Fare Malesangue, Storie

Quelli che sanno si salvano

chiamate

Per F., che ha compreso (e per V., perché comprenda)

“Un poeta può sopportare di tutto. Il che equivale a dire che un uomo può sopportare di tutto. Ma non è vero: sono poche le cose che un uomo può sopportare. Sopportare veramente. Un poeta, invece, può sopportare di tutto. Siamo cresciuti con questa convinzione. Il primo enunciato è vero, ma conduce alla rovina, alla follia, alla morte.” RB

Sono convinto che ci sia una guerra, là fuori, mentre scrivo. Se mi concentro sento i fischi delle bombe e le mitragliate. Diciamo pure che scrivo in uno dei pochi momenti di calma concessi dalla guerra senza guerra che sento di vivere. Diciamo anche che ha desistito persino il Papa, è successo meno di un mese fa nel momento in cui scrivo. Questa guerra è fatta di sopravvivenza fisica – mettere insieme il pranzo con la cena, si dice così? – e mentale. Quando avremo finito di preoccuparci di come smaltire i rifiuti materiali che produciamo, toccherà a quelli mentali (le informazioni, le chiacchiere, gli eventi, i tormentoni, le dichiarazioni a mezzo stampa).
Se mi capita di scrivere meno – in giro dico abitualmente che non scrivo più – non è per quel fascino che ho sempre subìto nei confronti di chi smette di far qualcosa. C’è un libro di Agota Kristof in cui un immigrato con una storia complicatissima alle spalle smette, a un certo punto, di fare due cose semplicissime: aspettare una donna che non arriverà e scrivere. Il libro si conclude con tre frasi: con due la Kristof ci dice che Tobias si è sposato con una parrucchiera che scopava per noia e che ci ha fatto dei figli (intuiamo che è felice) e con la terza, molto semplicemente, che non scrive più. “Non scrivo più”: con queste tre parole si conclude quel libro.
Se non scrivo più, allora, è perché la guerra senza guerra bisogna pur combatterla. Le parole servono a poco, forse a niente in questo momento. C’è anche il fatto – una premessa di questa guerra – che le parole sono in conflitto con le immagini; avendo smesso di accompagnare le mie parole con la mia brutta faccia, pare anche che le mie parole abbiano perso valore; questo si vedrà; sappiate solo che questa introduzione è necessaria per comprendere quanto segue, cioè il racconto di due vite che ho trovato nel libro Chiamate telefoniche di Roberto Bolaño.

La prima vita si agita in Francia prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Henri Simon Leprince è un pessimo scrittore. “Scapolo, di mezz’età, abituato all’insuccesso”, pubblica poesie che nessuno legge su giornali altrettanto sconosciuti. Lui persevera. Arriva l’occupazione nazista e, a quanto pare, la società letteraria francese non ha di meglio da fare che frantumarsi in microgalassie che, in un modo o nell’altro, stanno sotto due bandiere: quella della Resistenza e quella dei collaborazionisti. C’è chi resiste in maniera blanda, chi in modo più aggressivo (per quanto possa esser aggressivo un letterato), e così c’è chi è filonazista con convinzione e chi decide, molto più umilmente, di cercare un posto al sole nella letteratura francese facendo opinione in favore dei tedeschi. Il direttore di un giornale collaborazionista contatta il nostro Henri Simon Leprince e gli offre un incarico di prestigio all’interno della microgalassia dei risentiti. Lui ci pensa una notte (in quelle successive non dormirà o avrà gli incubi), comprende che nessuno gli ha mai dato quel tipo d’importanza, infine rifiuta.

Adesso siamo in Spagna, a Girona, sul finire degli anni ’70. Arturo Belano è cileno, convive con una messicana. La coppia non attraversa un buon periodo. Lei è fuori di testa, o forse sta solo male, in ogni caso la coppia ha qualcosa di terribile che tiene lontano qualsiasi straccio di amico dal loro appartamento, a eccezione di tale Enrique Martìn. Quest’ultimo è un pessimo poeta che tenta di scrivere in spagnolo e in catalano, lingua con cui ha evidenti problemi con la grammatica; per il resto, dice Belano, Enrique Martìn si limita a copiare quel tipo di autori, uno su tutti Miguel Hernàndez, che piacciono molto ai pessimi poeti (“Hernàndez parla del e dal dolore, e i cattivi poeti generalmente soffrono come animali da laboratorio, soprattutto durante la loro prolungata gioventù”), oltre a pubblicare le sue poesie su riviste che non vengono lette da nessuno. Ovviamente Enrique Martìn appare animato da una tenacia, dice sempre Belano, feroce e acritica. “Voleva essere un poeta”. Adesso tenete a mente questo: il nome della rivista, di nessun successo, che Martìn fonda è Soga blanca, ovvero La corda bianca.

