Storie

Cinque libri da non leggere in spiaggia

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Cinque libri da non leggere assolutamente in spiaggia. Anche perché quest’anno, fin qui, il caldo è stato poco e poco convinto. Ma non c’è manifestazione letteraria più sublime della vita vera che irrompe e impedisce la letteratura stessa.

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Comiche, Gianni Celati
Scrittura manicomiale. Comicità da commedia slapstick in una lingua che dolorosa delinque. Gianni Celati prende appunti dagli appunti di quelli che un tempo si chiamavano pazzi, poi handicappati, poi borderline, infine diversamente abili, per finire come tutti gli altri, un giorno, per perdere il lume ma anche il nome.

Non è un paese per vecchi, Cormac McCarthy
Rispetto al film (non si paragonano film e libri) il killer non ha nulla di buffonesco. Di più. Non solo non conosciamo gli intenti più intimi, ma neppure il volto di Anton Chigurh (il male assoluto si manifesta senza occhi né giustificazioni). Il calore delle terre di McCarthy è quello del deserto (o dell’inferno), non certo quello di una spiaggia. E poi quello della fiamma finale, della fiaccola che induce, comunque, alla speranza racchiusa in un sogno.

Tre raccontiTommaso Landolfi
Landolfi scrive in una lingua sua, estinta anche nel momento in cui è viva. Questo è un complimento. Landolfi è un autore, non solo un narratore, e questo è un vizio o un dono per alcuni imperdonabile (spesso si maledice il dono per santificare il vizio). Curioso che queste storie siano sopravvissute al nome del creatore e siano rimaste nell’aria, conosciute anche da chi Landolfi non lo ha letto mai. Nello specifico, tre donne astruse, incomprese e inafferrabili si sostanziano in una quarta, nel fantasma del quarto personaggio.
Il filtro dell’assenza è la miccia di ogni racconto.

Palomar, Italo Calvino
Il meticoloso scomporre la realtà del signor Palomar mira a farne granelli di sabbia. Lo consiglio proprio perché non riuscii a leggerlo sulla spiaggia. Lo terminai un anno dopo, ma a novembre, quando si andava componendo l’autunno e la lente d’ingrandimento poltriva, inutile, nello zaino.

Ieri, Agota Kristof
Un bel libro che mi trova in disaccordo. Se Tobias smette di scrivere è perché impara una lingua nuova, che è quella della vita che fluisce e non ha bisogno di continue puntualizzazioni. Lui smette, ma io credo che non si smetta mai, neppure quando si smette davvero. Forse bisognerebbe indagare l’interruzione più che la dismissione, o almeno la differenza tra queste due condizioni. Che è forse ciò che più distingue la nostra quota di partecipazione al mondo. Se davvero fosse plausibile il finale di questo libro, del resto, non avremmo avuto questo stesso racconto.

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