che pure consente di andare a sistemare bug e ingenuità dei vecchi film (adesso sappiamo perché la Morte Nera era così facile da distruggere), non elimina la commistione dei registri tipica della cinematografia di George Lucas; anche qui commedia e tragedia si mescolano senza soluzione di continuità, e pur mancando i “Ti amo” e i “Lo so” in punto di morte di Leia e Han Solo, l’oscurità non finisce mai per ammantare l’opera col vessillo nero del cinismo di certa fiction occidentale (quello sì una dittatura, altro che bandiere imperiali).

Del resto, Rogue One si conclude con la stessa parola – e con le stesse astronavi – con cui si apriva il primo film del 1977, e questo dovrebbe dare l’idea di un’opera in grado di emozionare e sorprendere anche il pubblico più scettico e smaliziato.

Rogue One: A Star Wars Story (Donnie Yen) Ph: Film Frame ©Lucasfilm LFL

Proprio questa cucitura nel finale – altro che lo strappo che potrebbe rappresentare un vero spin-off – questo ricongiungimento a colpi di ceffoni, ci porta al nocciolo della questione: ovvero quanto Star Wars sia un fenomeno di costume, quanto, di trilogia in trilogia, continui a essere letto alla luce di fatti e dinamiche storiche presenti – chissà cosa si dirà dei ribelli kamikaze di Rogue One o, a posteriori, dell’epilogo delle guerre dei cloni così simile al golpe mancato in Turchia***; ma anche, perché no, in parallelo come una storia dell’evoluzione degli effetti speciali nel cinema di fantascienza – in fondo la saga ci ha fatto discutere animatamente prima di modellini di astronavi, poi di computergrafica vaporwave anni ’90/’00 e infine, con l’aiuto di John Knoll (inventore di Photoshop, tra le altre cose) preannuncia un’epoca in cui gli attori tornano dopo la morte per recitare ancora, come nel caso di Peter Cushing, deceduto nel 1994, che in Rogue One è di nuovo il Gran Moff Tarkin.

Sempre in quella cucitura finale, Rogue One ci dice un’altra cosa: per quanto la Disney abbia voluto sopprimere l’Universo Espanso****, l’esplosione mitopoietica che avvicina Star Wars alla Bibbia o a qualsiasi altro testo sacro è ancora tutta lì – tanto che i fan se ne sbattono e riempiono Youtube di video e persino di canzoni ispirate alla saga; in altri termini, Star Wars è un’opera ancora sterminata e soprattutto aperta*****, espandibile all’infinito, in cui citazioni, rimandi, easter egg – a decine in Rogue One, ovviamente, ma tutt’altro che pelle morta come in Episodio VII – si confondono con peculiarità e potenziali reinterpretazioni della cosmogonia stellare: il che significa pure che l’imprinting iniziale voluto dalla Lucas Film, che è poi la stessa casa di produzione da cui sono venuti fuori film e videogiochi come Indiana Jones e Monkey Island, è tutt’altro che perduto******.

* Semplici e perché no legnosi: al cinema chiediamo di fare il cinema, non la vita.
** Sto dicendo che bisognerebbe tagliar fuori ogni aspetto legato alla Forza, per rendere Star Wars più credibile? Assolutamente no. Piuttosto noi occidentali dovremmo sforzarci di credere in qualcosa (e del resto molti fan di Guerre stellari hanno fatto della saga una sorta di religione).
*** Io che però ho conosciuto un tunisino in fuga dalla Libia di Gheddafi, originario di Tatawin, cioè la Tatooine di Luke e Anakin Skywalker, tendo invece a non dare troppo peso a queste letture. Semplicemente, Star Wars riesce a toccare corde universali in fatto di geopolitica e storia, mettendo in scena dinamiche che si ripetono in ogni guerra o colpo di stato, tutto qui.
**** Universo Espanso in cui erano videogiochi e fumetti – anche fan made – a fare, anche più intensamente, quello che fa adesso Rogue One.
***** Credo che solo uno scrittore come Roberto Bolaño, peraltro appassionato di fantascienza, sia riuscito a fare, negli ultimi anni, di un’opera (la sua) un’opera aperta e sterminata come quella di Star Wars, forse anche involontariamente. Ne avevo parlato con la sua traduttrice, sottolineando come poi Bolaño scriva persino la parte fan made della sua fiction.
****** E adesso, per concludere con lo stesso spirito di quell’imprinting, un po’ di sano boogie da Mos Eisley, Tatooine (o Tatawin?):

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