Torniamo a Henri Leprince. Superato il delirio dell’avvicinamento ai collaborazionisti, lui continua a scrivere e, in un modo o nell’altro, finisce dalla parte dei letterati veri, o meglio, dalla parte della Resistenza. Comincia piano, con piccole scaramucce o attività di spionaggio; nel giro di poco tempo si ritrova a scortare prigionieri e a liberare altri “resistenti”. Spesso accompagna e mette al sicuro degli scrittori veri e propri – quelli di Parigi, come si suol dire. Alcuni lo riconoscono, altri gli chiedono se non abbia mai pubblicato qualcosa, in un primo tempo gli chiedono qualche riferimento, ma quando lui cita i posti tristi in cui è apparso il suo nome, ecco che scatta il disinteresse, a volte la tristezza. Quando i letterati – cui Leprince ha salvato la vita – si congedano da lui, la sensazione è quella di una “repulsione inclassificabile”. Sanno che è dalla loro parte, ma in fondo si rifiutano con tutte le loro forze di accettarlo. Hanno forse sentore che Leprince è rimasto per molti anni nel “purgatorio delle pubblicazioni povere e di infima qualità e sanno che da lì non si salva persona o animale o che si salvano solo quelli che sono molto forti e brillanti e bestiali”.

Molti anni dopo, Soga blanca non resisterà a una prima fallimentare uscita né alle velleità del suo ideatore. In compenso, Enrique Martìn e compagna sono ben visti dalla messicana che sta con Arturo Belano. Le due coppie si frequentano. Si vedranno per cinque volte, cinque cene, e in una di queste, con estremo e annoiato stupore di Belano (suscitando invece la tenerezza delle due donne), Enrique Martìn afferma di non scrivere più poesie – non parla di pessime poesie, o imitazioni, solo di poesie. Ha avuto una promozione nella ditta in cui lavora sin da adolescente ed è convinto della scelta tanto da esibire un sorriso del tipo “sono adulto, ho capito che per godere l’arte non c’è bisogno di fare figure da scemo, non c’è bisogno di scrivere né di strisciare”.
Durante un’altra cena Enrique Martìn dirà che desidera un figlio, non solo per il figlio in sé quanto per l’esperienza di portarlo in grembo per nove mesi come una donna. L’ultima volta che le coppie ceneranno insieme, l’ex poeta e compagna ammetteranno di scrivere insieme articoli di fantascienza per una rivista da due soldi, articoli che scrivono dopo lunghe escursioni in luoghi d’avvistamento di ufo. Una settimana dopo questa cena, Belano e la messicana si lasciano definitivamente.

Nel 1943 Leprince conoscerà una donna. Prima, avrà perso il lavoro come giornalista e avrà salvato la pelle a un critico che aveva avuto parole di fuoco per i suoi scritti e che, dopo il salvataggio, non riconoscerà neppure Leprince.
Leprince si domanda se non siano “la sua buona educazione, o il suo volto, o le sue letture i responsabili del rifiuto”. Scrive un poema di seicento versi sui tormenti e sul martirio dei poeti minori, comprende di non essere un poeta minore e, privo di curiosità circa se stesso, brucia il poema, senza sperimentarsi oltre.
In un modo o nell’altro, come detto, finisce a casa di una scrittrice francese, dove resta una e una sola notte. Devono avere una disperazione simile, addosso, lei la cela con l’eleganza delle letterate parigine, lui con la mancanza di un interesse puro per se stesso. Così parlano tutta la notte, solo l’indomani comprendendo che si sono innamorati, quando Leprince sarà andato via. Comunque, si tratta di un incontro determinante, per lui: funziona proprio così, del resto, ci sono persone importanti e altre determinanti, nella vita, e probabilmente per tutti noi sono soprattutto le seconde a cambiare il corso degli eventi.

Ad ogni modo, per uno o due anni Belano perde le tracce di Enrique Martìn. Siamo negli anni ’80, lui vive da solo con una cagna e dei gatti. Un giorno riceve una lettera. Nella busta c’è l’invito a un cocktail party per la presentazione del suo primo libro a Barcellona, a cui lui non è andato. Sul retro dell’invito ci sono scritti dei numeri, si tratta di una crittografia. C’è poi una mappa che indica il percorso per raggiungere una grotta. Belano pensa subito a Enrique Martìn. Nel giro di poco tempo riceve un’altra lettera molto simile, c’è ancora un invito con dei numeri e una mappa che completa la prima. Finché un giorno Enrique Martìn non va a trovare Belano. L’indirizzo glielo ha dato un cileno amico o nemico comune. L’incontro è teso, Belano invita Martìn a entrare. Martìn non vuol saperne, è lì per consegnare un plico a Belano. Anticipa ogni tipo di supposizione: Non sono poesie, specifica. Belano conserverà il plico chiuso per qualche tempo.

