Storie

L’enigma di Leia Organa

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Gustavo Viselner

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana senza industrie culturali né mecenati, non c’era distinzione alcuna tra autore e pubblico, e ogni opera prodotta era un tassello, continuamente riscrivibile, di uno smisurato universo di fan made fiction

Sovrapposizioni
Nella Trilogia della Città di K, Agota Kristof scrive di una città (una galassia?) liberata – tra gli altri – da un androide che si chiama K-2SO (K, appunto). E poi di due gemelli. Uno di questi è Leia Organa, nata Skywalker, prima principessa e poi generale dell’esercito dei ribelli.
La rappresentazione, se vuol farsi leggenda, deve campare così: di approssimazione, ambiguità, costrizione ad uso e consumo dei fedeli. Del resto quando muore Carrie Fisher (la pazza, l’impasticcata, l’attrice e scrittrice brillante, la pupa del pappa Jabba the Hutt, ecc.) si finisce col piangere invece Leia Organa, nata Skywalker.

Chi muore davvero
Lo decidono, insieme, sceneggiatori e fedeli. Fino all’uscita di Episodio IX, Leia è viva e morta insieme come il gatto di Schrödinger. Carrie Fisher no, ma piangiamo comunque la principessa e il generale: se non altro perché certa gente, morendo, smuove qualcosa nell’intero sistema solare – un movimento psichico naturale e coerente, la stella che collassa fino allo spuntare dell’astro di Planck.
Come Padmé muore dando Leia alla luce, del resto, Debbie Reynolds muore dando Carrie alla morte: dov’è il confine tra ciò che è e ciò che è rappresentato?
La morte di David Bowie (ma poi è morto lui, o David Bowie?) rappresenta forse il primo smottamento di questa commozione globale, astro (nero) del ciel, pargol divin, virgineo e mistico, di stirpe regale decor, disceso a scontar l’error, sol nato a parlar d’amor, luce dona alle menti, pace infondi nei cuor.

Gli ultimi sentimentali sul pianeta terra
Gli antichi, che del resto per vati e profeti si sceglievano personalità multiple quando addirittura non collettive, erano convinti che alla morte di un poeta seguisse sempre la nascita di una stella, o di più stelle. Persino Orfeo frocio e attaccato ai fatti terrestri vide ascendere in cielo quantomeno il suo strumento, per via di questa convinzione – a cui noi contemporanei torniamo adesso, dopo che Beck Hansen, Fukuyama e i Simpson hanno dichiarato che la verità non è che un frammento, perciò risibile, e poi spallucce a volontà – adesso che a morire sono gli ultimi sentimentali sul pianeta terra.

Organa, Skywalker, forse Fisher
Tutt’uno con la Forza (costellazione, midi-chlorian, spirito santo), Leia Organa nata Skywalker può riabbracciare adesso l’amore di una vita (Han Solo, non ancora Harrison Ford, forse Paul Simon), conoscere sua madre una volta per tutte (Padmé, ma in fondo anche Debbie), guardare in cagnesco una gigantesca matrigna (Liz Taylor), aspettare i suoi figli (chi sei davvero, Ben Solo?) e il cane Gary.
E forse parlare con suo padre, ascoltarne la voce – quella vera, niente vocoder robotico e asmatico da James Earl Jones o Massimo Foschi.

Io, sono tuo padre
Bail Organa, padre adottivo, è di quelli che pensano che partecipare a una guerra equivalga alla possibilità di vincerne una, una soltanto.
Anakin Skywalker ne ha vinte due, perdendole entrambe. Perdendo una famiglia intera, condannandola a sua volta alla guerra. Una vita sbagliata, si direbbe. Condotta nel plagio del solco della fede altrui. Non meno di un bambino che nasce col fucile già in mano. Uno spartano. Certe vittime di guerra sono già morte prima di nascere, prima di uccidere: al soldo dell’imperatore o del presidente di una repubblica teocratica, non fa differenza.
Perdendo tua madre ho perso tutto, figlia mia, anche te e le guerre. Non dovevo farmi coinvolgere: è diventata la mia storia, ma non era la mia guerra. Tuttavia so bene che tu non saresti tu, tu e la tua splendente grandezza, se io non avessi fallito, e così tuo fratello.
Ero pazza nel sangue, papà. Il tuo sangue. Come certe ragazzine sbiadite che smezzano il corpo per troppo amore verso un padre inventato. E giù pillole, dottori e corruzione di ogni amore, anche solo sfiorato. Ho fatto la guerra a te e a chiunque per non farla (non più) a me stessa. Gli ideali si colorano di sangue vergine, il proprio, se ne hai ancora da versare. E io ne avevo, per fortuna. Questioni private, nient’altro, lo sai anche tu: e così il mio non era coraggio e neppure abilità di generale, ma stanchezza di me, necessità di sopravvivenza di me a me stessa. Questo ti dovevo, e nient’altro.
Adesso balliamo. Fuori fa freddo, ma non possiamo sentirlo.

