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Le storie degli altri

Io sono — John Berger

Queste fotografie sono il risultato della maestria tecnica di Strand, della sua capacità di scegliere, della sua conoscenza dei luoghi che visita, del suo occhio, del suo tempismo, dell’uso che fa della macchina fotografica. Ma Strand avrebbe potuto avere tutti questi talenti e non essere, malgrado tutto, in grado di produrre fotografie simili. Ciò che ha in definitiva determinato il successo delle sue foto di persone e di paesaggi (che altro non sono se non semplici estensioni di persone solo per caso invisibili) è la sua capacità di invitare al racconto, di presentarsi al soggetto da fotografare in modo da fargli venire voglia di dire: Io sono come tu mi vedi.
Tutto questo è più complicato di quanto sembri. Il tempo presente del verso “essere” si riferisce solo al presente; ciononostante, con la prima persona singolare davanti a sé, il presente assorbe il passato che è inseparabile dal pronome. L’espressione Io sono comprende tutto ciò che ha fatto di me quello che sono, è molto più che l’affermazione di un fatto immediato: è già una spiegazione, una giustificazione, una richiesta… è già autobiografia. Le fotografie di Strand ci dicono che i suoi modelli gli hanno permesso di vedere la storia della loro vita. Ed è per questa ragione che, sebbene i ritratti siano formali e in posa, non occorre che il fotografo o la fotografia fingano un ruolo preso in prestito.
Proprio perché conserva l’immagine di un evento o di una persona, la fotografia è da sempre collegata all’idea di storia. L’ideale della fotografia, a parte l’aspetto estetico, è fissare un momento “storico”. Come fotografo, tuttavia, Paul Strand ha con la storicità una relazione tutta sua. Le sue fotografie trasmettono una sensazione di durata. All’Io sono viene dato un tempo in cui riflettere sul passato e prevedere il futuro: il tempo di esposizione non fa violenza al tempo dell’Io sono: al contrario, si ha la strana impressione che il tempo di esposizione sia la vita intera.


John Berger | Sul guardare (trad. Maria Nadotti)

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Le storie degli altri

La stalla più fotografata d’America — Don DeLillo

Diversi giorni più tardi Murray mi chiese notizie di un’attrazione turistica nota come la stalla più fotografata d’America. Quindi facemmo in auto ventidue miglia nella campagna che circonda Farmington. C’erano prati e orti di mele. Bianche staccionate fiancheggiavano i campi che scorrevano ai nostri fianchi. Presto cominciarono ad apparire i cartelli stradali. LA STALLA PIÙ FOTOGRAFATA D’AMERICA. Ne contammo cinque prima di arrivare al sito. Nell’improvvisato parcheggio c’erano quaranta auto e un autobus turistico. Procedemmo a piedi lungo un tratturo per vacche fino a un lieve sopralzo isolato, creato apposta per guardare e fotografare. Tutti erano muniti di macchina fotografica, alcuni persino di treppiede, teleobiettivi, filtri. Un uomo in un’edicola vendeva cartoline e diapositive, fotografie della strada prese da quello stesso sopralzo. Ci mettemmo in piedi accanto a una macchia di alberi a osservare i fotografi. Murray mantenne un silenzio prolungato, scribacchiando di quando in quando qualche appunto in un quadernetto.
“La stalla non la vede nessuno” disse finalmente.
Seguì un lungo silenzio.
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Storie

Paolo Cognetti

Quello che segue è un omaggio in forma di lettera ai libri di Paolo Cognetti, con particolare attenzione all’ultimo, Sofia si veste sempre di nero (minimum fax, 2012).

20 ottobre 2012

Caro Paolo,
le donne ti fottono con gli occhi. Occhi cerchiati di nero, del nero del trucco di dentro al bulbo o dai pugni che attirano per il fatto stesso di lasciare intuire una propria vita interiore. Forse per questo Sofia è strabica: per non farsi colpire, o per fotterti di lato, che è un modo di fotterti, come dire, laterale, appunto, a suo modo gentile, incauto ma inedito. Ma inedito un corno: Mina che esplode, Marta che non ama per il partito che (non) ha preso, Sofia che non mangia e fa la pazza, Rossana che annega e Margot che poi chissà: di donne così ne abbiamo viste e vissute a bizzeffe; è il mito di queste donne che inquieta gli uomini, che le sognano inedite e per acquietarsi quando la frusta non funziona ne fanno stereotipi. Non c’è nulla di complicato in queste donne, lo è al contrario il timore che ne hanno gli uomini e le altre, di donne, soprattutto. Mai vista una donna in gabbia sopportare una donna (potenzialmente) libera, del resto.
C’è del cuore con ritmo da zoppo, un difetto d’amore nelle vite di ognuno che ognuno di noi colma come può. Tu ci hai scritto un libro, caro Paolo, il che è un tentativo di dar vita a qualcuno o qualcosa. Dietro la griglia di particolari e dettagli che si stringe attorno ai tuoi personaggi, c’è un libro fatto col cuore. Ma su questo voglio tornare più tardi.

Il motivo per cui ti scrivo, caro Paolo, è anche l’invidia, meglio, quel tipo d’invidia che è la gelosia per qualcosa che è nell’aria e che qualcun altro acciuffa prima di te. Un’invidia nobile, che non fa uscire matti ma porta a ragionare: il tuo ultimo libro, divorandolo, ha divorato il divario tra me e la materia che tu hai trattato. Il libro che tu hai scritto avrei voluto scriverlo io (per un sacco di ottime ragioni), dunque per me è stato necessario: e altrettanto necessario è adesso non tentarmi comunque di scriverlo io. Ho trovato che c’è già quella forma che cercavo di dare alla mia infelicità costituita di piccole felicità intermittenti; è inutile creare un ingorgo d’intenti in quella direzione che tu hai esaurito; finirei, ho concluso, per scrivere il Book of Grotesque che quel personaggio di Sherwood Anderson in Winesburg, Ohio si rifiuta di pubblicare; oppure come il Pierre Menard di Borges che riscrivendo il Don Chisciotte parola su parola è convinto d’averlo (ri)scritto per davvero in originale.
(Per conseguenza un altro pensiero mi ha preso: se incontrando un libro che avremmo voluto scrivere ci impediamo con responsabilità di replicarlo, cosa accade invece quando s’incontra un’esperienza umana simile alla nostra, però più dettagliata, o anche solo più urgente nell’inseguire ciò che noi inseguivamo e che pensavamo ci contraddistinguesse sopra ogni altra cosa? In quel caso, che accade? ci impediamo la vita?)

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Le storie degli altri

D’una lumaca amico

vorrei
fare il lombrico
andar per valli e monti
o esser
d’una lumaca amico
e gocciolar sui tetti
di questa gran città
[…]
non scrivo per scrivere
io sono disperato.
[…]
La felicità, oggi!
ma per tratti, sezioni.

– – – – – – – – – – – – –

[La foto quassù è di Ale a testa in giù. Cliccandoci sopra la si può ammirare a dimensioni più che decenti. I versi, invece, sono tratti — come appunti — dal libro L’apprendistato di Antonio Catania. Per una volta non ho link da mettere dietro a un nome o a un titolo. Sul libro (prezioso, a tratti illuminante) così come sul suo autore, non ci sono notizie in rete.]

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