Storie

La lingua fascista

25-aprile-red

Il 25 aprile di diversi anni fa ho avuto il piacere e la fortuna di trovarmi a cena con Ludovico e Arturo Brachini. Diversi anni fa: quando passa tanto tempo da un certo fatto, la sensazione è che quel fatto sia avvenuto in un universo parallelo.

Ad ogni modo, all’epoca i due cugini scrittori non erano ancora troppo noti al grande pubblico. Ludovico era ancora tutto preso dal suo lavoro di oncologo e scriveva raccontini pseudofilosofici per riviste cosiddette underground – e da qui la definizione di ontologo. Da parte sua, Arturo era perso invece nel tentativo di gettar fuori da se stesso la scrittura, nient’altro che la scrittura, lasciando dentro lo scrittore – insomma, aveva già licenziato tre o quattro libri sotto improbabili pseudonimi come Nero Desideri, Aristide Bamba e M. Montanaro.

Il locale in cui ci portò Ludovico si chiamava La Tessitura, un ristorante sbarra pizzeria illuminato premeditatamente bene, nel senso che a vederlo dall’ingresso pareva la sublime scena di una tragedia greca, con queste luci che scendevano sottili dall’alto a rimembrare la caducità dell’esperienza umana – cioè del cliente; mentre una volta seduti diveniva subito chiaro come fosse praticamente impossibile, in quella penombra, guardare in faccia i propri commensali o quello che avevi nel piatto. Inoltre, la posizione dei faretti di caldo lucore finiva con l’illuminare dal basso i camerieri, una volta che quelli venivano al tavolo, dandogli una statura di divinità indistrutte e provvisorie.

Mangiammo un primo, un secondo e un dolce, tutto abbastanza dimenticabile, per cui sorvolerò su questi dettagli e andrò subito al nocciolo della questione: dopo poco che mangiavamo, uno tra noi – non ricordo chi – ricordò agli altri che era il 25 aprile. Ci interrogammo subito, già su di giri più per la scarsa luce che per il vino, sulla qualità e sulla quantità delle manifestazioni antifasciste che si erano tenute in tutta Italia quel giorno.
“Alla lunga, essere anti-qualcosa serve solo a dimenticare cos’è che ti piace davvero. Chi sei davvero” disse Ludovico.
“Sentilo” disse Arturo.
“Sarebbe a dire?” domandai.
Rispose Arturo. “È chiaro cosa vuol dire questo democristiano. A furia di essere contro qualcosa…”
“Aspetta” lo interruppe il cugino. “Essere contro è diverso che essere anti. Se vogliamo, uno che è contro qualcosa lo è ogni santo giorno. È coerente. Gli anti- invece lo sono, guarda caso, esclusivamente in determinate giornate e poi se ne dimenticano.”
“Com’è e come non è” disse Arturo, “il succo della questione è che più che anti- è necessario essere pro-qualcosa. Essere, come dire, propositivi, impegnati in un progetto di costruzione che in una cagnanza di guardiania democratica. Giusto?”
“Stai banalizzando la mia posizione, cugino.”
“È una questione complessa, in effetti” dissi io, con fare passivo-aggressivo da arbitro di un match di wrestling già bello e venduto.