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Storie

L’enigma di Kylo Ren

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Io non so chi sia Kylo Ren.
La neve intorno gela i pensieri e non aiuta a comprendere; il tempo dirà se il ragazzo è un bamboccione fatalmente votato al bene – incapace cioè di compiere il male fino in fondo, come San Paolo l’esatto rovescio di Anakin Skywalker – degno paladino di una generazione, quella dei nati negli anni ’90, cresciuta con la magia di Harry Potter e dunque ferocemente affamata di fede (o forse solo allenata a una certa sospensione dell’incredulità).
O se al contrario non si tratti di un ragazzaccio incapace di distinguere la realtà da un episodio qualsiasi di Gran Theft Auto, magari con un lieve ritardo cognitivo, non abbastanza lieve, tuttavia, da impedirgli di arruolarsi tra i foreign fighters e andare a rapire, stuprare e farsi uccidersi in Siria come un pivello qualsiasi. Continua a leggere

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Cinque libri da non leggere in spiaggia

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Cinque libri da non leggere assolutamente in spiaggia. Anche perché quest’anno, fin qui, il caldo è stato poco e poco convinto. Ma non c’è manifestazione letteraria più sublime della vita vera che irrompe e impedisce la letteratura stessa.

*

Comiche, Gianni Celati
Scrittura manicomiale. Comicità da commedia slapstick in una lingua che dolorosa delinque. Gianni Celati prende appunti dagli appunti di quelli che un tempo si chiamavano pazzi, poi handicappati, poi borderline, infine diversamente abili, per finire come tutti gli altri, un giorno, per perdere il lume ma anche il nome.

Non è un paese per vecchi, Cormac McCarthy
Rispetto al film (non si paragonano film e libri) il killer non ha nulla di buffonesco. Di più. Non solo non conosciamo gli intenti più intimi, ma neppure il volto di Anton Chigurh (il male assoluto si manifesta senza occhi né giustificazioni). Il calore delle terre di McCarthy è quello del deserto (o dell’inferno), non certo quello di una spiaggia. E poi quello della fiamma finale, della fiaccola che induce, comunque, alla speranza racchiusa in un sogno.

Tre raccontiTommaso Landolfi
Landolfi scrive in una lingua sua, estinta anche nel momento in cui è viva. Questo è un complimento. Landolfi è un autore, non solo un narratore, e questo è un vizio o un dono per alcuni imperdonabile (spesso si maledice il dono per santificare il vizio). Curioso che queste storie siano sopravvissute al nome del creatore e siano rimaste nell’aria, conosciute anche da chi Landolfi non lo ha letto mai. Nello specifico, tre donne astruse, incomprese e inafferrabili si sostanziano in una quarta, nel fantasma del quarto personaggio.
Il filtro dell’assenza è la miccia di ogni racconto.

Palomar, Italo Calvino
Il meticoloso scomporre la realtà del signor Palomar mira a farne granelli di sabbia. Lo consiglio proprio perché non riuscii a leggerlo sulla spiaggia. Lo terminai un anno dopo, ma a novembre, quando si andava componendo l’autunno e la lente d’ingrandimento poltriva, inutile, nello zaino.

Ieri, Agota Kristof
Un bel libro che mi trova in disaccordo. Se Tobias smette di scrivere è perché impara una lingua nuova, che è quella della vita che fluisce e non ha bisogno di continue puntualizzazioni. Lui smette, ma io credo che non si smetta mai, neppure quando si smette davvero. Forse bisognerebbe indagare l’interruzione più che la dismissione, o almeno la differenza tra queste due condizioni. Che è forse ciò che più distingue la nostra quota di partecipazione al mondo. Se davvero fosse plausibile il finale di questo libro, del resto, non avremmo avuto questo stesso racconto.