Per mesi le uniche informazioni su Enrique Martìn Belano le riceve dall’amico o nemico comune. Martìn ha lasciato il lavoro alla ditta, ha aperto una libreria (che va molto bene) in cui ha assunto l’ex compagna dei tempi delle cene con Belano e la messicana. La verità è che Martìn ci vive, in quella libreria, sul cui retro coltiva gelsomini, gigli, nontiscordardime.
Dopo un po’ Belano riceve finalmente una lettera da Enrique Martìn, una lettera confusa come una delle sue pessime poesie, in cui l’ex poeta o presunto tale parla di uno scrittore francese (autore di fantascienza, anche se Martìn, che scrive ancora per quella rivista di ufo, tiene a precisare che a lui non interessa la fantascienza); questo scrittore francese avrebbe le prove che gli extraterrestri sono tra noi e che con molta probabilità gli stessi terrestri sono alieni. La lettera si conclude con queste parole: “Quelli che sanno si salvano”.
È ancora l’amico o nemico comune a dare le ultime notizie circa Enrique Martìn a Belano: un giorno l’ex compagna è entrata in libreria, non lo ha visto subito, è andata nel retro e lo ha trovato appeso a una trave. Soga blanca. Per giorni Belano pensa ad almeno due improbabili ipotesi di omicidio, poi propende per il suicidio; sul muro della libreria Martìn aveva segnato una serie di numeri simili a quelli delle due lettere ricevute da Belano.
Il giorno in cui decide di lasciare Girona e la casa in cui viveva da recluso con la cagna (i gatti li lascerà ai vicini), Arturo Belano apre il plico consegnatogli da Enrique Martìn. Dentro non c’è nessuna mappa o messaggio cifrato, solo quelle poesie alla Miguel Hernàndez che evidentemente Martìn non aveva mai smesso di scrivere (“Hernàndez parla del e dal dolore, e i cattivi poeti generalmente soffrono come animali da laboratorio, soprattutto durante la loro prolungata gioventù”). Il racconto dalla viva voce di Belano si conclude invece con queste parole: “Quella notte non riuscii a dormire. Adesso toccava a me fuggire”.

Per la verità, la scrittrice parigina ci ha messo un po’ a riconoscerlo. Aveva visto Leprince accanto a qualche scrittore vero e doveva essersi chiesta cosa ci facesse lì uno con quella faccia, con quell’aspetto dimesso, da maggiordomo più che da letterato. Per la prima volta allora Leprince si mette a nudo, parla delle sue frustrazioni, della sua esistenza da estraneo, semplicemente marginale. La scrittrice ci pensa un po’, poi espone con crudezza la sua opinione: qualcosa in lui – il modo di parlare, la faccia, lo sguardo – provoca ripulsa. “La soluzione è evidente: deve scomparire, essere uno scrittore segreto, fare in modo che la sua letteratura non richiami il suo volto”. Una soluzione così puerile, per Leprince, da essere vera. Un consiglio che comunque lui non seguirà. Il giorno dopo un’auto della Resistenza viene a prendere Leprince, la scrittrice piange, ma da sola, entrambi comprendono di amarsi. Non si rivedranno mai più.
Nel 1946 Leprince fa il maestro in un piccolo e sconosciuto paese della Francia settentrionale. Ha accettato la sua condizione di cattivo scrittore e sa che i bravi scrittori hanno bisogno di quelli cattivi come “scudieri o anche solo lettori”. Continua a scrivere, qualcosa pubblica su piccole riviste o giornali. In un modo o nell’altro pensa di essersi guadagnato sul campo (aiutando e salvando altri letterati durante la guerra) il diritto di continuare a scribacchiare. Ogni tanto incontra gli scrittori di Parigi, non molto spesso come avrebbe desiderato qualche anno prima, ma adesso lo riconoscono – non sempre – e qualcuno ha persino letto qualcosa di suo. In fondo, conclude Bolaño, per gli scrittori di Parigi “la presenza di Leprince, la sua fragilità, la sua spaventosa superiorità, ad alcuni serve da stimolo o da monito”.

[Questo pezzo è uscito sul numero 53 di inutile.]

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