La discussione andò avanti tra una portata e l’altra. Mi accorsi subito che Ludovico giocava una partita parallela col cameriere, un ragazzo dai tratti indonesiani e con diversi tatuaggi che sembravano voler fuggire dal collo della camicia, che parlava un italiano neutro, pulito, iridescente. La partita consisteva nella conquista senza prigionieri della fiducia del ragazzo. Mi chiesi perché, ipotizzando che Ludovico fosse in qualche modo attratto dal giovane, ma poi lasciai perdere quando la discussione tra i due cugini scrittori prese a infittirsi ulteriormente.
“Complessità” disse Ludovico. “Ce l’hai sempre in bocca come una mentina per l’alito.”
“Riduzione. Ecco invece la tua parola d’ordine.”
“Riduzione a…?”
“Riduzione a…?”
“Se parli di riduzione, sottintendi che ci sia qualcosa di complesso, di maestoso e ingestibile che il sottoscritto tende a ridurre in qualcosa di più maneggevole.”
“Vuoi fregarmi.”
“Macché. Sei tu che freghi i tuoi lettori. A prescindere dal nome che ti dai. La tua prosa, ne abbiamo già parlato, è truffaldina, per boccaloni. La chiami complessità, ma resta un furto.”
“Un furto di che?”
“Di tempo dei lettori e soprattutto di chiarezza. Il tuo prosare denso e ritmato, gotico e melenso insieme, con quella scusa di far poesia narrativa. E dentro, al centro-nucleo di tutto, non c’è niente. Un muro di edera sfatta e deforme che lascia presagire una villa splendidamente decadente all’interno; e invece al centro non c’è niente, ripeto.”
“Sentilo, lo scheletrizzante.”
“Scheleche?” intervenni.
“Lui” disse Arturo, “risponde al suo timore della complessità – perché è questo che fa, il qui presente dottor autoreferenzialità – con la presunta limpidezza. Leggi Hemingway e poi muori. E allora denutrisce la sua prosa, il dottor dottore. La scheletrizza. La scheletrifica. La spolpa e la scarnifica. Restano questi fatterelli da niente gettati in faccia al lettore al grido di: Questa è la verità! Non fatevi prendere per il culo!”
“Fascista” disse Ludovico. “A proposito: fascista, sì. Fascia la tua prosa che erige muri d’incomprensione. Burocrazia letteraria. Filtri infiltrabili soltanto da spie suicide. Ecco cosa. A proposito di un giorno come oggi.”
“Sentilo, lo scrittore senza più scrittura. Il letterato senza lettere. Il medico imprestato a – altro che riduzione a.”
“Be’, passerei al dolce” dissi io.
“La retorica” riprese Ludovico, “perché di questo stiamo parlando, di questo artismo senz’arte che è il tuo, della cioè letteratura super-cazzola che non vuole niente perché alla base, in fondo, abbiamo un autore che denigra se stesso e con questo anche il suo…”
“L’antiretorica, invece? Allora sei anti- anche tu, cugino.”
“La retorica è sempre fascista. L’orpello lo è. Il barocchismo lo è. Cela la verità sotto un ammasso di rovine iperletterarizzanti. Cane. Non cugino. Tu mi sei cane.”
“Ragazzi…”
“Tranquillo. Allora sappi che il tuo cane abbaia questo: la presunta limpidezza dei tuoi testi non dice la verità che invece vorrebbe e che andrebbe detta, e cioè che non c’è una verità. Tu con la tua sintassi da trenino giocattolo – locomotiva, vagone passeggeri, vagone merci, stop – imponi e disponi che ce ne sia una. Questo è fascismo inveterato, che è peggio del fascismo che oggi si celebra non celebrandolo, o celebrandolo indirettamente, in differita.”
“Allora è come dico io. Sei tu che il 25 aprile riporti in vita un morto stecchito.”
“Quest’ultima cosa non volevo dirla, forse. O forse non volevi tu.”
“D’accordo” intervenni, “siete pari.”
“No” disse Arturo. “Lasciami dire: fascismo è arrivismo. Questo al giorno d’oggi. E tu che scrivi queste sceneggiature mancate, cugino padrone (se io sono un cane), tu che slabbri il tuo timor di complessità in questa linguina di frasine e frasette non limpide ma idiote come soubrette da tv insaponata, tu sei autore di una lingua fascista – nel desiderio di imprimersi nella memoria del lettore con la stessa magniloquenza di un altare della patria o monumento razionale a un tempo che fu e non fu mai, mentre era – ma sintetizzando: tu punti al cinema, ecco tutto: che i tuoi libri diventino cinema facile, questo desideri, scimmia arrivisto-fascista che non sei altro. Denaro, denaro, denaro: zero materia. Dei tuoi libri fai un ponte, che i partigiani letterari faranno saltare, stanne certo.”
“Partigiani letterari?” domandò, senza chiedere davvero, Ludovico. E chiamò il cameriere.
“Ma paghi tu” disse il cugino, guardando altrove.
“Oh, no, mi hai invitato tu” disse Ludovico.
“Io? Come potrei mai invitare al mio tavolo un cane necrofilo come te?”
“Scusate” dissi io. “A proposito non di questo ma di cinema italiano. Non ricordo il titolo, ma avete presente quel film di Pieraccioni?”
“Leonardo?” chiese Arturo.
“No, Donatello” smorzò in sorriso Ludovico.
Chiamai il cameriere, dato che non veniva ancora. Prima che arrivasse dissi ai due cugini di reggermi il gioco. Spiegai che avremmo fatto come facevamo gli italiani con gli allegati di guerra, nazisti americani o russi che fossero: illusione di responsabilità. E così sfruttai l’alleanza sentimentale tra Ludovico e il ragazzetto simil indonesiano per proporre un gioco.
“Faremo una gara” dissi buttandola sul classico tono scherzoso serio da fine cena aziendale. “Una corsa a perdifiato, e chi perde paga il conto, visto che tra i due litiganti il terzo, che sarei io, non vuol certo godere di questo privilegio.”
Sulle prime il ragazzo parve non intendere. Chiaro che era troppo giovane, lui beato, per ricordare quel film, forse persino quel regista. Ah, i toscani e il loro modo di riconquistare la lingua italiana con l’umorismo televisivo secoli dopo il buon vecchio Dante, pensai. Comunque, ci portammo fuori, nella notte illuminata a buio dal suo essere una notte già perduta in ricordo.
Spiegai al ragazzo, di cui vedevo ora solo gli occhi verde-nube radioattiva, che avremmo corso fino all’angolo. Qualche metro appena, perché eravamo satolli e a corto di fiato per la discussione. Lui sarebbe stato il giudice, garante del podio. Il ragazzo si guardò intorno come fanno i giovani quando scoprono che gli adulti… quando scoprono gli adulti come loro simili quanto a cazzeggio, desiderio d’immortalità.