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Fare Malesangue, Storie

Quelli che sanno si salvano

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Per F., che ha compreso (e per V., perché comprenda)

“Un poeta può sopportare di tutto. Il che equivale a dire che un uomo può sopportare di tutto. Ma non è vero: sono poche le cose che un uomo può sopportare. Sopportare veramente. Un poeta, invece, può sopportare di tutto. Siamo cresciuti con questa convinzione. Il primo enunciato è vero, ma conduce alla rovina, alla follia, alla morte.” RB

Sono convinto che ci sia una guerra, là fuori, mentre scrivo. Se mi concentro sento i fischi delle bombe e le mitragliate. Diciamo pure che scrivo in uno dei pochi momenti di calma concessi dalla guerra senza guerra che sento di vivere. Diciamo anche che ha desistito persino il Papa, è successo meno di un mese fa nel momento in cui scrivo. Questa guerra è fatta di sopravvivenza fisica – mettere insieme il pranzo con la cena, si dice così? – e mentale. Quando avremo finito di preoccuparci di come smaltire i rifiuti materiali che produciamo, toccherà a quelli mentali (le informazioni, le chiacchiere, gli eventi, i tormentoni, le dichiarazioni a mezzo stampa).
Se mi capita di scrivere meno – in giro dico abitualmente che non scrivo più – non è per quel fascino che ho sempre subìto nei confronti di chi smette di far qualcosa. C’è un libro di Agota Kristof in cui un immigrato con una storia complicatissima alle spalle smette, a un certo punto, di fare due cose semplicissime: aspettare una donna che non arriverà e scrivere. Il libro si conclude con tre frasi: con due la Kristof ci dice che Tobias si è sposato con una parrucchiera che scopava per noia e che ci ha fatto dei figli (intuiamo che è felice) e con la terza, molto semplicemente, che non scrive più. “Non scrivo più”: con queste tre parole si conclude quel libro.
Se non scrivo più, allora, è perché la guerra senza guerra bisogna pur combatterla. Le parole servono a poco, forse a niente in questo momento. C’è anche il fatto – una premessa di questa guerra – che le parole sono in conflitto con le immagini; avendo smesso di accompagnare le mie parole con la mia brutta faccia, pare anche che le mie parole abbiano perso valore; questo si vedrà; sappiate solo che questa introduzione è necessaria per comprendere quanto segue, cioè il racconto di due vite che ho trovato nel libro Chiamate telefoniche di Roberto Bolaño.

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Storie

Ieri

ieri-copertinaVoglio raccontarvi una storia che ho sentito qualche notte fa dal fantasma di Agota Kristof. La storia si chiama Ieri. La consiglio a chiunque abbia voglia di scrivere, perché in un modo o nell’altro è in quella materia che va a scavare. In giro sentirete dire che questo racconto ha uno stile asciutto, freddo. Io credo invece che sia il frutto di un equilibrio miracoloso e raro di prosa e poesia; della prima ha la precisione del dettaglio e della seconda l’impalpabilità e la bellezza disturbante. Ultima cosa: consiglio di leggere quanto segue con, in sottofondo, la versione live di Home dei Depeche Mode, se possibile.

§

Potremmo dire subito che Tobias Horvath è pazzo: la questione sarebbe già chiusa.
Allora diciamo che Tobias Horvath, o Sandor Lester, se preferite – tra le cose che fa, c’è questa di cambiar nome e inventarsi ogni volta una biografia diversa – è anche un figlio di puttana nel senso letterale del termine. Sua madre se la faceva coi contadini, al villaggio, e Tobias è stato tirato su e mantenuto con quei soldi. Ma non è tutto, o meglio, non è proprio così che stanno le cose. Tobias sente sua madre ansimare ogni sera, mentre lui è in cucina, sporco di fango perché ha giocato nella terra tutto il giorno. C’è però un cliente particolare, un maestro del villaggio, che di tanto in tanto si ferma in quella cucina per chiedere qualcosa al piccolo dopo aver chiavato sua madre. Ogni tanto gli accarezza i capelli.
Il primo giorno di scuola Tobias si ritrova l’uomo dall’altra parte della cattedra. A quanto pare, il cliente più affezionato di sua madre sarà anche il suo maestro, e sua figlia Caroline la sua compagna di banco.
Ma Tobias è, soprattutto, povero.
Per questo Caroline gli porta da mangiare e da vestire, perché il padre gli ha insegnato che i poveri vanno aiutati. In fondo Tobias sa come stanno le cose.

Per la verità, Tobias lo conosciamo come Sandor, è profugo in Francia e con le donne ci sa fare, le porta a letto facile, soprattutto tale Yolande che ha tutta l’aria di essere una parrucchiera. Lui però aspetta Line e intanto lavora in una fabbrica di orologi dove fa dei buchi ai cinturini, ogni giorno gli stessi buchi, negli stessi punti degli stessi identici cinturini, e dunque divide il tempo con chi fabbrica il tempo – senza, com’è tipico di ogni catena, riuscire mai a vedere in faccia la creatura finale cui sta dando vita insieme agli altri operai.
Nella solitudine del suo appartamento, Tobias mangia, si ubriaca, vomita, aspettando una donna che non ha mai visto in vita sua.

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