Non seppi mai, perché non ne abbiamo più parlato, se Arturo e Ludovico Brachini avevano visto quel film che dicevo, ma di certo compresero subito in che consisteva il mio piano. Gli scrittori sono furbi e sempre provinciali, mica cattivi. Ci mettemmo in posizione, bassi sulle ginocchia col pericolo di restarci, e partimmo già sfiatati, ruttando, e corremmo a perdifiato, fino all’angolo, più ridendo che altro, solo i nostri passi a risuonare in quel 25 aprile che era l’ennesimo luogo di eco lontane e invissute, più che una data o ricorrenza, e poi non paghi svoltammo l’angolo e proseguimmo finché la corsa non tornò passo franco e il conto della tessitura un altro ricordo da universo parallelo, forse abitabile, forse inventato.

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2 thoughts on “La lingua fascista

  1. ma in conclusione, quante persone erano sedute a quel tavolo? per un attimo ho pensato che fossero due…
    : )
    comunque il racconto è tanto complesso quanto semplice, sì insomma, è un pasto nudo ben bilanciato in grassi/carboidrati/proteine, in (para)culinaria sintonia con il pensiero di questo lettore (che apprezza più il cazzeggio che non il ragionamento binario per categorie, tipo bianco/nero, amore/odio, libertà/schiavitù, complessità/semplicità, anti/pro…). quindi non solo il racconto mi è piaciuto assai (nota particolare per il “non paghi”, nel finale), ma trovo che dietro la linearità della trama si celi un’abile e articolata opera di tessitura.
    : ))
    peraltro, se posso permettermi, in tema di “fascismo” ti allego il link di un articolo quantomeno interessante http://www.defenddemocracy.press/president-belgian-magistrates-neoliberalism-form-fascism/

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